CHAMPOL.
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Il marito di Simona.
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1963.  Casa Editrice A. Salani, FIRENZE.
Collezione: I ROMANZI DELLA ROSA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il disastro che colpisce la famiglia di Simona d'Avron si ripercuote sulla sua vita sconvolgendola profondamente e avvicinando una donna dura e spietata a un uomo segnato dal destino. Una passione travolgente e un affetto sincero, potranno salvarla e darle quella pace e felicit che per ogni cuore costituisce il dono supremo?
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L'AUTRICE.
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Marie-Anne Bertille de Beuverand de La Loyre, contessa de Lagrze, detta Champol, nata a Pau nel 1857 e morta a Parigi nel 1924,  stata una romanziera francese.
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Il marito di Simona.
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Capitolo 1.
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Il signor d'Avron, dopo aver accompagnato alla
porta i suoi ultimi invitati, si ferm un momento
nel vestibolo, si guard intorno, e disse compiaciuto:
- Questo piccolo ricevimento non poteva riuscir
meglio!... -
Poco prima aveva avuto la soddisfazione di vedere
gli amici affollare la sua casa e godere della
sua larga ospitalit; ora provava un vero benessere
nel trovarsi di nuovo quieto e tranquillo in casa sua.
L'appartamento che abitava al pianterreno di un
vecchio palazzo della via di Babilonia, era vasto,
bello e ammobiliato con un lusso sobrio, che rivelava
una persona raffinata, moderna, del tutto parigina,
nella cui famiglia la ricchezza e l'eleganza
erano una abitudine.
Come tutto  bello qui!... pens il signor
d'Avron, attraversando la sfilata di salotti sfarzosamente
illuminati, sorridendo agli arazzi, ai quadri,
ai mobili di pregio, e senza badare affatto alla
larga macchia d'umidit che si allargava ogni giorno
di pi in un angolo del soffitto, n al disordine
che regnava ovunque, n all'aria scontenta dei domestici
stanchi, che portavano via i vassoi vuoti.
Passando davanti a uno specchio si vide svelto,
ben fatto, con il portamento di un giovanotto nonostante
i suoi sessantadue anni, i lineamenti regolari,
fini, di una estrema distinzione, il viso fresco
e colorito sotto il candore dei capelli e della barba,
e pens:
Non invecchio troppo!
Mentre entrava nel salottino dove la moglie e la
figlia lo attendevano, esclam:
- Cara, nessuno sa ricevere come te! Quanto a
te, Simona, sono due ore che muoio dal desiderio
di abbracciarti. Sei cos carina, con codesto vestito
bianco... s, proprio carina! -
Abbracciava la moglie, abbracciava la figlia, con
ingenua espansivit, con vivacit e calore.
Un cenno della signora d'Avron tagli corto alle
sue effusioni. Si accrse allora della presenza di un
estraneo che era rimasto in fondo alla stanza, nella
penombra. L per l rimase male, ma poi esclam:
- Osmin, vorrai scusarmi se ti ho fatto assistere
a una effusione familiare. Forse  un po' ridicolo essere
affettuosi, ma fa tanto bene! -
Un altro cenno della moglie dovette ricordargli
che non avrebbe dovuto parlare cos davanti a
Osmin, perch si interruppe mordendosi le labbra, e
riprese, crucciato:
- Non sapevo che tu fossi qui. Credevo che tu
fossi andato via insieme con gli altri! -
Senza mostrarsi confuso per l'imbarazzo evidente
che recava la sua presenza, Osmin si appoggi al
caminetto, vicino al signor d'Avron con il quale formava
la coppia di amici peggio assortita che si potesse
immaginare.
Bastava guardare Osmin per accorgersi come tutto
in lui tradisse umili origini; quel faccione rubicondo,
la corporatura tozza, le estremit enormi, e
perfino il modo goffo con cui portava il vestito da
sera e teneva il cappello.
C'era della volgarit perfino nell'intelligenza che
sprizzava dai suoi occhietti a met nascosti dalle
rughe e nell'espressione energica della sua fisonomia.
Era chiaro che non apparteneva a quella minima
parte dell'umanit, che si chiama il gran
mondo, e la sua intimit con il conte d'Avron appariva
singolare.
- Avere il proprio avvocato per amico  cosa
strana, ne convengo, - diceva il Conte con la consueta
bonomia. - Ma, prima di tutto, un avvocato
onesto  un fenomeno degno di essere presentato; e
poi Osmin ha la mia et,  del mio paese, ed  nato
nelle nostre terre di Brettagna. Siamo stati compagni
di giuochi, di collegio, e so meglio di chiunque
quanto valga. -
Il signor d'Avron raccontava volentieri la storia
di Osmin, giudicandola abbastanza lusinghiera anche
per se stesso.
Figlio di un modesto notaro di campagna, che
aveva rovinato due o tre paesi con il suo fallimento,
Osmin si era trovato, ancora giovanissimo, senza
un soldo, con il peso di un nome disonorato da riabilitare
e di una numerosa famiglia da mantenere.
La sua intelligenza, la sua perseveranza, il suo
lavoro ininterrotto avevano fatto fronte a tutto. Da
semplice scrivano di un avvocato, era arrivato a sposare
la figlia del principale, una ragazza poco favorita
dalla natura, e a diventare titolare dello
studio, uno studio mediocremente avviato, ma che
nelle sue mani era divenuto ben presto uno dei primi
di Parigi.
Era riuscito a circondare di benessere la vecchiaia
dei genitori, aveva messo a posto i fratelli e le sorelle,
poi, a poco a poco, era arrivato a pagare i debiti
del fallimento e, dopo quarant'anni di fatiche e
di sforzi, a riabilitare il nome del padre.
-  un giovane di gran merito, - diceva con
compiacenza il signor d'Avron.
Non si spiegava di pi, per discrezione, ma credeva
in buona fede di aver largamente contribuito
alla riuscita di Osmin; era forse anche questa una
delle ragioni del suo affetto per lui. Ma il suo aiuto
si limitava a qualche prestito, gi da molto tempo
rimborsato, e a numerose cause da lui portate al suo
studio, cause che, a dire il vero, non fruttavano a
Osmin che molta fatica e qualche spesa.
L'avvocato non era per questo meno riconoscente
all'antico compagno di collegio, del quale apprezzava
la generosit delle intenzioni e l'amicizia sincera,
sebbene ingenuamente egoistica.
Il signor d'Avron, troppo mondano e frivolo, sempre
occupato di cento cose, pensava di solito a
Osmin quando aveva bisogno di lui, e questi, con
una delicatezza che le sue maniere rudi non avrebbero
fatto supporre, non si faceva vedere che quando
si sentiva utile.
Le persone utili non sono sempre piacevoli, e la
signora d'Avron, quella sera, vedendo Osmin appoggiarsi
all'angolo del caminetto, non seppe reprimere
un piccolo sbadiglio. Per lei Osmin rappresentava
gli affari, cose vaghe, noiose, estranee alla vita
di una donna, e delle quali non si era mai occupata.
Nervosa, impressionabile, cagionevole di salute,
era stata tanto curata, coccolata, che, con l'aiuto
della fortuna e delle circostanze, ignorava ancora
le noie della vita e si era abituata a fare assegnamento
sugli altri.
Adagiata nella poltrona, visibilmente stanca, si
impazientiva, chiedendosi per quale singolare capriccio
l'importuno prolungasse quella serata, gi
tanto lunga, e di nascosto, indic al marito l'orologio
a pendolo, che segnava le due.
Subito impensierito, egli scatt:
- Ma  insensato, cara, rimanere alzata a quest'ora!
Simona, svelta, conduci a letto tua madre.
Bada che non prenda freddo uscendo di qui! Dov'
la sciarpa? -
Trov sopra una sedia una sciarpa di pelliccia
Pi giovane di lui di venti anni, lo aveva sposato
per amore, amore che era rimasto immutato
come nei primi giorni.
Il signor d'Avron la segu con uno sguardo pieno
di premura, mentre usciva in compagnia di Simona;
poi si volse a Osmin.
Ambedue i visi avevano cambiato espressione. La
larga bocca di Osmin aveva una piega che mostrava
il suo malcontento, mentre una ombra di inquietudine
oscurava i lineamenti del signor d'Avron.
- Ors, - disse precipitosamente - si pu sapere
che c' di nuovo? Non sei crto venuto a casa
mia per assistere a un ricevimento in cui ti sarai
annoiato a morte, n  il piacere della mia compagnia
che ti trattiene qui, all'ora in cui le persone
per bene vanno a letto.
- Ti prendo dove e quando ti trovo, - brontol
Osmin. - Si tratta di cose serie.
- Non ne dubito, - sospir il signor d'Avron,
sedendo con aria rassegnata e accendendo il sigaro
per consolarsi.
Osmin aveva estratto dalla tasca un brutto taccuino
nero dal quale non si separava mai e guardando
una annotazione, cominci:
- Prima di tutto le tue cambiali. Rifiutano di
rinnovarle.
- Non  che questo? Le pagher... prendendo
del denaro in prestito al quindici per cento invece
che al dieci, ecco tutto, - disse il signor d'Avron,
alzando le spalle.
- E dopo rimborserai prendendo in prestito al
venti invece che al quindici per cento?
- Se non c' altro mezzo!
- E andrai avanti cos?...
- Fino a che i miei affari non si saranno accomodati! -
Osmin alz disperatamente le braccia.
- Ma quando li accomoderai, i tuoi affari, benedett'uomo?
- Pi presto possibile!... Non dipende da me.
Mi si sollevano contro difficolt non immaginabili.
Ho almeno sei o sette cause. Non so perch tutti
se la prendano con me, che sono l'uomo pi pacifico
della terra. -
Si mise a ridere, e la sua allegria sembr raddoppiare
il malumore di Osmin, che riprese in tono
severo:
- La spiegazione  molto semplice. Se la prendono
con te, perch non sei mai in regola con nessuno,
perch non hai n memoria n previdenza,
perch non comprendi nulla degli affari e degli uomini...
Pare che tu faccia a posta a cacciarti in
tutti i pasticci, tu che dai sempre retta volentieri
a coloro che ti ingannano e ascolti poco e male chi
ti  devoto. In conclusione non hai fiducia nemmeno
di me, perch non mi confidi le cose che all'ultimo
momento, per lo pi troppo tardi, e quando
mi chiedi un consiglio non lo segui. -
I rimproveri dovevano essere giusti, perch il
signor d'Avron sembrava stizzito, quanto il suo ottimo
carattere gli permetteva di esserlo.
- Se  per dirmi simili facezie che mi trattieni
qui... - cominci con impazienza.
Ma si calm a un tratto. La porta si riapriva e
Simona riapparve in salotto. Il signor d'Avron
ricominci a sorridere, come faceva ogni volta che
vedeva la figlia.
- Come mai non sei ancora a letto, Simona? -
domand un po' sorpreso.
Lei replic con molta naturalezza:
- Ho dimenticato di annaffiare le piante, e non
vorrei domani trovarle sciupate.
- Domani, figlia mia, te ne porter delle altre.
Lo sai che mi fa tanto piacere! -
Nonostante la promessa, la ragazza si accinse all'opera.
Con una caraffa in mano faceva il giro
della stanza, fermandosi davanti ai vasi, alle giardiniere,
sparse ovunque con simpatica profusione.
Il signor d'Avron era tornato vicino a Osmin.
- Come? Non hai ancora finito per questa sera? -
disse spaventato, vedendo l'amico sfogliare di
nuovo il taccuino.
L'orologio batt le ore ma, sordo a ogni cenno,
Osmin rimaneva imperterrito al suo posto, e continuava:
- Ieri, tre dicembre, deve essere stata pronunziata
la sentenza della tua causa di Vannes. Che
notizie hai?
- Nessuna notizia, che sappia! A dirti il vero,
il risultato mi preoccupa tanto poco, che mi ero
scordato il giorno, e non ho nemmeno guardato la
corrispondenza di stasera. A proposito, dove si
sono cacciate le lettere?
- Eccole, pap, - disse Simona, prendendo da
un angolo della tavola un pacco di lettere e di giornali,
e portandolo al padre.
- Questa piccina sa sempre dove sono le cose! -
esclam il signor d'Avron pieno di ammirazione.
Era orgoglioso di Simona, la maggiore dei suoi
tre figlioli, prima di tutto perch gli rassomigliava,
nella salute, nell'eleganza innata, nei lineamenti
fini e nella bellezza della carnagione; poi perch gli
ricordava una antenata, rimasta celebre in famiglia
per il suo eroico contegno ai tempi della Rivoluzione.
Osmin, aveva sempre avuto per la ragazza
una speciale simpatia. Quando era bambina la colmava
di regali e di dolci, e ora, divenuta una ragazzona
diciannovenne, pur osservando di fronte a
lei il rispetto dovuto, le dimostrava tuttavia una
affettuosit impacciata, rude, maldestra, che si
esprimeva in modo bizzarro. Parlando di lei, diceva:
- Ha una gran testa! -
Era il pi grande elogio che potesse fare a una
donna. Talvolta, in presenza di Simona, giungeva
perfino a esporre qualche progetto o idea, che non
avrebbe mai esposto in presenza di un'altra donna,
per esempio della signora d'Avron.
Quella sera la fissava con attenzione speciale,
mentre restava in piedi tra lui e il padre, riscaldando
uno dopo l'altro, alla fiamma del caminetto,
i piedi calzati di scarpine di raso.
Il signor d'Avron aveva intanto trovato, tra la
corrispondenza, una lettera che scrutava con apprensione.
- Questa orribile busta gialla e il timbro di
Vannes!... Deve essere del tuo collega, - disse a
Osmin. - La causa sar stata rinviata. -
Dopo essersi cos incoraggiato, si indusse ad
aprire la lettera, ma appena lette le prime righe,
si lasci sfuggire una esclamazione:
- Ma no! Questo  troppo! Quell'imbecille mi
scrive che abbiamo perduto!... -
Gett via la lettera con collera. Il sangue gli era
salito al viso, gesticolava, andando su e gi a grandi
passi.
- Come! Questi furfanti di usurai osano esigere
la riscossione di un vecchio debito che ho gi pagato
almeno due volte,  provatissimo, e perch ho
dimenticato di ritirare le cambiali, non credendo
possibile tale abuso di fiducia, ci sono dei giudici
che danno loro ragione... per aiutarli a derubarmi,
in poche parole! Il Tribunale!... Peggio che alla
macchia!...
- Perch ti ci metti? - replic freddamente
Osmin, che aveva raccolto la lettera e finiva di leggerla.
- Ti ho sempre detto che la causa era pericolosa,
visto che tu, per il disordine della tua amministrazione,
non puoi esibire alcun documento
valido. Era meglio accettare l'accomodamento che
ti proponevano.
- Non ci mancava altro! Lasciarmi portar via
degli altri denari!
- Oggi, con le spese e gl'interessi, te ne porteranno
via il doppio.
- Ma  una infamia! - esclam incollerito il
signor d'Avron, - non la subir! Andr in Appello,
in Cassazione, se occorre! -
L'idea di ricorrere in Appello lo consol subito,
trasform il suo aspetto abbattuto in sereno, come
se il giudizio fosse gi stato dato in suo favore.
- Benone, - dichiar Osmin - cos spenderai
tre volte di pi invece che due soltanto!
- Sono sicuro di vincere in Appello. -
Osmin accenn energicamente di no con la testa,
e il signor d'Avron conchiuse:
- Almeno guadagner tempo. Per ora  la cosa
pi importante, dato che non ho denaro per pagare...
e non so nemmeno se lo troverei...! -
Facendo questa confessione, il signor d'Avron
abbassava istintivamente la voce, perch non gli
piaceva insistere sulle cose sgradite, e non perch
si ricordasse della presenza di Simona. Come molti
genitori, era convinto che i figli vedono e sentono
poco, o non comprendono affatto, e con la consueta
storditaggine, si era gi quasi dimenticato della
presenza della ragazza che, continuando il suo lavoro,
era entrata nella stanza vicina.
Osmin, invece, con la sua incomprensione di certe
delicatezze, di cui talvolta si esasperava il signor
d'Avron, cercava di alzare il tono della voce e metteva
con forza i puntini sugli i.
- S... tutto il tuo denaro  impegnato... i tuoi
beni sono coperti d'ipoteche. Adesso stai perdendo
anche il credito, oltre il resto...
- Non hai bisogno di ricordarmelo, - interruppe
l'amico. - Lo so anche troppo bene e me ne
cruccio abbastanza! -
Infatti, da un momento, era preoccupato; il suo
viso, mobile come quello di un ragazzo, era alterato;
e aveva lasciato spengere il sigaro.
Osmin riprese, senza piet:
- E che cosa fai per salvare la situazione?...
Prendi tempo, non importa a qual prezzo. Cos si
tira la corda fino a che non si spezza; si indietreggia
per meglio precipitare. -
Ma gi il signor d'Avron si rasserenava e:
- Secondo la tua abitudine, vedi tutto nero!
Non  la prima volta che mi dai per spacciato, mentre
me la sono sempre cavata, come me la caver
anche adesso, grazie ai miei fosfati! -
Il signor d'Avron, parlando cos, si appoggiava,
per ritrovare l'equilibrio, a una vecchia esperienza.
Ogni dieci anni circa, come per un patto col destino,
dissipava un patrimonio ma al momento opportuno
ne ritrovava un altro.
Dai venti ai trent'anni aveva consumato l'eredit
della madre; poi, nel periodo seguente, quella
del padre; a quarantanni aveva avuto la dote della
moglie e a cinquanta l'eredit dei suoceri. Ora, a
sessanta, tutte queste varie fonti erano esaurite.
In compenso, proprio al momento critico, si era
presentato l'affare dei fosfati di Mingrelia, un affare
magnifico, di sicura riuscita e di enorme rendimento.
In virt della fortuna che lo proteggeva,
al signor d'Avron era stata offerta la presidenza del
consiglio d'amministrazione, formato di persone
della migliore societ. Era piacevolissimo per lui
trovarsi al primo posto, scorgere all'orizzonte una
grande ricchezza, che verrebbe presto e senza sforzi.
Da due anni la sua mente era solita rifugiarsi nei
fosfati di Mingrelia, per liberarsi da ogni preoccupazione.
Osmin, esitando, come se lo addolorasse dire di
pi, volse uno sguardo verso il signor d'Avron, e
un altro verso il salotto vicino, dove si intravedeva
la figura di Simona. Poi si decise, e disse lentamente:
- E se l'affare dei fosfati non riuscisse? -
Il signor d'Avron sussult e, con una violenza
che dimostrava, nonostante tutto, quanto fosse impressionato
dalle parole di Osmin, esclam:
- Diventi matto! Che cosa ti prende, stasera?
Venirmi a dire, senza alcun fondamento, queste
sciocchezze, e predirmi tutte le catastrofi che possono
e non possono avvenire? Spero che non pretenderai
di essere informato meglio del presidente
del consiglio di amministrazione! Non dobbiamo
avere la minima preoccupazione, te lo posso assicurare.
Lo sfruttamento si  iniziato sotto i migliori
auspici, e presto verranno distribuiti i dividendi.
Le nostre azioni si vendono gi al doppio
del prezzo di emissione; tra pochi giorni saranno
quotate in borsa... -
Riferiva esattamente le frasi pronunziate dal relatore
nell'ultima seduta e, ripetendole, riprendeva
la consueta sicurezza.
Ma Osmin, senza cambiare espressione, con il
medesimo tono reciso, continu:
- Se le tue azioni valgono qualche cosa, vendile,
e vendile presto, perch, a parer mio, l'affare sta
per andar all'aria. Ho notizie molto sicure, e non
ho voluto aspettare domani , per comunicartele. In
certi casi la pi piccola perdita di tempo pu essere
fatale. Speculate su una base falsa: i giacimenti
di fosfati sono esauriti o quasi, le spese superano
le entrate, il lavoro di sfruttamento non continua
pi che a fatica, e una compagnia inglese si prepara
a darvi il colpo di grazia.
- Chi ti ha detto questo?
- Qualcuno che se ne intende e che torna di
laggi.
- Ma anch'io sono stato laggi, - protest il
signor d'Avron - e ho visto le magnifiche officine,
ho visto...
- Hai visto quello che ti hanno fatto vedere, e
non sai come stanno le cose laggi, come non sei
informato degli imbrogli che si combinano qui, vicino
a te.
- Imbrogli? Non dirai che io e i miei colleghi
non siamo tutti galantuomini, spero!
- Quasi tutti. Ma in affari bisogna temere due
categorie di persone: i furfanti che ci imbrogliano,
e gli ingenui che si lasciano imbrogliare insieme
con noi.
- Ma benone! Ora sono diventato perfino ingenuo!
- Permetti che ti dica brutalmente la verit. Tu
vivi in un mondo che non  il tuo e del quale
ignori, n puoi comprendere, i tranelli e i pericoli;
ti sei accollato un lavoro superiore alle tue forze
in qualsiasi circostanza, e ancor pi nelle circostanze
gravi che possono delinearsi. Non riuscirai
a salvare l'affare, e ci perderai quello che ti rimane.
- Che cosa vuoi che ci perda? Non ho investito
denaro, e mi hanno dato delle azioni.
- Ci hai messo il tuo nome, - replic freddo e
breve Osmin. - devo ricordarti che cosa vuol
dire? -
Dicendo questo riviveva con amarezza la propria
vita, e il cuore sensibile del signor d'Avron ne fu
commosso.
- S, lo so...  naturale che tu sia in pensiero,
povero amico, - disse. - Il tuo timore esagerato
 una prova dell'affetto che hai per me; ma sarebbe
una vera imprudenza voltare le spalle alla mia migliore,
alla mia unica probabilit di riuscita; perch
non mi rimane altro! Se non riassetto in qualche
modo le mie finanze, che mi rimane da fare,
dimmelo? -
Osmin, che aveva ripreso il cappello e si disponeva
ad andarsene, si ferm e rispose:
- Prendere la sola decisione possibile nel caso
tuo e con il tuo carattere: liquidare, pagare tutti
i debiti vendendo la propriet in Africa, la villa
di Nizza, questo palazzo... -
Il signor d'Avron fece un salto, sentendo l'ultima
parola:
- Come? Mi hai gi costretto ad affittare il secondo
piano, cosa che mi  insopportabile! Sopra
la mia camera un marmocchio grida tutta la notte,
e sopra il mio studio una macchina da cucire lavora
tutto il giorno; ora vorresti che io... che uscissi
di casa mia! Neppur per sogno! Che cosa mi resterebbe?
Dove andrei?
- Sempre in casa tua, in Brettagna, vivresti in
pace e con parsimonia del reddito della tua terra
che, spero, potremmo conservare libera di passivit. -
Il viso del signor d'Avron si alter in modo penoso;
poi dichiar non convinto:
- Potrei farlo se fossi solo, ma non posso rovinare
l'avvenire di mia moglie e dei miei figli...
- Non sarebbe invece salvarlo? E siccome non
sei il solo interessato, perch invece di nascondere
la verit, non consulti tua moglie e tua figlia? Non
si debbono ingannare le persone per evitare loro
delle pene, e si pu dire tutto ai propri cari, quando
si ha la fortuna di essere compresi e amati... -
Una ombra pass sul viso di Osmin, e la sua voce
dura ebbe una inflessione particolarmente malinconica
nel pronunziare le ultime parole.
Il signor d'Avron protestava:
- Io! Proprio io, dovrei spaventare la mia povera
moglie, a rischio di uccderla, rivelandole guai
che non sospetta nemmeno! Dovrei rattristare i
miei figli, mettere la casa sottosopra! E proprio
quando le cose si accomodano, quando ho la certezza
di riuscire, perch, qualunque cosa tu dica,
l'affare  ottimo, e non commetter la follia di rinunziarvi!... -
Il signor d'Avron, come la maggior parte degli
uomini deboli e leggeri, era soggetto a crisi di ostinazione,
durante le quali non ascoltava n ammetteva
nulla, all'infuori dell'idea che gli passava per
il capo in quel momento. Osmin comprese l'inutilit
di discutere pi a lungo e, senza dire altro, seguito
dall'amico altrettanto silenzioso e un po' accigliato,
se ne and di passo svelto attraverso i saloni,
ora bui e deserti.
Che cosa strana, pensava il signor d'Avron,
tornando indietro solo, subito dopo che la mente
di un uomo possa essere sempre sotto l'impressione
degli avvenimenti della giovent! Quel povero
Osmin non sogna che catastrofi!
Emise un sospiro di sollievo, come se tutte le predizioni
sinistre, tutti i pensieri spiacevoli si fossero
dileguati, insieme con Osmin, lontano lontano, nella
profondit della notte.
Egli giudicava le cose secondo la sua esperienza di
persona felice, e il suo viso riprendeva la consueta
serenit. Guard intorno.
Ma davvero il dolore sarebbe entrato l, in quella
casa tranquilla, nella sua vita, che era stata sempre
fortunata; avrebbe colpito i suoi cari, cos felici,
buoni, amati?
L'ipotesi gli parve mostruosa e l'allontan dalla
mente, con orrore. Per distrarsi, mentre andava a
letto ricominci con rinnovato piacere i suoi calcoli,
accarezzando, al solito, mille progetti per
quando sarebbe ricco, molto ricco, quando, invece
di vendere il palazzo, comprerebbe quello accanto,
e mariterebbe secondo i suoi desideri Simona, dandole
una bella dote.
Simona, per il momento, non pensava davvero a
sposarsi, e tanto meno alla dote. Qualche minuto
prima della partenza di Osmin, era tornata nella
sua camera, una graziosa camera bianca e rosa e,
seduta su una seggiolina bassa, il mento appoggiato
alla mano, ripensava alla conversazione che
aveva udita poco prima, non per puro caso.
Gi da molto tempo era assalita da timori, dapprima
vaghi, ai quali poi tanti indizi, accuratamente
notati, avevano a poco a poco dato forma e
consistenza. Le parole di Osmin troncavano i suoi
ultimi dubbi. Lo giudicava uomo serio, sincero, incapace
di affermare cosa di cui non fosse sicuro, e
si domandava se, quella sera, non avesse parlato
anche per lei, scegliendo la via indiretta per avvertirla
di un pericolo incalzante.
Invano ricordava gli argomenti consolanti del
padre. Questi aveva gi annunziato tante volte
il buon esito, aveva predetto cos spesso una soluzione
che non si era mai avverata! Inoltre aveva
quel senso del pericolo, quella intuizione della sventura,
che non ingannano mai un cuore di donna.
Simona univa all'immaginazione vivace, che aveva
ereditato dal padre, dirittura e fermezza di spirito
quasi virile, uniti a una delicatezza tutta femminile.
Sapeva scoprire la verit, guardarla coraggiosamente
in faccia, avere una opinione e prendere
anche una decisione.
A causa della salute malferma della madre,
quasi tutta la responsabilit della famiglia e la
cura dei fratelli gravavano su lei, dandole l'abitudine
di riflettere, e una certa esperienza, abbastanza
rara alla sua et.
- La nostra figliuola ragiona meglio di noi, -
diceva talvolta, per scherzo, il signor d'Avron alla
moglie, stupita come lui della seriet e della fermezza
di carattere che Simona dimostrava in tutto.
Che cosa accadrebbe di pap e di mamma?
pens, considerando gi, nel suo spirito vivace, le
conseguenze della rovina alla quale aveva alluso
Osmin.
Non pens minimamente a se stessa.
Amava il lusso che la circondava fino dall'infanzia,
non tanto per i vantaggi materiali, quanto
per la soddisfazione che dava ai suoi spiccati sentimenti
aristocratici, al suo amore innato per tutto
ci che era bello.
Tuttavia, per quello che la concerneva, l'avrebbe
facilmente sacrificato a un dovere superiore, a
una necessit assoluta. Si sarebbe facilmente rassegnata
a vivere in campagna, una vita seria e decorosa,
nel maniero avito.
Ma pap?... Come potrebbe fare a meno del suo
club, dei suoi amici, dei suoi ricevimenti, di tutto
ci che lo diverte e gli piace? si chiese col cuore
gonfio. E mamma... d'inverno, in un paese cos
deserto, in quella grande casa fredda, senza ricevere,
senza distrarsi, costretta a prendere l'automobile
anche per andare alla Messa la domenica?
Non riusciva a figurarseli ambedue, privi di
quel superfluo che ritenevano necessario. Ma se
rimanevano solo le terre, avrebbero avuto il necessario
per vivere?
E i ragazzi, quei poveri ragazzi?... pens a
un tratto, ripresa dall'angoscia.
Pareva che i timori aumentassero e rafforzassero
la tenerezza per i suoi cari; avrebbe voluto consolarli
in anticipo dei dolori che prevedeva. Non
le pareva vero che spuntasse il giorno per rivedere
i genitori, e improvvisamente le venne un desiderio
cos vivo di abbracciare i ragazzi, che non
pot resistere.
Pian pianino entr nella camera vicina alla sua,
dove dormivano i due piccini.
Una lampadina da notte rischiarava la camera;
Simona si accrse subito che durante la sua assenza
non erano stati buoni. Il lume accanto al
letto di Giorgio era acceso, e un libro illustrato e
rilegato in rosso giaceva per terra.
Il ragazzo, dotato di intelligenza precoce, per
quanto non avesse che dieci anni, si appassionava
alla lettura anche a danno della sua salute, nonostante
le proibizioni e le precauzioni. Quella sera
si era addormentato dopo aver letto racconti di
viaggi avventurosi, e doveva riviverli in sogno, perch
si moveva, si agitava, scostando le coperte, a
rischio di riprendere il forte raffreddore del quale
era appena guarito.
Quanto a Maddalena, pi piccola, ma non meno
disobbediente, si era contentata di alzarsi di nascosto,
per prendere la bambola e portarla a letto
con s; poi si era sprofondata cos bene nelle coperte,
che non si vedeva ora che la testa della
bambola.
Come tutti in famiglia, la sorella maggiore andava
pazza per quella bambina di cinque anni,
bionda, ricciuta e paffutella, la sua figlioccia, l'ultima
arrivata, accolta tanto meglio perch non era
davvero attesa. Le accomod i capelli arruffati e
la baci pi volte con insolita commozione. Poi
si avvicin anche a Giorgio, e dolcemente lo copr,
lo rincalz, gli dtte un bacio in fronte.
Neanche lui si svegli, ma si volt verso il muro,
con un piccolo mugolio di soddisfazione. Ora tutti
e due dormivano tranquilli. Per molto tempo ancora
sognerebbero cos, indifferenti a una diminuzione
del patrimonio che, per il momento, non li
priverebbe di nulla.
L'avvenire, dapprima tanto oscuro, si rischiarava
a poco a poco davanti ai suoi occhi, e quando
and anche lei a coricarsi, era gi rassegnata,
quasi assuefatta alla nuova vita.
Faceva mentalmente progetti di riadattamenti
nel vecchio castello, e pensava, per le serate invernali,
di organizzare, con il curato e qualche vicino,
partite di whist. Al signor d'Avron piaceva
molto questo giuoco. Ebbe perfino una rapida visione
di vacche, di latteria, di zangole perfezionate.
Una vecchia signora abitante nei dintorni di
Nantes, vedova di un generale senza mezzi, era
riuscita, a quanto si diceva, a provvedere alla
famiglia, fabbricando e spedendo burro di Brettagna.
Non era difficile n indecoroso fabbricare burro
di Brettagna. La sua antenata aveva visto ben
altro quando era emigrata ad Amburgo, ai tempi
della Rivoluzione!
Dicono che le somiglio, pens Simona, con
un briciolo di orgoglio.
Il suo ultimo pensiero, prima di addormentarsi,
fu per l'antenata dal viso energico e fiero, e
dalle belle mani bianche e fini che pure avevano
conosciuto il lavoro.


Capitolo 2.

Come accade spesso a chi fa castelli in aria,
Simona aveva dimenticato una cosa sola: come
indurre il signor d'Avron a seguire i consigli di
Osmin.
Il giorno seguente, a colazione, non fece che
parlare dei fosfati di Mingrelia, con un entusiasmo
da esaltato, in cui, cercando bene, si sarebbe
potuto scorgere il bisogno di scacciare il ricordo
spiacevole della conversazione della sera precedente.
Poi, siccome la moglie si interessava pochissimo
ai fosfati, Giorgio e Maddalena restavano a
bocca aperta e Simona faceva domande un poco
troppo precise, usc prima del solito per recarsi
alla sede della societ e trovarvi qualche collega
con il quale montarsi ancora di pi la testa.
- Mamma, - chiese Simona quando egli fu
uscito - tu, fai assegnamento su questo affare dei
fosfati? -
Aveva deciso di confidare tutto, alla madre, che
sola poteva convincere il signor d'Avron; ma sapeva
che era molto impressionabile. Con vero sollievo
la sent rispondere subito:
- Non ci penso minimamente. -
Poi la signora d'Avron, esponendo la sua idea,
prosegu:
- Vedi, mi pare sempre strano che persone del
nostro ambiente parlino di guadagnare denaro.
Quando ero giovane non ci si occupava di certe
cose, ma oggi sono di moda gli affari. Tutti gli
uomini vogliono immischiarsene, e tuo padre stesso
mi sorprende con il suo spirito pratico. -
Simona, timidamente, si arrischi a domandare:
- Mamma, sei sicura che pap sia pratico di
affari?
- Lui! - esclam la signora d'Avron, guardando
la figlia con sorpresa crescente. - Lui!
ma s'intende di tutto,  tanto intelligente! -
I suoi dolci occhi neri brillavano di ammirazione
e di fierezza nel viso pallido e minuto. Il
marito era stato la grande passione della sua
vita, una passione che neanche il sentimento materno
aveva saputo uguagliare, e credeva alla perfezione
del signor d'Avron come alla luce del
giorno.
- Ma tutti possono sbagliare, - continu Simona.
- La bont, la lealt di pap, il suo amore
per noi, il suo desiderio di renderci felici, non
potrebbero fuorviarlo, come chiunque altro? -
E Simona cominci a raccontare a poco a poco,
con tutto il riguardo possibile e la calma dovuta,
quello che aveva sentito da Osmin, la sera prima.
Ma la gravit della rivelazione ne attenu l'effetto.
Troppa distanza separava le illusioni della
signora d'Avron dalla realt, perch il passaggio
avvenisse rapidamente.
- Certo hai sentito e capito male, cosa che accade
di solito quando si ascolta un discorso che
non  rivolto a noi. E perch fidarci pi del giudizio
di quell'insopportabile Osmin, che di quello
di tuo padre, che conosce i suoi affari meglio di
chiunque altro? Me ne parla raramente, perch sa
che non me ne intendo e che mi appassiono poco
alle questioni di denaro; ma se avesse qualche
preoccupazione grave, me la confiderebbe. Se anche
avesse avuto qualche perdita di denaro, non
saremmo per nulla rovinati. La maggior parte del
nostro patrimonio  stato portato da me, e la dote
rimane sempre di propriet della donna. In tema
di diritto non so che questo, ma lo so bene. -
Simona si sent un po' rassicurata dalla fiducia
completa della madre. Questa poi sembrava cos
stanca, che sarebbe stato inutile, crudele e pericoloso,
insistere.
- Ne parler a tuo padre, - aveva concluso
la signora d'Avron.
E il giorno dopo, tutta rasserenata:
- Sei stata proprio sciocca, piccina mia, a torturarti
cos! - disse a Simona con affettuoso rimprovero.
- Ho chiesto schiarimenti a tuo padre;
non  affatto preoccupato e accomoder tutto. -
Questa formula, alquanto vaga, era la conclusione
consueta delle perplessit della signora d'Avron.
Durante la loro vita comune, suo marito
aveva sempre accomodato tutto, bene o male,
in maniera da lasciarla tranquilla e soddisfatta.
Nulla avrebbe potuto persuaderla che non sarebbe
andata sempre cos, e Simona sent che,
cercando di scuotere tale convinzione, renderebbe
la madre infelice, forse la farebbe ammalare, senza
arrivare mai a vincere in lei l'onnipotente potere
del marito.
Mai questi aveva avuto un aspetto pi calmo e
sereno. I ragazzi avevano tutta la loro solita gaiezza;
Osmin non si faceva pi vedere. La vita continuava
uguale, e perfino Simona, ingannata dalle
apparenze, presa dalla calma degli altri, arrivava
a dimenticare e a dubitare, domandandosi se, dopo
tutto, Osmin non fosse un pessimista e lei stessa
un po' pazza.
In altri momenti, invece, provava come un brusco
risveglio, quasi il senso di un pericolo che si
avvicinava, che era l, vicinissimo, tanto pi grande
in quanto non si poteva scorgere, e che nessuno
faceva nulla per scongiurare.
Aveva tentato di rivolgersi direttamente al padre.
La bont, l'indulgenza e l'eccezionale mitezza
di carattere del signor d'Avron non rendevano
difficile il tentativo, e Simona rimase molto stupita
di vederlo andare in collera alle prime parole.
- Cominci anche tu a immischiarti di quello
che non  affar tuo? - esclam con impazienza.
- Non basta che risponda alle domande di tua
madre? Devo inoltre presentarti i conti? Si direbbe
che non vi fidate di me e che vi siate unite
per spiarmi! -
Ma si pent subito, vedendo Simona sbalordita,
con le lacrime agli occhi, turbata da quella violenza
alla quale non era avvezza. Accarezz la testa
della figlia, aggiungendo, col tono con cui si
parla ai bambini per quietarli:
- Non ti crucciare, tesoro mio, tutto va bene,
tutto va per il meglio. -
Forse perch tutto andava per il meglio, egli
tronc il discorso e usc a precipizio, e nei giorni
seguenti evit, ora con un bacio, ora con una facezia
o una fuga, tutti i tentativi di Simona, fino
a evitare con cura di rimanere solo con lei?...
Tuttavia, una mattina, essendosi alzata per tempo,
riusc a trovarlo solo nello studio. L'accolse
con l'aria infastidita di chi viene sorpreso e disturbato.
- Non potresti lasciarmi solo, cara? - disse.
- Ho tanto da fare!... -
E le indicava, sparsi sulla scrivania, i fogli coperti
della sua scrittura irregolare e quasi illeggibile;
si sarebbe potuto supporre, a giudicare dai
suoi lineamenti stanchi, che avesse passato la notte
a lavorare.
- Mi dispiace di disturbarti, pap, - cominci
Simona timidamente. -  per i salari di Claudio
e di Maria.
- Ah! Quanto devono avere?
- Sette mesi ciascuno.
- Diamine! - brontol il signor d'Avron, prendendo
la chiave del cassetto.
Simona ricordava il modo in cui, in altri tempi,
apriva quel cassetto: volentieri, presto, con premura,
alla minima richiesta. Spesso, quando era
piccola, le aveva permesso di frugarvi lei stessa,
e tutte le monete d'argento che le sue manine potevano
contenere, erano destinate ai poveri. Questa
volta tir a s il cassetto con un gesto secco,
quasi violento, vi si chin sopra per nasconderne
il contenuto, lo richiuse fortemente, e gettando
sulla scrivania un rotolo di luigi:
- Tieni, - disse - dai loro questo, per ora,
in attesa del rimanente! Sono proprio gente priva
di ogni riguardo; scelgono sempre il momento
peggiore.
- Attraversiamo un momento cattivo?... - mormor
Simona.
Suo padre, che teneva la testa tra le mani, fissando
intensamente le pagine che lui stesso non
era pi capace di leggere, non la ud o finse di non
udirla. Simona comprese che gli eventi precipitavano,
e che tutte le difficolt, fino allora segrete,
non tarderebbero a venire alla luce.
L'ultima quindicina di dicembre cominciava, e
insieme l'agitazione propria di quel mese.
Il campanello di casa d'Avron squillava senza
tregua. Erano persone che venivano a fare gli auguri,
o fornitori che portavano un conto. Simona
osserv che questi erano pi numerosi degli altri
e tornavano pi spesso.
Il signor d'Avron era sempre fuori di casa. Faceva
una vita attivissima, che contrastava con le
sue tendenze naturali, e nei rari momenti che dedicava
alla famiglia, appariva pi serio e silenzioso
del solito. Dal principio del mese parlava
molto meno dei fosfati, e da qualche giorno non
ne parlava affatto.
Una mattina riapparve calmo, con la consueta
espansivit, e confess:
- Abbiamo avuto sorprese sgradevoli, e la nostra
societ ha attraversato una grave crisi; ma
per fortuna tutto si  accomodato secondo i nostri
desidri. La compagnia americana che voleva
stroncare la nostra impresa ha deciso invece di
assorbirla, in modo che, riorganizzata con nuovi
capitali, andr a meraviglia. Ci siamo riserbati
una parte degli utili... -
E una volta cominciato, non si ferm pi. Promise
a Giorgio, con sua grande gioia, un viaggio
in America, e a Maddalena cinquanta azioni della
nuova societ, cosa che la lasci del tutto indifferente.
Il giorno dopo invit a pranzo un signore molto
brutto, con le basette troppo lunghe e rade, rappresentante
della compagnia americana con la quale
stava trattando e, come diceva il signor d'Avron,
persona simpaticissima.
Poi non parl pi del signore, della compagnia
americana e dei fosfati. Per due o tre giorni il signor
d'Avron si fece vedere appena, tornando tardi
per i pasti e senza che il suo appetito si avvantaggiasse
del ritardo.
- Lavori troppo, - gli diceva con tenero rimprovero
la moglie. - Sarebbe assai meglio che tu
guadagnassi meno e avessi pi cura della tua salute. -
Lui non rispondeva, ma nel suo sorriso c'era
una amarezza che Simona sola vedeva, seguendo
giorno per giorno sul suo viso i segni sempre pi
evidenti della catastrofe, che sapeva ormai inevitabile.
Qualche raggio di speranza, destinato a
spengersi subito, brillava ancora; rari momenti
di calma, seguiti da temporali ancor pi violenti.
Una domenica, per la vigilia di Natale, il signor
d'Avron domand appena tornato a casa:
-  venuto Osmin? -
Simona non ebbe bisogno di osservare il tono
alterato della sua voce e l'espressione stravolta
dei suoi occhi, per indovinare che l'ora fatale si
avvicinava.
Non doveva esserci la minima speranza di salvezza,
dal momento che capiva la sua mancanza
di perspicacia, perdeva il coraggio, e dimenticava
perfino il suo amor proprio, al punto di cercare
Osmin, di ricorrere ai suoi consigli che aveva sempre
sdegnati.
Finch non arriv l'avvocato, err, come un'anima
in pena per l'appartamento, pigliandosela con
Claudio, perch una finestra era mal chiusa, e
avendo quasi una crisi di nervi perch Giorgio,
senza volerlo, agitava un piede in modo fastidioso.
Appena comparve Osmin, si chiuse con lui nello studio.
Non si percepiva il minimo scoppio di voce dal
di fuori, come per lo pi avveniva quando il signor
d'Avron parlava, rideva e discuteva con i
suoi amici, ma appena un mormorio basso e sordo.
Questo dur per un'ora, per due ore, per tutto il
pomeriggio.
La signora d'Avron si impazientiva e si sfogava
con Simona:
- Tuo padre dimentica che ha promesso di aiutarmi
a preparare l'albero di Natale mentre i ragazzi
sono a lezione, e il tempo passa! Potremmo
intanto fare i fiocchi. -
Simona si mise docilmente ad annodare i nastri;
ma le sue dita avevano un tremito involontario, e
un sudore freddo le bagnava la fronte. Pi di ogni
altra cosa, era spaventata dall'incoscienza della
madre, poich dopo aver tanto sofferto in quella
lunga attesa, la soluzione prevista le faceva quasi
l'effetto di una liberazione.
Una volta precipitati in fondo, tenterebbero di
rialzarsi.
- Spicciati, - ripeteva la signora d'Avron. -
Intanto andr a vedere se hanno attaccato le candele
all'albero. Da un momento all'altro i ragazzi
verranno gi, perch sospettano qualche cosa;
sono cos furbi per la loro et! -
La signora d'Avron, punto furba, lei, si incammin
verso il salotto, dove l'albero era nascosto
tra due paraventi, mentre Simona continuava il
suo lavoro. Non era meglio lasciare ai piccoli tutta
la loro gioia, soprattutto se a quella gioia dovevano
tener dietro tante preoccupazioni?
Si era avvicinata alla finestra per avere l'ultimo
raggio di luce, e non alz gli occhi dal suo lavoro
fino a che non sent entrare qualcuno.
Era Osmin, solo. Si avvicin a Simona e si ferm
in silenzio.
Lei lo guard fisso negli occhi. Si sentiva di
nuovo padrona di tutto il suo coraggio, e con calma
gli disse:
- Parlate a bassa voce, per riguardo alla mamma.
Potrebbe udire, come accadde a me l'ultima
volta. So gi quello che dovete annunziarmi e mi
sono abituata all'idea di vivere in campagna, ad
Avron. -
Rideva quasi, credendo di sorprenderlo, e, nonostante
tutto, non era insensibile al piacere di
mostrarsi coraggiosa a chi teneva le donne in cos
poco conto. Ma egli non parve sorpreso n confortato,
e con un sogghigno che poteva esprimere sdegnosa
ironia o viva contrariet, le disse:
- Non si tratta di questo, no, proprio no!... -
La volgarit fisica e la rudezza istintiva di
Osmin non erano mai tanto palesi quanto nei momenti
in cui si sentiva imbarazzato. Simona ne fu
colpita, come se una mano maldestra l'avesse battuta
e mormor impallidendo:
- Che c'?
- Sentite, - riprese Osmin con rude franchezza
- il pi grande servigio che si possa rendere
alle persone,  quello di dire loro la verit. Perch
dovrei nascondervi ci che presto saprete? 
necessario tutto il coraggio e supporre subito il
peggio.
- La rovina completa, - disse Simona. - Non
ci resta pi niente?... -
Non aver pi niente! Non aveva mai supposto
di arrivare a tal punto, e la prima impressione
fu violenta. Eppure la sua energia non piegava.
Si era alzata, senza badare al leggero tremore
delle gambe, e stava diritta davanti a Osmin, in
attesa della conferma dei suoi timori.
- Peggio ancora, - fu la risposta.
E poich ella taceva, ammutolita, l'avvocato continu,
col medesimo sogghigno:
- Si vede che non siete pratica di affari. Non
sapete che si pu perdere pi del patrimonio...
- L'onore! - aggiunse Simona. - Ma come
mai?... -
Si appoggiava con tutt'e due le mani alla spalliera
della poltrona, sentendo vacillare tutto intorno
a s, mentre le sue parole brevi e tronche
andavano diritte allo scopo.
La spiegazione aveva preso una piega che garbava
a Osmin, il quale, ora che il sentimento faceva
posto alle questioni pratiche, ritrovava la
sua lucidit di mente.
- La Societ dei fosfati  in pieno fallimento.
La catastrofe  stata quasi improvvisa. Contemporaneamente
al cattivo esito dello sfruttamento,
che era stato a lungo nascosto, si sono scoperte
alcune irregolarit evidenti nella gestione
finanziaria, irregolarit dovute a imprudenze di
alcuni e a frodi di altri. La compagnia americana
rivale ha saputo valersi, con abilit diabolica,
di questa situazione: dapprima ha fatto finta
di voler rilevare l'affare, per impedire che corressero
ai ripari trattando con altri; poi, all'ultimo
momento, si  rimangiata le offerte. Il fallimento
pu essere dichiarato da un momento all'altro;
 necessario che vostro padre svincoli la
sua responsabilit, altrimenti corre il pericolo...
- Che pericolo?
- Che si proceda contro di lui. -
Simona soffoc un grido.
Mai tale probabilit le si era affacciata alla mente,
nemmeno nelle visioni pi fosche, nemmeno nei
momenti in cui la sua immaginazione lavorava pi
follemente. Col senso di assoluta giustizia, propria
dei giovani, non aveva mai pensato che una
leggerezza e una colpa potessero avere lo stesso
valore, che si potesse trattare un galantuomo inetto
con la stessa severit, pi severamente anzi,
del pi abile furfante. Le parole di Osmin le sembravano
una menzogna, un insulto, una bestemmia,
e lo guardava con occhi fiammeggianti di ribellione
e d'indignazione.
- S, bisogna essere un bruto per parlarvi cos,
- continu questi, colpito da quello sguardo.
- Un uomo educato, di animo gentile, avrebbe
taciuto e si sarebbe tirato indietro. Ma io ho tolto
a vostro padre le ultime illusioni e compio il medesimo
dovere verso di voi. Dovere spiacevole per
me, utile per voi. -
Simona ebbe l'impressione ch'egli, a modo suo,
le volesse bene, ma le aveva arrecato un tale dolore
che non riusciva a ringraziarlo.
Non seppe far altro che implorare, temendo che
la madre non avesse la forza di sopportare un dolore
cos grande:
- Non lo dite alla mamma... Almeno per ora! ..
- Perch? Il tempo stringe e i vostri sforzi riuniti
saranno appena sufficienti. -
In quell'istante, la signora d'Avron ricompariva
sorridendo.
- Mi pareva bene di riconoscere la vostra voce,
signor Osmin, - esclam gaiamente - eppure
parlavate a voce bassa... come se aveste fatto delle
confidenze a mia figlia. Venite a vedere il nostro
albero di Natale:  riuscito meglio di quello dell'anno
scorso! -
Non poteva osservare bene i loro visi nella luce
crepuscolare, ma rimase colpita dal loro atteggiamento,
e cambiando tono, domand:
- Come mai cos sconvolti? -
Ma non le rispondevano, ed ebbe paura.
- Mio marito! Dove  mio marito? - grid.
Si avvi per uscire, ma Osmin la trattenne.
- Signora, aspettate, - disse - che abbia fatto
da parte sua una confessione penosa... -
La signora d'Avron era rimasta impietrita, con
gli occhi sbarrati dallo stupore e dall'angoscia,
scossa dai piedi alla testa da un tremito nervoso.
Udiva appena le parole affettuose della figlia, e
quello che Osmin le spiegava riguardo alla rovina,
al fallimento, ai provvedimenti da prendere. Un
grido le venne alle labbra:
- Mio marito!... Bisogna che parli a mio marito!... -
Si alz, sollevata da una forza fittizia e, correndo
come una pazza, si slanci verso lo studio
del marito.
L'oscurit regnava nella stanza. Si poteva distinguere
appena, in fondo, sul divano, il corpo
accasciato del signor d'Avron e il candore dei
suoi capelli.
La moglie cadde in ginocchio davanti a lui, gridando:
- Non  vero, Roberto, non  vero! Dimmi che
non  vero! -
Lui non rispondeva; indietreggiava, nascondendo
il viso, perch non si vedesse la sua angoscia
e per non vedere il dolore dei suoi cari.
Solo allora la povera donna cominci a comprendere,
e pot ammettere questa cosa incredibile:
che il marito si fosse sbagliato, che fosse incapace
ormai di difenderla, di proteggerla; ma,
troppo debole moralmente e fisicamente per invertire
le parti, senza saper trovare una parola
di speranza e di conforto, si mise a singhiozzare,
sbalordita, terrorizzata, come se il cielo sprofondasse
sul suo capo.
Quest'ultimo colpo era troppo forte per il signor
d'Avron; si volse, balbettando con voce interrotta
parole inintelligibili, mentre -grosse lacrime
gli solcavano le gote.
In quelle poche ore, era invecchiato di venti anni.
La realt, fino allora nascosta dalle sue illusioni,
gli si era rivelata come agli altri, per la
prima volta.
Il suo accasciamento era senza limiti, come senza
limiti era stata la fiducia in se stesso; e il contrasto
tra la triste condizione presente e la spensieratezza,
il brio e la gioia di vivere che erano
abituali in lui, rendeva tale spettacolo doppiamente
penoso.
- Sii coraggioso... per la mamma!... Mamma,
abbi coraggio per pap! - ripeteva Simona, andando
dall'uno all'altra. - Non ti resta l'amore
dei tuoi figli?... -
Il pensiero delle sue creature provoc nel signor
d'Avron una nuova crisi di dolore.
- Poveri figliuoli! Io stesso ho rovinato il loro
avvenire! -
Le riflessioni, evitate a lungo, affluivano, kcome
in folla, al suo cervello incapace a contenerle tutte.
- Ho reso infelici i miei figli!... Infelice mia
moglie!... L'ho uccisa!... - ripeteva disperato,
vedendo la moglie abbandonarsi tra le braccia di
Simona, senza forza, presa da un torpore pi pericoloso
dell'agitazione di poco prima.
Quasi che la scena non fosse abbastanza triste,
si udirono nei passetti furtivi nel corridoio, si
fermarono davanti alla porta; una spinta e i due
piccini entrarono correndo, tenendosi per mano,
felici al pensiero di scoprire l'improvvisata che
spiavano fin dal giorno prima, e di trovare l'albero
di Natale nello studio di pap, dove tutti i
grandi pareva si fossero dati un misterioso convegno.
La mancanza dell'albero, l'accoglienza imbarazzata,
senza rimproveri n carezze, resero subito
attoniti i loro visini. Poi Giorgio, gi in grado di
osservare la strana espressione di tutti, si precipit
verso la madre, con un grido lacerante:
- Mamma ha pianto! Mamma sta male! Dio
mio! Dio mio!... -
Grazie alla sua precoce intelligenza e all'eccitabilit
nervosa che aveva ereditato dalla madre,
il povero piccino si spaventava, facendo domande
sempre pi imbarazzanti, finch furono costretti
a dirgli una piccola parte della verit. C'erano
cattive notizie di un affare, ed era questo che impensieriva
la mamma.
Giorgio ascoltava in silenzio, fissando, uno dopo
l'altro, i presenti, con occhi luminosi, troppo profondi
per quelli di un bambino. Sembrava rimuginare
pensieri gravi nella sua mente infantile, e
alla fine consent ad andarsene, insieme con la sorellina
che piangeva a calde lacrime senza sapere
perch.
L'intermezzo aveva infuso a tutti un po' di calma.
Osmin, che giudicava pi che sufficiente il
tempo dato a considerazioni di genere sentimentale,
credette giunto il momento di tornare ai fatti.
- E ora, - chiese all'amico - che progetti hai?
Suppongo che non aspetterai qui, a braccia incrociate,
la dichiarazione di fallimento e quello che
pu seguire? -
Il signor d'Avron si raddrizz, con il viso in fiamme,
preso da una esaltazione febbrile.
-  vero!... Hai ragione!... Che cosa fare?...
Devo partire... s; non  vero? Passare la frontiera?...
Non me lo potranno rimproverare! Lascio
qui tutto quello che ho!... A che mi servirebbe restare...
per... -
Non fin la frase.
Il solo pensiero di quella possibilit gli faceva
perdere la testa; poi riprese:
- Tutti i miei documenti sono l. Agirete per
il meglio e poi verrete a raggiungermi... oppure...
no! Mi abbandonerete... Sono un uomo rovinato!... -
Sentendolo parlare cos, la moglie e la figlia gli
si gettarono al collo, lo abbracciarono, tentarono
di calmarlo.
Una parola di Osmin fece pi di tutti i loro
sforzi.
- Via, stai perdendo la testa, - disse l'avvocato,
alzando le spalle. - Partire? Non ci mancherebbe
altro! -
La calma gli dava una innegabile autorit su
tutti.
- Diteci cosa dobbiamo fare, signor Osmin;
siete il nostro migliore amico! - supplic la signora
d'Avron, che si aggrappava a lui, come chi
sta per annegare si aggrappa a un buon nuotatore,
non pensando pi che era zotico n a chiedersi
perch ricevesse quell'individuo in casa sua.
- Il signor d'Avron non ha che un solo mezzo
per uscire dagl'impicci: eliminare la sua parte di
responsabilit, pagando, come hanno fatto molti
suoi colleghi.
- Sapete bene che non sono in condizioni di
pagare, - disse il signor d'Avron disperato. -
Occorre una somma enorme, che io non ho.
- Prendi la mia dote! - grid la signora
d'Avron. - Vendi i miei gioielli! Dar tutto, poco
importa, purch tu possa essere tranquillo e restarmi
vicino. -
Avendo fatto cos gli estremi sacrifici che una
donna pu compiere, si sentiva rassicurata, anzi
si meravigliava che il marito restasse cos cupo, e
non sospettava ancora che la sua dote era sfumata
da un pezzo.
- Bisogna cercare qualche cosa di pi efficace
e di pi adatto, - continu Osmin, - occorre denaro,
e prestissimo: quindici giorni al massimo. Solo un prestito pu darci la somma necessaria.
- Ebbene, chiediamolo in prestito a una banca, -
sugger la signora d'Avron, felice del rimedio
trovato, e meravigliandosi che a nessuno fosse ancora
balenata una idea tanto semplice.
- Una banca chieder garanzie che non potete
dare, - spieg con pazienza Osmin. - Solo per
affetto, un parente o un amico pu farvi questo
favore.
- Domandiamolo a qualche amico. -
Il signor d'Avron sorrise, sfiduciato.
- Credi che non abbia esaurito anche questa
risorsa? - disse con amarezza. - Da quattro giorni
conosco tutte le peggiori umiliazioni che un uomo
possa conoscere, e purtroppo, invano! Quelli
che vorrebbero aiutarmi, non hanno mezzi, e quelli
che avrebbero i mezzi, non vogliono aiutarmi. -
La signora d'Avron era stupefatta.
- Abbiamo tanti parenti, tanti amici!... -
E li enumerava.
A ogni nome che la signora pronunziava il marito
scuoteva la testa.
- S, - riprese Osmin, - so, per esperienza,
che cosa vuol dire ricorrere agli amici nei momenti
di necessit. La faccenda mi sembra quasi disperata,
eppure si deve lottare sino alla fine. Ecco
perch ho desiderato che la signora e la signorina
venissero in nostro aiuto; quando  necessario
un miracolo, spesso  una donna che lo compie. -
La signora d'Avron si accasci nella poltrona,
sfinita. Non si sentiva capace di miracoli; Simona,
invece, si rianimava, pensando che qualche cosa
poteva ancora essere tentata, e il signor
d'Avron, sempre pronto ad attaccarsi alla minima
speranza, cominciava gi a calmarsi.
- Facciamo il possibile, - disse.
Si erano seduti tutti e quattro, immobili, immersi
in tacite riflessioni, interrotte solo di tanto
in tanto da una domanda, una risposta, una rapida
discussione. Avevano gi passato in rivista
parenti e amici intimi. E evocavano ora relazioni
lontane, conoscenze quasi dimenticate, proponevano
rimedi impossibili, accomodamenti pazzeschi.
- Per prestare la somma necessaria, bisogna
averla, - diceva Osmin tentando di guidare le loro
ricerche. - Qual' la persona pi ricca della
vostra famiglia?
- Perbacco, - disse il signor d'Avron alzandosi
in piedi con subitanea ispirazione, - mia cognata...
la vedova di mio fratello! Una di quelle
ricchezze inglesi, enormi, da non saper nemmeno
quanti miliardi abbia!
- Benissimo, benissimo! - esclam Osmin.
- Ma non sar certo lei ad aiutarmi! - concluse
il signor d'Avron.
- Glielo hai domandato?
- No, non mi  venuto in mente.
- Allora come fai a sapere che rifiuterebbe?
- Perch la conosco, o meglio, l'ho conosciuta;
non ci siamo visti da almeno trent'anni. Non credo
esista donna pi dura, pi cattiva, pi indomabile
di quella inglese... un vero dragone! Nonostante
che sia una creatura appassionata, gelosa
come una tigre. -
L'impressione ricevuta dal signor d'Avron era
stata certamente molto forte, se riusciva a dimenticare,
per un istante, i guai presenti e a ricordarsi
vecchi rancori.
- Voleva bene a tuo fratello?... - chiese Osmin.
- Con esagerazione, con violenza,  proprio il
caso di dire. Quel buon ragazzo, mite come un
agnellino, commosso da tanto ardore e con il miraggio
dei milioni, si lasci sposare. Ma che vita,
Dio mio, fece poi! Diffidenze, rimproveri, liti continue,
guardato a vista, segregato da tutti gli
amici, da tutti i parenti. Credo che lo tenesse chiuso
a chiave. Alla fine se lo port in Inghilterra,
dove mor certamente di dolore; e lei, piangendolo,
ha finito di perdere la testa. -
Simona ascoltava con una certa curiosit. Non
aveva mai sentito parlare chiaramente della zia
d'Inghilterra, che solo suo padre aveva conosciuta,
e che, fino ad allora, aveva del tutto dimenticata.
- Ci sono figli? - interrog Osmin.
- Ne ha avuti, ma sono morti tutti o quasi
tutti. -
Osmin guardava davanti a s, nel vuoto, come
assorto in calcoli molto difficili. Poi, con voce chiara,
espose la soluzione:
- Se non ha figli e se ha amato tanto suo marito,
deve interessarsi ancora alle persone che glieloricordano. Se  pazza, tanto meglio; far probabilmente
la pazzia di prestarti il denaro.
- Ci siamo persi di vista da tanto tempo!
- Ma avr conservato un ottimo ricordo, -
afferm la signora d'Avron, che non metteva mai
in dubbio la considerazione in cui erano tenuti
i suoi cari.
Il signor d'Avron scosse il capo.
- Eh! Non saprei!... Ci siamo bisticciati parecchie
volte. Allora ero scapolo, e sospettava sempre
che dessi cattivi esempi a mio fratello.
- Si dimenticano molte cose, in trent'anni, -
osserv Osmin.
-  una donna incapace di dimenticare, e quando
se la prende con qualcuno...
- Ma non mi ha mai vista, non pu avercela
con me! - esclam la povera signora d'Avron. -
Avr piet di me, dei miei figli...
- Forse non sa nemmeno che esistono! - sospir
il signor d'Avron. - Non rispose nemmeno
all'annunzio del nostro matrimonio, perci credo
di non averle nemmeno annunziato la nascita dei
ragazzi. Siamo ormai estranei gli uni agli altri.
- Ma non per questo non siete parenti, - riprese
Osmin - e avete in comune l'onore del nome.
Prima di dichiararsi vinti, bisogna sfruttare
le ultime risorse. -
Il signor d'Avron si raccolse un istante. La sua
fantasia era rimasta troppo a lungo inoperosa per
frenare il desiderio di inseguire una nuova chimera.
- In certi casi, i tentativi pi disperati diventano
i pi ragionevoli. C' chi riesce al di l di ogni
speranza. Bisogna pure che trovi una via di salvezza. -
Questa ultima frase rivelava la sua indole per
un istante abbattuta e subito ridesta. Cominciava
a non avere pi dubbi su quella salvezza necessaria
e dovuta, a persuadersi che non poteva soccombere,
lui, dove altri soccomberebbero, e riprendeva
con la vivacit consueta:
- Non rischio nulla, scrivendo a Eleanor. -
Cos dicendo si avvi verso la scrivania, ma
Osmin lo ferm.
- No, in un caso simile, quando si tratta di
vita o di morte, non si scrive alle persone.
- E allora?...
- Si va da loro, - conchiuse Osmin. - Certi
argomenti fanno impressione solo se sono esposti
a viva voce. -
Il signor d'Avron chin il capo con aria abbattuta,
poi confess tristemente:
- So forse che accoglienza mi far? Sarebbe
capace, rivedendomi, di farsi prendere da uno di
quegli accessi di furore cieco, dei quali conservo
il ricordo... o di mettermi alla porta, senza nemmeno
ascoltarmi. Non mi sento il coraggio di andare
incontro a un insulto simile. -
La prospettiva di affrontare la terribile cognata
raffreddava molto il suo entusiasmo.
- E poi,;- aggiunse, cercando ragioni pi serie,
- non posso allontanarmi in questo momento,
abbandonare tutti i miei affari, perdere giorni preziosi
senza risultato probabile, provocare l'opinione
pubblica con la mia assenza, e forse precipitare
gli eventi.
- Giustissimo, - disse Osmin.
- Meglio dunque scrivere...
- Per non ricevere risposta, - concluse l'avvocato.
Simona, che fino a quel momento si era limitata
ad ascoltare, parl con calma:
- Avete ragione tutti e due. Bisogna che qualcuno
vada in Inghilterra, e che pap non si muova...
Andr io!...
- Tu!... - ripet la signora d'Avron, sbalordita.
- E che potrai fare, povera cara?
- Potr dire i miei sentimenti per te, mamma,
per pap, per i piccoli, e ottenere che la zia ci
aiuti. -
Le brillavano gli occhi, e la linea energica delle
labbra rosse si accentuava.
Simona si era alzata. Non era in preda all'esaltazione
n cercava di illudersi, ma aveva la fiducia
propria della giovinezza. Si sentiva sostenuta
dal proprio sentimento, dalla propria devozione,
dal bisogno di darne una prova; era una consolazione
per lei poter reagire, di fronte al disastro che
minacciava la sua famiglia.
La decisione enunciata con tanta calma da Simona,
impression il padre, che era sempre attratto
da qualsiasi nuova proposta.
- L'idea mi pare buona, - disse volgendosi
verso Osmin.
- La sola buona che si sia finora presentata,
- conferm questi.
- Non dar mai il mio consenso, - riprese la
povera madre, che perdeva la testa. - Lasciare
partire la mia figliuola!... In verit, preferirei andarci
io!
- La traversata ti ucciderebbe, povera cara, -
osserv il signor d'Avron.
La signora non os sostenere il contrario, e rimettendosi
a piangere:
- Non voglio mandare mia figlia da quella megera
che la ricever male.
- Che importa, se posso ottenere quello che
chiedo? - riprese Simona.
- Perch dovrebbe riceverla male? - osserv
il signor d'Avron in tono incoraggiante. - Si pu
conservare rancore a un uomo, ma non si pu avere
il coraggio di prendersela con una creatura come
lei! -
Avvolgeva Simona in uno sguardo di amore e
di orgoglio. Il volto della ragazza mostrava una
crescente animazione.
Pi si discuteva il suo progetto, pi lo giudicava
ragionevole, e con la prontezza di spirito ch'era
abituale in lei, gi si occupava di prevedere e precisare
i dettagli.
- Esporr bene tutto... senza timore, senza sgomentarmi.
Lasciatemi partire, altrimenti avr per
tutta la vita il rimpianto di non aver fatto ci
che potevo.
- Una ragazza della tua et, non parte cos,
sola, - ripeteva la madre, lottando pi che poteva.
- Non c' nulla di male che una ragazza vada
a far visita alla zia, - dichiar il signor d'Avron,
sempre pi convinto. - Nonostante tutto, Eleanor
 sua zia.  un peccato, anzi, che non abbiamo
pensato prima a riavvicinarci. -
Gi ripartiva a briglia sciolta per il bel paese
dei sogni... e gli avvenimenti, in virt del nuovo
punto di vista dal quale li considerava, ora si modificavano.
- Gli anni e i dispiaceri mutano gli animi, -
affermava. - Anch'io, prima, ero pi difficile e
irritabile di oggi, e devo riconoscere che Eleanor
non aveva poi tutti i torti. Mi detestava, perch
io non la potevo soffrire, e forse ero ingiusto verso
di lei. Ci sono donne insopportabili, che hanno
grandi qualit. Chiss se non sar contenta di vedere
la nostra figliuola e se non finir col volerle
bene? -
Intravedeva non solo la rapida, sicura e facile
riuscita del progetto, ma, per l'avvenire, anche
una probabile eredit.
Gli altri lo lasciavano inseguire quell'ultima speranza,
come si permette a un malato inguaribile
di mangiare ci che gli piace; la moglie smetteva
di piangere, vedendolo cos pieno di fiducia. Ambedue
sembravano quasi calmi, quando Simona,
guardando l'orologio, ricord che era ora di
pranzo.
La signora d'Avron protest. Apparteneva ancora
a quella scuola che non ammette disgrazie senza
manifestazioni esterne, e non pu fare a meno,
per decoro, di attacchi di nervi, di svenimenti e
simili, il giorno in cui si conosca la propria rovina.
L'idea di sedersi a tavola, sconvolgeva tutte
le sue idee in proposito.
Ma Simona insist:
- Bisogna pranzare per riguardo alle persone
di servizio, e dopo accenderemo le candeline dell'albero,
per far contenti i bambini. -
Rialzava fieramente la testa, decisa a portare il
suo fardello, senza che si sapesse quanto le pesava.
Mentre si recavano in sala da pranzo, Osmin le si
avvicin:
- Sapete che cosa penso? - domand a bruciapelo.
- Non  certamente facile indovinarlo, signor
Osmin.
- Se andate di questo passo, senza ther conto
delle vostre avversioni, dei vostri sforzi e delle vostre
pene, comincio a credere che riuscirete nel
vostro intento. -
 
Capitolo 3.

Simona dapprima aveva considerato il progetto
nelle linee generali. Ma non erano passate ventiquattro
ore, che gi sorgevano mille piccoli ostacoli
e noie impreviste.
Primo punto interrogativo: Simona non aveva
mai viaggiato sola, e non era mai stata all'estero.
Era il caso di mandarla sola? E chi poteva accompagnarla?
Simona si ricord che al convento del Sacro
Cuore, dove era stata educata, facevano talvolta
dei viaggi per accompagnare delle ragazze.
La mattina di Natale, dopo la Messa, and al
convento per chiedere se qualcuno andava in Inghilterra.
Si presentava infatti una ottima occasione: la
maestra d'inglese del collegio, doveva condurre due
ragazze a York.
- Proprio quello che ci vuole, - esclam il padre.
Poi, mentre Simona osservava che la partenza
era fissata per il giorno dopo:
- Benissimo! Pi presto partirai e pi presto
tornerai. Tanto pi che non abbiamo molti giorni
da perdere. -
Ora, alludendo alla scadenza fatale, non aveva
pi l'aspetto desolato del giorno prima. Era bastata
una sola notte perch la pianticella della
speranza germogliasse, crescesse e, a poco a poco,
si rafforzasse.
- Sono sicuro che Simona riuscir, - ripeteva
in tono profetico alla moglie, e con tanta convinzione,
che la povera donna finiva col credergli, e
persuadersi che tutto cederebbe davanti alla loro
figliuola, cos carina, intelligente, superiore a ogni
altra ragazza.
Tuttavia ebbe un grido di protesta, proprio all'ultimo
momento. La partenza era stata preparata
con vertiginosa rapidit, ed era quasi mancato
il tempo per riflettere. Ma quando la signora
d'Avron, ancora a letto, in quella fredda mattina
della fine di dicembre, vide Simona in abito da
viaggio, comprese in tutta la realt e durezza il
sacrificio della figlia.
- No, - grid piangendo, - non posso rassegnarmi
a lasciarla partire!
- Si direbbe che la mandiamo in India, - riprese
il signor d'Avron, terminando di vestirsi per
accompagnare la figlia alla stazione. - Tra una
settimana la rivedrai.
- Ma da oggi ad allora, che cosa le accadr? -
disse la povera madre, smarrita dal dolore. - Il
piroscafo pu naufragare, il treno uscire dalle rotaie...
e tante altre cose che non si possono prevedere!...
Non mi sono mai separata dai miei figli.
Lasciami almeno quelli, dal momento che ho
perduto tutto il resto! Simona!... -
Il signor d'Avron fece un cenno a Simona che
si strapp, dopo un ultimo bacio, dalle braccia della
mamma, e usc in fretta.
Per quanto quell'eccessivo e irragionevole dolore
non derivasse da cause gravi, ma da una sensibilit
nervosa della quale era meglio non tener
conto, pure Simona ne era rimasta impressionata,
quasi scossa.
Anche lei aveva avuto, per un istante, la strana
impressione che si dicevano addio per lungo
tempo, forse per sempre.
Cercava di farsi coraggio, dicendosi che, a ogni
modo, ritornerebbe presto; poi si turbava nuovamente,
pensando a quel ritorno.
Tutto le pareva facile e luminoso, da lontano,
ma ora il coraggio l'abbandonava, senza che se ne
rendesse conto... Era timore infantile che provava,
lasciando i genitori per la prima volta? Era stanchezza
e malinconia di quell'ora, fredda e oscura?
Mentre attraversava l'appartamento, le parve
che su tutte le cose aleggiasse un'aria di tristezza.
I suoi occhi si posarono, per caso, sul ritratto
della famosa antenata, illuminato dalla luce scialba
di quella mattina grigia; si ferm un istante a
contemplarlo.
Era stata spesso colpita dalla propria somiglianza
con quella immagine. Molte volte aveva avvicinato
stranamente la propria persona a quella della
creatura sconosciuta, scomparsa da tanto tempo,
da cui aveva ereditato sangue, lineamenti e
nome. Fu improvvisamente assalita dal pensiero
che la somiglianza non si limiterebbe a questo, ma
che la sua vita ricorderebbe quella dell'ava, vita
rude, laboriosa, provata da non comuni vicende.
Si avvicin e, nonostante i colori un po' sbiaditi
del pastello, scrse un particolare che sempre,
fin da bambina, l'aveva colpita: l'ava, bench
giovanissima, aveva una ciocca di capelli bianchi,
che spiccava sulla fronte, in mezzo alla bruna
capigliatura. Secondo la tradizione di famiglia,
quella ciocca era divenuta bianca durante la permanenza
nella prigione di Nantes, quando, dopo
aver sostituito con eroico sotterfugio la madre, si
era preparata, per una intera notte, al patibolo.
- Si pu ben dare la vita per i propri cari, -
disse, come in sogno, Simona.
Poi, cacciando i tristi presentimenti, pens:
Ma l'occasione non si presenta spesso, e quello
che mi si chiede  ben poca cosa, di fronte a ci
che hanno saputo fare altre donne.
Si vergogn della momentanea debolezza e, quando
and a salutare i fratellini, aveva riacquistato
tutto il suo coraggio. Non riusc a svegliare Maddalena,
ma Giorgio aspettava la sorella a occhi
spalancati, e dopo averla baciata, la trattenne per
domandarle sottovoce:
- Perch vai via?
- Lo sai bene: per vedere la zia.
- Non  naturale che tu ci lasci per andare da
lei... ci deve essere qualcosa sotto. -
Poi aggiunse, in tono ancora pi basso:
-  la stessa ragione che fece piangere la mamma
ieri l'altro, che ti fa partire oggi?
- S, - confess Simona, troppo sincera per
ingannarlo inutilmente. - Ma torner presto, la
mamma non pianger pi e tutto andr bene.
- Me lo giuri?
- Lo giuro a te e a Maddalena. -
Pronunziava quelle parole con seriet, sentendosi
impegnata verso coloro per i quali rappresentava
l'unico appoggio, l'unica speranza. La fiducia
riaffluiva al suo cuore: non si pu perdere una
partita la cui posta  la felicit dei propri cari.
Seduta vicino al padre nell'automobile che li
conduceva alla stazione, ascolt senza soffrir troppo
il signor d'Avron che le insegnava il modo pi
sollecito per inviare il denaro, e aggiungeva:
- Non dimenticare che mi occorrono tra quindici
giorni al massimo! Da oggi ad allora, vivremo
di angoscia. Tenter qualche altro passo, ma non
c' mai da farsi illusioni, e possiamo fare assegnamento
solo sulla zia! -
Giunsero alla stazione, e mentre il signor
d'Avron metteva a posto il bagaglio, Simona and
in sala d'aspetto, dove le sue compagne di viaggio
le avevano dato appuntamento. Non erano ancora
giunte, ma Simona, al loro posto, vide un signore,
e con meraviglia riconobbe Osmin.
- Ho voluto salutarvi e augurarvi buona fortuna,
- dichiar.
E mentre lei lo ringraziava, commossa dall'inattesa
gentilezza, riprese brusco brusco:
- Siete pronta e coraggiosa, spero?
- Credo di s.
- Tanto meglio. Conoscete il mio sistema: la
verit, sempre! Non illudetevi, perch saranno
molte le difficolt da vincere, povera figliuola! -
Si sentiva la commozione nella voce di Osmin.
Toss e continu, parlando in fretta:
- Vi avrei risparmiato questo passo, se mi fosse
stato possibile. Sapete come ho speso tutto il
denaro guadagnato fino a ora. Non ho patrimonio
mio. Perfino lo studio appartiene a mia moglie, e
quando anche mi fosse permesso dal contratto di
matrimonio, per scrupolo non toccherei un soldo
del capitale di quella poveretta! -
Questa allusione alla signora Osmin, che non si
era mai vista e della quale non si parlava mai,
colp Simona pi di tutto il discorso dell'avvocato.
Non aveva mai supposto in lui un cuore molto tenero,
n una grande generosit; ma Osmin non era
un millantatore, e se parlava cos, voleva dire che
la sua amicizia sarebbe stata capace anche di un
sacrificio di denaro.
- Disgraziatamente le buone intenzioni non
servono a nulla, nel nostro caso, - continu
Osmin, - ci vuole denaro subito, a ogni costo. 
inutile spaventare di pi i vostri genitori,
ma comprendete... -
Simona comprendeva, e disse con calore:
- Riuscir, riuscir! -
La conversazione fu interrotta dal signor
d'Avron, che accorreva tutto affannato.
- Ecco il biglietto, - disse a Simona. - Il treno
 pronto, e quelle signore sono venute molto in
ritardo... C' appena il tempo di salire. -
Cos dicendo si precipit incontro a tre viaggiatrici.
La maestra d'inglese, lunga, piatta, brutta e
magra, senza forma n et, ricordava molto, nel
suo impermeabile attillato, un ombrello nella fodera.
Molto compresa della sua missine, stringeva il braccio, per sorvegliarla meglio, di una ragazza
bionda, fresca, dall'aria spigliata, e con l'altro
braccio sosteneva la sorella, una povera fanciulla
quindicenne, storpia e rachitica.
Il signor d'Avron in un batter d'occhio rimorchi
la comitiva fino allo scompartimento, trovando
anche il tempo di conquistare, con le sue maniere
cortesi, la maestra d'inglese, poco abituata
alle premure degli uomini.
- Che signore gentile  vostro padre!... - esclam
quando il treno si mosse, e il signor d'Avron
salt in fretta a terra, dopo un ultimo bacio a Simona
e un ultimo saluto alle signore.
Simona, sporgendosi dal finestrino, cercava di
distinguerlo ancora. Poi si volt e, soffocando un
sospiro, rispose:
- Anch'io riconosco che nessuno  pi simpatico
di pap. -
Forse, pur non confessandoselo, avrebbe preferito
che in quel momento fosse meno gentile, ma
pi serio, che non dimenticasse tanto facilmente
la tristezza della partenza davanti al miraggio di
un lieto ritorno, e avesse per lei una lacrima, invece
di un sorriso. Tuttavia lo adorava, cos come
era.
Quelle prime parole erano valse, per fortuna, a
rompere il ghiaccio. Per merito del signor d'Avron
la maestra d'inglese dimentic i rapporti tesi intercorsi
un tempo tra lei e Simona, quando questa
provava, senza buona volont, la pronunzia del th
o AeWough.
Si limit soltanto a farle osservare con accento
di trionfo:
- Sono sicura che in Inghilterra rimpiangerete
di non saper dire quattro parole corrette nella
nostra lingua!
- S, molto, - disse Simona, con un rimpianto
sincero che fin di calmare i rancori della sua
antica insegnante.
A poco a poco nasceva una certa intimit tra le
viaggiatrici. La ragazza storpia, soprattutto, si
mostrava molto espansiva con Simona, per la simpatia
che gli esseri deformi hanno verso i beniamini
della natura, quando non ne sono invidiosi.
Simona faceva il possibile per ricambiare quelle
gentilezze, superando l'istintiva ripugnanza che
aveva sempre provato di fronte alle miserie fisiche
e che la sua innata gentilezza d'animo non
sempre riusciva a vincere.
La giovane si faceva sempre pi ardita, tanto
che le prese la mano, pregandola di chiamarla Flora,
perch:
- Quando si viaggia insieme, si  amiche. E poi
torneremo insieme e forse ci rivedremo anche in
Inghilterra. -
La maestra d'inglese, che aveva sonnecchiato,
con garbo, protetta dal suo velo grigio, apr gli
occhi e domand:
- A proposito, cara Simona, dove andate? La
madre superiora mi ha detto: Da una sua parente,
vicino a York, senza altre indicazioni. -
Simona non vide nulla di male nella domanda e
dtte il nome e l'indirizzo della zia: la viscontessa
d'Avron, Erlington Castle, in Erlington,
Yorkshire.
- Che pronunzia! - borbott la vecchia miss,
ripetendo di nuovo, con forza, le parole, per render
loro il vero accento.
- Erlington Castle! - dissero insieme le due
sorelle, dopo una certa riflessione. - Non  lontano
da casa nostra.
- Conoscete mia zia? - domand Simona.
- No, - dichiar Jenny, la maggiore, mentre
Flora, pi vivace e desiderosa di destar simpatia
nella nuova amica, ripigliava:
- Stiamo poco tempo presso i nostri genitori,
che abitano nello Yorkshire solo dall'anno scorso;
sappiamo poco della vita e delle persone del luogo.
Per mi pare di aver sentito parlare di vostra zia,
una signora molto ricca?
- S, - disse Simona.
- Vedova?.
- Proprio.
- E che  un poco...
- ...stramba? Forse.
- Allora so qualcosa di lei. Ti ricordi, Jenny,
che cosa raccontavano gli Hower della loro passeggiata
a Erlington? Erano andati, con alcuni
amici per visitare i giardini, giardini magnifici, e
il castello che , a quello che dicono, molto interessante.
Ai tempi del vecchio lord Erlington era
permesso a tutti di visitarlo, e gli ospiti erano ricevuti
benissimo. Invece, quando gli Hower arrivarono
al castello, i servitori uscirono fuori come
tante furie per cacciarli via, dicendo che il castello
era di propriet della nipote di lord Erlington,
e che questa signora non permetteva a nessuno
di entrare, neppure nei giardini. -
L'esempio dell'accoglienza agli Hower non era
incoraggiante per la povera Simona, che impallid.
La piccola Flora dovette accorgersene, poich
le strinse teneramente il braccio, soggiungendo:
- Ma sono sicura che voi sarete accolta benissimo...
Vostra zia deve volervi un bene immenso...
- Non mi conosce.
- Allora ve lo vorr;  lo stesso. -
Simona non rispose e rivolse di nuovo il viso
verso il finestrino. Era una giornata fredda e umida.
La campagna, nella desolata veste invernale,
pareva fuggire e dileguarsi sotto il cielo basso e
grigio, ma Simona ci trovava un fascino speciale:
erano ancora il cielo e il suolo della patria. La
brezza marina soffiava con violnza; una striscia
grigia limitava l'orizzonte, stendendosi lontano, all'infinito.
- Purch non abbiamo una cattiva traversata!
- sospir la vecchia signorina, alquanto impensierita.
Simona non aveva mai fatto viaggi in mare, sicch,
arrivando a Calais, fu distratta dal movimento
del porto e dai preparativi della partenza.
Il loro piroscafo era inglese, e andava da Calais
a Dover.
- Siamo gi in Inghilterra! - esclam trionfante
la vecchia signorina, mettendo piede sul ponte,
ci che non le imped di fare un passo falso e di
cadere tra le braccia di un marinaio, che la ricev
abbastanza male, per un compatriotta.
Simona taceva.
Lasciando il suolo di Francia aveva provato la
stessa emozione spontanea e irrefrenabile di quando
si era staccata dalle braccia materne. Si sentiva
triste e disorientata, mentre intorno a lei, nella
grande sala da pranzo di bordo, i passeggeri, inglesi
per la maggior parte, erano seduti a tavola.
Ma a poco a poco la conversazione rallentava, l'appetito
diminuiva, i posti vuoti aumentavano di numero,
e ben presto Simona vide le sue compagne
alzarsi alla loro volta e seguire l'esempio di tante
signore pallide e di parecchi uomini completamente
annientati.
Le preocupazioni morali sono qualche volta un
antidoto contro le impressioni fisiche: Simona
sfugg alla sorte comune. Tuttavia, l'atmosfera delle
cabine, satura dell'odore penetrante del catrame,
del fumo acre della caldaia, del puzzo nauseabondo
della cucina e delle stoviglie mal lavate, la
indisponeva a tal punto, che dovette risalire sul
ponte, nonostante il cattivo tempo.
La traversata da Calais a Dover, bench breve,
 spiacevole, e anche difficile, in certi giorni: la
Manica si permette capricci temibili quanto quelli
dell'Oceano, e forse pi frequenti.
Quel giorno soffiava un gran vento, e Simona,
nel breve campo visivo lasciato libero intorno a lei
dalla nebbia, non scorgeva che onde di un grigio
sporco, sollevate ad altezze incredibili, che si frangevano
con lugubre scroscio contro i fianchi della
nave, passando qualche volta anche al disopra dei
fianchi, inondando il ponte, bagnando e spruzzando
le scarpe e gli abiti dei numerosi passeggeri che
preferivano gli inconvenienti dell'aria libera a quelli
dello star chiusi.
Simona, tenendosi al parapetto per resistere alla
violenza del vento, restava silenziosa tra tutti
quegli sconosciuti, e fissava gli occhi nella direzione
in cui sarebbero apparse le coste inglesi.
La nebbia diventava sempre pi fitta, via via che
il piroscafo si avvicinava alla terra. Quando arrivarono
a Dover, calava gi l'oscurit fitta e profonda;
nella stazione stessa le fiammelle del gas
gettavano una luce incerta, come se fossero ricoperte
di crespo. La prima impressione che Simona
ebbe dell'Inghilterra, fu di buio, di mistero e di
smarrimento nell'ignoto.
Erano salite in una carrozza ferroviaria diversa
da quelle francesi, e attraversavano velocemente
un paese invisibile; alle stazioni voci rauche gridavano
nomi stranieri. Simona era presa da un
senso di angoscia crescente, mentre le sue compagne
diventavano sempre pi gaie.
La vecchia signorina, tutta contenta di rivedere
la sua patria, parlava da sola in un gergo mezzo
inglese e francese. Jenny e Flora si erano avvicinate
e parlavano del babbo, della mamma, e di ci
che farebbero all'arrivo. Che farebbe domani lei, e
chi l'accoglierebbe? Simona se lo domandava con
ben altro animo.
Finalmente il treno si ferm in una stazione immensa.
Erano a Londra.
Simona si trov presto in un taxi che correva tra
due pareti di nebbia, e che lasci le viaggiatrici,
dopo qualche minuto, davanti a un modesto albergo
per signore, dove furono accolte da un nucleo
di donne vecchie e brutte.
Simona pranz senza poter capire che cosa mangiasse,
poi si coric in un letto con le lenzuola insaldate,
lisce e asciutte, che al minimo movimento
scricchiolavano come carta sgualcita, appoggi il
capo su di un guanciale riempito di una misteriosa
materia, forse ceci, e si prepar a dormire, stanca
come era.
Ma pensieri angosciosi la torturavano; che cosa
facevano ora laggi, a casa sua? Tentava di immaginare
i visi, di riudire il suono delle voci familiari,
ma tutto ci che le era caro le sembrava gi
lontano, separato da lei da un tempo e una distanza
infiniti.
Solo da questa mattina sono partita? si domandava,
sorpresa di sentirsi tutt'altra, con la
mente piena di cose nuove, come se avesse subito
una specie di iniziazione. Cap allora che in un sologiorno aveva varcato il limite decisivo che separa
l'infanzia dalla giovinezza, e sent nello stesso
tempo che le sue forze e il suo discernimento aumentavano
in rapporto alle prove imposte dal destino,
che era divenuta una donna per poter agire
da donna.
Cerc di dormire, pensando:
Domani avr bisogno di tutte le mie forze.
Il giorno dopo era infatti riposata, sicura, in
pieno possesso di tutte le sue facolt. Faceva molto
freddo, ma la nebbia era meno fitta del giorno
prima. Andando dall'albergo alla stazione, Simona
ebbe una idea della citt, e nel treno da Londra
a York, ebbe una idea del paesaggio inglese.
Grazie a queste inevitabili distrazioni, il suo
buon umore un po' forzato non si sment durante
la seconda parte del viaggio. Ma quando dovette
separarsi a York da Jenny, e soprattutto da Flora,
si commosse.
- Non dimenticatemi! - le disse la bambina,
abbracciandola; poi soggiunse a bassa voce: - Se
vostra zia non fosse buona, venite da noi. -
La bambina, con la perspicacia dei cuori gentili,
aveva intuito qualche cosa dei dolori di Simona e
desiderava aiutarla. Per quanto precario, era pur
sempre un ultimo legame che si rompeva, un ultimo
appoggio che veniva a mancarle. Simona si sent
a un tratto completamente sola.
Di fronte a lei e senza guardarla, la vecchia signorina,
che aveva fretta di andare per i fatti suoi,
studiava con attenzione l'orario.
- Tra mezz'ora saremo a Erlington, - le spieg.
- Spero che vostra zia verr alla stazione, e in
tal caso farei a tempo a prendere il treno delle
quattro. -
Osmin, temendo qualche misura preventiva, si
era energicamente opposto all'idea di preannunziare
l'arrivo di Simona, la ragazza dovette dunque
confessare:
- La zia non verr; ma il castello deve essere
vicino al paese. Spero di non farvi ritardare la
partenza, anche se mi accompagnate fin l.
- Sia pure! Partir con il treno delle cinque. -
E la vecchia signorina sospir, convinta senza
dubbio che si abusava della sua gentilezza.
D'indole poco curiosa, come tutti gli egoisti,
non aveva neppure pensato a interrogare Simona
sui suoi piani, che non la interessavano affatto,
limitandosi a eseguire puramente il suo dovere di
sorveglianza durante il viaggio.
- Avete preso tutto? - domand a Simona,
mentre scendevano insieme alla stazione di Erlington.
- S, cara signorina.
- Bene, passate di l, datemi il biglietto, andiamo
a cercare un taxi. -
La piccola valle, circondata di colline boscose,
dove era raggruppato il paese, doveva essere in
estate molto verde e piacevolmente fresca, ma in
quella stagione offriva allo sguardo solo tinte grige
e la desolante vista di alberi senza foglie.
Sullo sfondo di nebbia grigia, i tetti rossi delle
case si distinguevano appena; erano quasi tutte casette
di lavoratori, tra le quali spiccava qualche
costruzione pi importante, e tutte avevano l'impronta
poco simpatica dello stesso stile gotico, tanto
che Simona, a prima vista, le credette altrettante
chiese. Erano invece il Municipio, la scuola,
un magazzino, l'abitazione del parroco, e infine
l'albergo Alle Armi di Erlington.
Le due viaggiatrici trovarono una automobile.
I mezzi di trasporto non mancano mai in Inghilterra;
ma quando il proprietario dell'albergo, un
vero abitante di York, dal viso sereno e furbo, si
fu seduto al volante e la vecchia signorina gli ebbe
detto di condurle al castello, costui rimase immobile,
come se non avesse capito.
- Che cosa dice? - domand Simona, sentendolo
borbottare una obiezione per lei inintelligibile.
La vecchia signorina era divenuta rossa per l'impazienza.
- Dice che non pu andare al castello, perch
i cancelli sono chiusi. Ma io esigo che ci conduca
almeno fin l, altrimenti non lo pagher. -
La minaccia fece effetto, perch dopo breve discussione
l'uomo ingran la marcia e part, sobbalzando
per strade fangose, salendo e scendendo
piccole colline o, per dir meglio, avvallamenti successivi
di terreno. Il paese spar ben presto dietro
una svolta della strada. Simona osservava con sorpresa
che il paesaggio diveniva man mano pi solitario.
A destra, a sinistra, davanti e dietro, non
si scorgevano che boschi spogli, senza traccia di
abitazioni.
- Solo in Inghilterra ci sono luoghi tanto adatti
per la caccia alla volpe, - disse la vecchia signorina,
che non mancava mai di mettere in evidenza
i pregi del suo paese. - Ma il castello di
vostra zia  veramente pi lontano di quello che
credevo. -
Stavano per arrivare presso il parco. L'autista
indicava, tra gli alberi, alcuni pali bianchi, collegati
da fili di ferro; egli esit prima di varcar
quel recinto, poi, rassicurato dalla completa solitudine
e cedendo alle pressioni delle viaggiatrici,
prosegu.
Entravano ora in un bosco pi folto e pi regolare,
nel quale l'ascia dei boscaioli aveva rispettato
da secoli gli alberi giganteschi. I viali pi larghi
avevano curve sapienti e svolte maestose; dovunque,
incroci eleganti di viali e sentieri, radure
abilmente segnate, ingegnosi lavori di sterro, e opere
d'arte di ogni genere attestavano la violenza
fatta alla natura dal lavoro dell'uomo.
Ma per una causa o per un'altra quel lavoro era
stato sospeso e la natura aveva ripreso il libero
rigoglio. I cespugli crescevano a capriccio, l'edera
e il vischio soffocavano le querci, alcuni pendi
franavano, formando pantani dove stagnavano le
acque morte di due o tre inverni. I rami secchi ingombravano
il suolo, le foglie gialle ricoprivano il
terreno dei viali di un tappeto folto e umido, nel
quale affondavano le ruote della macchina.
Ma lo stesso abbandono, la completa solitudine, e
perfino la tristezza di quel giorno di pioggia, davano
maggior risalto alla grandezza cupa e uguale
di quel parco immenso e bello, quale Simona non
aveva mai visto intorno alle pi sontuose abitazioni
di Francia.
Procedevano cos da un quarto d'ora, quando
l'automobile si ferm di nuovo davanti a un cancello
monumentale. L'autista rimase assai stupito
di trovarlo socchiuso, ma ci non valse a rimuoverlo
dall'ostinata decisione di non proseguire.
- Dice che andando diritto, arriverete al castello,
- tradusse la vecchia signorina a Simona,
che scendeva; poi, guardando ansiosamente l'orologio,
soggiunse: - Eccovi al sicuro. Vi lascio
andare sola perch possiate camminare pi in fretta;
aspetter qui che vengano a prendere il bagaglio.
Fate presto, per favore, perch temo di perdere
il treno. -
E soddisfatta di aver condotto a termine la sua
missione, dtte una rapida stretta di mano a Simona,
che si allontan con tutta la fretta desiderata.
La ragazza era presa da una impazienza febbrile,
che diventava pi intensa man mano che si avvicinava
il momento decisivo; l'incertezza e il timore
si erano fusi nell'ardore della lotta imminente,
e il deferente terrore che evidentemente ispiravano
il castello e colei che lo abitava, acuiva la
sua curiosit, senza abbattere il suo coraggio.
Oltrepassando il cancello, le tornarono in mente
le fiabe lette nell'infanzia.
Non si direbbe che vado anch'io al palazzo dell'orco
a cercare l'albero della vita, l'acqua che canta
o l'uccello che parla?
Si guardava intorno con prudenza, pensando
istintivamente ai draghi che vegliano, di solito, i
tesori; ed ecco, per non venir meno alla tradizione
leggendaria, che latrati furibondi e un forte rumore
di catene scosse, la fecero trasalire. Due enormi
cani dei Pirenei, grossi come asinelli, pelosi come
orsi bianchi, uscivano, con gli occhi iniettati
di sangue e aprendo le bocche bavose, irte di denti
aguzzi, dai casotti posti ai due lati dell'ingresso;
la giusta lunghezza delle catene li trattenne a un
passo da Simona, che aveva sentito il calore del
loro alito.
La prima prova  superata! disse tra s, continuando
la strada senza turbarsi.
Non pioveva pi e, nonostante la fretta, Simona
ammirava la linea imponente di tutto ci che la
circondava. Viali interminabili, tappeti di erba
grandi come praterie, gruppi di arbusti rari, si
stendevano a perdita d'occhio.
Le serre occupavano l'area di un palazzo; gli edifici
annessi, intravisti di lontano, davano l'impressione
di un villaggio, e il castello, che appariva
appena dietro gli alberi, presentava una mole cupa
e gigantesca, un insieme formidabile di mura grige
e di tetti confusi.
Ma avvicinandosi, si rimaneva colpiti, come nel
parco, dalla solitudine profonda, dall'aspetto di
abbandono completo, che regnavano e che sembravano
inesplicabili, considerando le abitudini di vita
raffinata dei proprietari terrieri in Inghilterra e
la ricchezza ben nota della signora di Erlington.
Forse la zia  assente... o morta! disse tra
s Simona, che non aveva ancora pensato a queste
possibilit.
Spinta da questi dubbi, affrett il passo, inquieta
sempre pi, non scorgendo traccia di ruote nei
viali o altro indizio di vita umana.
Simona arrivava al castello e si trovava ora davanti
a un muro, alto come quello d'un convento,
che sbarrava l'ingresso al cortile; quel muro aveva
un cancello ermeticamente chiuso, rivestito di
lamiere di ferro. La giovane guardava quei nuovi
ostacoli, quando all'improvviso la sua attenzione
fu richiamata da un punto mobile: una forma
umana si avvicinava, dopo avere svoltato l'angolo
di sinistra del muro, e sembrava camminare con
lentezza e con precauzione.
Qualcuno, finalmente!
Simona non pot resistere al primo impulso che
la spingeva avanti, ma quasi subito un secondo
impulso la ricacci indietro. La persona apparsa
era un uomo, un giovane, un signore certamente,
a giudicare dall'eleganza del suo portamento e
dalla distinzione dell'abito; Simona, davanti a
quell'estraneo, provava per la prima volta l'imbarazzo
dell'isolamento e si sentiva presa da una
timidezza tutta femminile, che non esclude il coraggio.
Ora avrebbe voluto evitare quell'incontro, tanto
desiderato fino a qualche minuto prima, ma
non poteva pi.
Lo sconosciuto, vista la ragazza, le moveva incontro
levandosi il cappello, con quella sorpresa
cortese che ogni persona educata prova davanti
a visitatori sconosciuti.
Era un giovane di non pi di venticinque anni,
molto alto, biondissimo, con il colorito roseo degli
uomini del Nord, e il viso un po' troppo piccolo
e infantile per la sua statura.
Prima ancora di guardarlo, Simona domand:
- Desidererei vedere la signora d'Avron. Vorreste
avere la gentilezza di dirmi se abita qui? -
Aveva parlato in francese, dimenticando improvvisamente
tutte le frasi inglesi di cui aveva
rimpinzato la sua memoria, e prov un vero sollievo
nel sentire il suo interlocutore rispondere
a sua volta in francese, con accento purissimo e
studiando un poco le parole:
- Se cercate lady Eleanor, sta qui, signorina.
Ma questo non vuol dire che possiate vederla; sono
dispiacente di doverlo dire, molto dispiacente. -
Sorrideva con un sorriso incerto, un po' equivoco,
fissando Simona con ammirazione mal dissimulata.
La ragazza non capiva bene il significato
di quel sorriso e di quello sguardo, non era mai
stata guardata cos. Arross senza accorgersene,
ci che non diminuiva certamente la sua bellezza.
- Permettetemi di darvi un consiglio, - riprese
il giovane, in tono pi familiare. - Se, come
suppongo, nessun interesse speciale vi spinge a
varcare quella porta, - e indicava con il gesto il
cancello - non perdete tempo e pazienza per farvi
aprire. -
Il suo contegno spigliato sembrava volesse deviare
una domanda insidiosa; a giudicare dalle
parole, non doveva essere il proprietario del castello,
e Simona non aveva da rendergli conto delle
sue azioni.
- Grazie, signore, - gli disse in modo piuttosto
secco.
Egli la salut di nuovo, meno profondamente
della prima volta, e mentre si allontanava, la segu
con lo sguardo, osservando attentamente i minimi
particolari dell'abbigliamento: il mantello da
viaggio grigio chiaro, il cappello di feltro nero con
piume, semplicissimo, ma di gusto impeccabile, e
perfino le scarpe sportive che calzavano piedi da
bambina.
Ah, disse tra s, rispondendo a un dubbio
che lo tormentava tutte le parigine sono ben fatte
e vestono con gusto! Questa non sar forse che
una venditrice di cose di moda o un'altra persona
della stessa importanza. E poi, visto che non la
faranno entrare, non debbo preoccuparmene.
Convinto fin d'allora che il tentativo di Simona
era destinato a fallire, se ne and lentamente, non
senza voltarsi pi volte a guardare la fanciulla,
ridendo del suo atteggiamento incerto.
Il portiere di Erlington non doveva preoccuparsi
troppo di adempiere il suo dovere, poich Simona
aveva gi suonato due volte, senza che nessuno si
facesse vivo; al terzo tentativo si ud un passo pesante,
seguito da uno scricchiolio di ferramenta;
poi uno sportellino si dischiuse, lasciando scorgere
dietro alle strette sbarre la met di un viso rossastro,
ornato di basette bianche.
- La viscontessa d'Avron?... Lady Eleanor? -
domand Simona, un po' turbata da quella strana
accoglienza.
Le rispose una rauca voce di malcontento, che
ricordava i latrati furibondi di poco prima.
- Lady Eleanor!... - ripet Simona, alzando
la voce.
Un secondo e pi lungo mormorio di cane le
rispose. Poi lo sportello si richiuse senza tanti
complimenti e non si riapr pi, nonostante le numerose
suonate.
Simona si ricord di quanto Flora le aveva raccontato
degli Hower, degli avvertimenti del giovane
di poco prima, di tutto ci che si era ostinata
a non credere, nella sua passione di giungere
alla mta. Rimase accasciata, con le lacrime agli
occhi, comprendendo che aveva avuto torto lei e
gli altri ragione, che quella porta non si sarebbe
mai aperta.
Ricord nello stesso tempo la vecchia signorina
rimasta ad attenderla impaziente, capacissima anche,
se l'attesa le sembrasse troppo lunga di lasciare
il baule per terra, in mezzo alla strada e
andarsene. Consider la situazione in cui si trovava:
sola, sperduta in un paese sconosciuto, con
l'aria di una avventuriera agli occhi di chi la incontrava.
Per un istante prov il desiderio di raggiungere
la macchina, di tornare a York, dove i genitori di
Flora l'avrebbero invitata a casa loro; ma si ribell
subito contro quella soluzione insulsa, quella fuga
prima della sconfitta, quel ritorno stupido e desolante.
Che direbbero suo padre e sua madre, i fratellini,
lo stesso Osmin, che avevano fiducia in lei?
Doveva lasciarsi abbattere alla prima difficolt?...
Cerc nuove forze perfino nell'amor proprio nazionale.
Essere brettone e non poter entrare l, dove
altri sono entrati!... Perch insomma, qui le persone
entrano ed escono... disse tra s, riprendendo
animo.
Gett uno sguardo verso il viale, dove il giovane
era sparito. Costui, un momento prima, era
uscito. Di dove era passato? Non certo da quel
cancello! Dunque c'era un'altra uscita.
La trover anch'io! pens Simona.
Seguendo tale ispirazione fece il giro del muro
fino al punto in cui il giovane le era apparso. Il
suo istinto non l'aveva ingannata. Svoltando l'angolo
del castello, vide infatti, poco distante, una
porticina di servizio mezza nascosta nel muro.
Proviamo, si disse Simona se per caso non
l'avesse lasciata aperta, come di certo ha lasciato
lui aperto il cancello del giardino.
Spinse la porta e, con sua grande gioia, il pesante
uscio ced, girando sui cardini bene unti.
Gli enormi catenacci che avrebbero dovuto tenerlo
chiuso dall'interno erano rimasti inoperosi e la
chiave era nella serratura.
Simona entr cos in un angolo del cortile del
castello.
Il cortile era di forma quadrata e assai vasto;
il castello, che Simona contemplava con interesse
misto a sorpresa e timore, dava anch'esso, a prima
vista, una impressione di vastit e di imponenza.
La mancanza di armonia dell'architettura, in
cui dominava uno stile pressoch gotico, caro agli
Inglesi, non toglieva nulla alla maestosit dell'insieme.
In fondo alla corte si elevava la parte principale
del fabbricato, con la facciata a pesanti
sculture e tre piani ornati di balconi; ai lati si
stendevano due lunghe ali, fiancheggiate da torri,
da padiglioni, da ornamenti diversi e disparati.
Appariva chiaro che la costruzione era stata fatta
in parecchie riprese e in epoche successive, ma
la parte pi recente risaliva almeno a un secolo
prima e le pietre avevano preso quella patina uniforme,
grigia scura, che solo i lunghi inverni nordici
danno alle vecchie case. L'aspetto triste derivante
dalla vecchiezza delle cose, dalla solitudine,
dal freddo e dalla nebbia, si intensificava ancor
pi per effetto della luce malinconica del giorno
che declinava.
Temendo sempre di essere scoperta e cacciata
dal terribile portiere, Simona andava avanti esitando
e guardando intorno, senza sapere dove dirigersi.
Pass rasente al muro dell'ala sinistra e
del corpo centrale del fabbricato, che sembravano
disabitati; contro i vetri delle finestre a telaio
scorrevole si vedevano, nella parte interna, le imposte
tutte chiuse; i gradini della scalinata erano
coperti di musco come se nessuno li avesse saliti da
anni.
Si direbbe che sono tutti morti, pens Simona,
oppressa da quel silenzio e da quella calma
sepolcrale che dominava tutto.
Solo quando fu vicina all'ala destra, pot scorgere
traccia di vita; dei camini fumavano e le
finestre erano ornate di tendine. Tutta la vita del
castello si era certamente concentrata da quel lato
e, con un sentimento strano di fretta e di rimpianto,
Simona pens che aveva raggiunto lo scopo
del suo viaggio, che colei che cercava era l vicino
e che ben presto le speranze e le angosce che
simultaneamente l'agitavano si sarebbero risolte.
Rimase un istante indecisa; poi, assalita di nuovo
dal terrore di essere fermata, di naufragare in
porto, si mise a correre con tutte le sue forze fino
all'entrata principale, che si apriva poco distante.
Sal in un lampo la scalinata che dava accesso e
alz e lasci cadere di colpo il grosso battente della
porta.
Un vecchio servitore venne ad aprire, senza alcuna
diffidenza, e rimase attonito scorgendo Simona,
e pi attonito ancora quando questa si precipit
dentro senza discutere.
Era entrata in un vestibolo molto alto e vasto,
in fondo al quale un maestoso scalone, dalla balaustra
di legno scolpito, dava adito, con ogni
probabilit, alle sale di ricevimento del primo
piano.
- La signora d'Avron?... Lady Eleanor?... -
domand Simona, con il piede sul primo gradino
dello scalone.
- No, no! - protest energicamente il vecchio
servitore che, riavutosi dalla sorpresa e quasi indignato,
si slanciava a sbarrarle il passo.
- Sono la nipote di lady Eleanor e bisogna che
la veda, - insist Simona.
Parlava ad alta voce, come si fa quando le persone
hanno l'aria di non capire, e il vecchio servitore,
obbedendo al medesimo assurdo istinto, ripeteva
con forza crescente le sue proteste. Altri
due servitori accorsero, attratti dal suono delle
voci, e manifestarono anche loro, alla vista di Simona,
lo stesso stupore e lo stesso furore del compagno,
mentre alla balaustra dello scalone apparivano
le cuffiette bianche e i visi curiosi di una
mezza dozzina di cameriere.
Simona cercava invano di spiegarsi, tra il tumulto
che aumentava quando, al rumore di una
porta che si apriva al piano superiore, le teste
scaglionate lungo la balaustra sparirono come per
incanto e i camerieri, che un momento prima gesticolavano
furibondi, tornarono calmi e silenziosi,
rigidi come soldati sull'attenti.
La ragazza intu che il padrone di casa si avvicinava
e, profittando della fortuna insperata, disse
a caso, pi forte che pot:
- Date questa lettera a lady Eleanor e ditele
che sono qui! -
Si era tolta di tasca la lettera di suo padre e
la porgeva a un cameriere dall'aria meno arcigna.
Questi la prese, guard l'indirizzo, la rivolt tra
le mani e, dopo matura riflessione, si decise a salire
finalmente lo scalone, per quanto con la massima
lentezza.
Segu una tregua. Simona, indietreggiando di
qualche passo si lasci cadere su una sedia che
nessuno pensava a offrirle. Ora che aveva fatto
tutto ci che poteva e non le restava che da attendere
il verdetto dalla volont o dal capriccio
dell'altra, sentiva che le forze l'abbandonavano.
Rimase immobile, a mani giunte, quasi in atto di
involontaria preghiera, con gli occhi sbarrati, seguendo
con il pensiero, attimo per attimo, ci che
doveva accadere lass, dove si decideva il suo destino.
Consegnavano la lettera a lady Eleanor... che
l'apriva... la leggeva... ne interrompeva forse la
lettura per gettarla via senza finire di leggerla...
No; l'aveva letta, perch l'attesa si prolungava...
Dio mio! Perch tutto questo durava tanto
tempo?
Forse lady Eleanor rifletteva o preparava una
risposta... o forse i secondi contavano come se fossero
doppi?
Tuttavia qualche minuto era passato, perch all'arrivo
di Simona era ancora giorno, e ora, nel
vestibolo e per lo scalone, si accendevano lampade,
torciere, bracci che alti specchi riflettevano,
moltiplicando la luce sfolgorante. Questa orgia di
luce rivelava a Simona una ricchezza che non aveva
ancora osservata, presa come era da troppe
emozioni.
Le pareti erano rivestite di ricchissime sete indiane;
tappeti magnifici, pelli d'orso e di tigre
ricoprivano il pavimento; mobili di lusso e oggetti
d'arte erano accumulati fino negli angoli pi
nascosti, con una abbondanza che imbarazzava,
urtava il buon gusto e sembrava solo destinata a
mostrare, fino dal primo momento, di quante ricchezze
fosse pieno il castello.
La zia  ricca, molto ricca, disse tra s Simona,
ma questo pensiero non valse a incoraggiarla.
Per vivere cos, con un patrimonio favoloso, lontana
dal mondo, sola in quel castello isolato i cui
accessi erano rabbiosamente difesi, lady Eleanor
doveva avere mente e cuore poco normali.
Ora che Simona aveva varcato quella soglia, si
sentiva dominata da tristi presentimenti. Vampate
di caldo e brividi di freddo passavano in lei,
mentre tendeva l'orecchio ai minimi rumori; le
pareva sempre di udire dei passi sullo scalone e di
veder apparire qualcuno, qualcuno che troncherebbe
del tutto le sue speranze, che le porterebbe
la notizia di un rifiuto definitivo e la caccerebbe,
forse brutalmente...
Non si preoccupava dell'imbarazzo nel quale sarebbe,
n dell'umiliazione, n della ferita al suo
intimo orgoglio. Che era mai tutto ci, di fronte
alle conseguenze di uno scacco, alla disperazione
ormai inevitabile dei suoi cari? E si rimproverava
di aver dato loro una speranza fallace, funesta, e
la terribile delusione che accrescerebbe il loro crudele
dolore.
A un tratto si sollev con il cuore stretto da una
forte emozione.
Questa volta non sbagliava: qualcuno si muoveva
lass.
Da una porta socchiusa le giunse un mormorio
di voci; lady Eleanor impartiva ordini. Qualcuno
veniva verso di lei.
Simona si appoggi allo schienale della sedia;
qualunque fosse la risposta, non doveva mostrarsi
debole davanti ai servitori della zia.
Ascolt: il mormorio di voci, sempre leggero,
andava rinforzando; ma si parlava in inglese e
Simona non capiva. All'improvviso la sua emozione
aument; qualcuno aveva detto in francese
queste parole:
- Certamente bisogna riceverla, povera piccina! -
Simona si strinse la fronte tra le mani, temendo
di essere in preda a una illusione passeggera;
tese l'orecchio: pi nulla! Ma le tempie e il cuore
le battevano con tanta violenza, che non era pi
in grado di ascoltare. Riflettendo un poco, si calm
e si convinse che poteva non essersi ingannata,
che aveva udito quelle parole di conforto pronunziate
nella sua lingua materna. Che c'era di strano
nel fatto che qualcuno parlasse francese a Erlington?...
Il giovane incontrato presso, il cancello,
non le aveva rivolto la parola in francese?
Un ricordo nitido attravers rapido la sua mente:
riconosceva quella voce maschile, quell'accento
corretto che tradiva appena l'origine straniera.
Colui che intercedeva per lei era lo sconosciuto di
poco prima. Come aveva fatto a rientrare nel castello?
Che cosa ci faceva? Che posto occupava?
Simona non ebbe nemmeno il tempo di domandarselo.
Il cameriere tornava con la fisonomia raddolcita,
ossequioso nei modi, e la pregava con il gesto
di seguirlo.
Dunque, veniva ricevuta... le permetterebbero di
parlare, di spiegarsi, di difendere la causa dei suoi
cari, di vincerla certamente.
Le parve di rivivere.
Bened dal profondo del cuore il misterioso protettore
che le era venuto in aiuto e, rianimata e
incoraggiata, gi quasi trionfante, sal agile e leggera
lo scalone, attravers un vasto pianerottolo
ingombro, come il vestibolo, di oggetti preziosi, e
si lasci condurre fino a una porta che il servitore
apr davanti a lei facendosi da un lato per lasciarla
passare. Poi, egli disparve presto, come se
la terra lo avesse inghiottito, e Simona cap che
era giunto il momento solenne di comparire davanti
alla zia.
Scossa da un leggero brivido si ferm, fece un
rapido esame della sua persona, e si accrse che
il fango del giardino le aveva macchiato le scarpe
e che i rami grondanti degli alberi le avevano bagnato
il mantello.
Il passaggio dal freddo esterno al calore dell'appartamento
le aveva fatto salire al viso un fiotto
di sangue, che ora le bruciava le guance. I capelli
spettinati le cadevano sulla fronte in ciocche
disordinate. Forse aveva l'aspetto di una povera
mendicante... ma non aveva tempo di riparare il
disordine della sua persona, perci si gett in
avanti, a testa bassa, come un soldato che va all'attacco.
 
Capitolo 4.

Quando Simona rialz gli occhi, che aveva socchiusi
in una involontaria contrazione, altri due
occhi la fissavano attentamente; due occhi chiari,
trasparenti come il vetro. Un viso femminile che
pareva scolpito nell'avorio, tanto era rigido, immobile
e dello stesso bianco ingiallito. Le ciglia, le
sopracciglia e i capelli di un biondo color lino e
tendenti al grigio, spiccavano appena sul pallore
della pelle.
La luce viva della lampada batteva in pieno su
quel viso esangue e, si direbbe ad arte, dietro la
poltrona dove sedeva lady Eleanor, una tenda di
velluto rosso era drappeggiata, quasi uno sfondo
per far meglio risaltare il pallore spettrale della
signora.
Simona ne rimase talmente colpita, che in un
primo momento non vide altro della zia.
I lineamenti di lady Eleanor erano cos sciupati,
che sarebbe stato impossibile dire che et
aveva, e dire se in giovent era stata bella o brutta,
n la sua impassibilit permetteva di indovinare il
suo carattere, le sue impressioni e le sue inclinazioni.
C'era per in lei qualcosa di imponente, di
autoritario, e Simona, sotto quello sguardo, non
trovava la forza di parlare o di pensare, e nemmeno
quella di avanzare o indietreggiare.
Lady Eleanor parl per prima, chiedendole in
francese, con voce calma e breve, con accento molto
inglese che rendeva dura ogni parola:
- Hai portato tu questa lettera? -
Tese la mano, una grande mano pesante e bianca,
verso la lettera del signor d'Avron, aperta davanti
a lei, su un tavolino ingombro di libri e di
carte. Simona annu, balbettando una frase che
lady Eleanor tronc, dicendo:
- Dunque sei la figlia di Roberto. -
La guard di nuovo, poi soggiunse:
- S, gli assomigli... hai le caratteristiche di
famiglia... - e si interruppe, senza che Simona
capisse se doveva interpretare quell'apprezzamento
come un rimprovero o un elogio.
Segu un breve silenzio, poi la ragazza mormor
timidamente:
- Zia... -
Lady Eleanor ebbe un gesto di sorpresa.
-  vero, sei mia nipote... Accomodati. -
E le indicava una poltrona.
Simona obbed e sedettero l'una di fronte all'altra,
separate soltanto dalla tavola.
Lady Eleanor aveva ripreso in mano la lettera
del signor d'Avron e la scorreva con lo sguardo;
poi, posandola di nuovo, dichiar:
- Non afferro bene il senso delle parole di tuo
padre. A dire il vero non sono mai riuscita a capirlo,
perch  sempre stato assurdo, sia a parole
che a fatti, e mi pare che il tempo non lo abbia
mutato. -
Un violento rancore traspariva sotto le gelide
maniere di lady Eleanor; stava per continuare
sullo stesso tono, quando Simona replic con vivacit:
- Mio padre  il migliore degli uomini e dei
padri. -
Lady Eleanor non era certamente avvezza a essere
contraddetta, perch le sue pupille incolori
ebbero un lampo; ma si domin e riprese con
calma:
- Hai il diritto, anzi il dovere di farti tali illusioni.
Conserva pure il tuo modo di vedere, come
io conservo il mio. Spero non sarai venuta qui per
discutere con me? -
Uno strano suono pass tra le sue labbra, un
suono che rassomigliava a un singhiozzo, a un rantolo,
e che forse era uno scoppio di risa.
- No, zia, - disse Simona riunendo tutto il
suo coraggio, - non sono venuta per ricordarti
cose penose, ma per pregarti di dimenticarle e di
considerare soltanto quello che ti  rimasto caro
del passato, la nostra parentela cos stretta, il
nome che ci  comune...
- Perch tuo padre abbia pensato a tutto questo
dopo trent'anni di silenzio, deve avere molto
bisogno di me, - osserv lady Eleanor con un secondo
scoppio di risa. - Siccome non pu chiedermi
altro che del denaro, dati i nostri reciproci
sentimenti, per ottenerlo pi facilmente ha mandato
te, invece di venire personalmente, per intenerirmi
con pi sicura speranza. -
Simona arross, indignata a questo discorso crudo
e brutale.
- Non mi hanno mandata; sono venuta spontaneamente.
Per quanto strano possa sembrare il
mio modo di agire, lo perdonerai sapendo la disgrazia
che ha colpito i miei cari, e che tu sola,
zia mia, puoi rimediare. -
Gli occhi di Simona si inumidirono e parole ardenti
le salirono dal cuore alle labbra. Ma lady
Eleanor si sollev un po' dalla poltrona e, tendendo
la mano, disse in modo autoritario:
- Oh, lasciamo stare il sentimento, ti prego!
Le frasi non sono mai servite a nulla, e le odio.
Ti credo sincera, perch alla tua et non piace il
denaro per se stesso, e non avresti rischiato tante
pene e tante noie senza motivi seri. Spiegami dunque
tutto, con tranquillit e con chiarezza. -
Simona attenendosi il meglio possibile all'avvertimento,
cominci il doloroso racconto.
Lady Eleanor aveva voltato un poco la poltrona
e rimaneva immobile, con le mani incrociate sulle
ginocchia, offrendo alla fanciulla la vista di un
profilo impassibile e marmoreo.
Quel modo di essere ascoltata imbarazzava sempre
pi Simona. Non potendo fissare lo sguardo
negli occhi della sua interlocutrice, guardava qua
e l, attirata sempre verso la tenda rossa sulla
quale spiccava il viso pallido della zia.
Quella tenda aveva gi richiamato la sua attenzione
fino dall'ingresso nella sala. Anche in quel
momento continuava a distrarla in maniera strana.
Che cosa poteva nascondere? Una porta? Una
finestra? S, forse una finestra che chiudeva male,
poich una corrente d'aria agitava la stoffa, scuotendola
leggermente, gonfiandola e facendola ricadere
con movimento quasi impercettibile.
Non c'era nulla di straordinario, ma quelle ondulazioni
turbavano Simona. Mentre parlava, non
poteva fare a meno di osservare, di riflettere, di
cercare invano una spiegazione. Le sembrava che
la zia, forse per darsi un contegno, guardasse anche
lei quella tenda rossa e ne seguisse i movimenti
con speciale attenzione.
Quando Simona ebbe terminato il suo triste racconto,
lady Eleanor rimase immobile ancora per un
momento, senza una parola, senza un gesto, come se
non avesse ascoltato nulla, capito nulla, senza pensare
che bisognava rispondere e che, davanti a lei,
in attesa della risposta, una creatura umana sentiva
il cuore martellare con inesprimibile angoscia.
Finalmente spost adagio adagio la poltrona
per riportarla nella posizione primitiva e si ritrov
di fronte a Simona, fissandola negli occhi.
-  tutto qui quello che devi dirmi?
- S, zia.
- Riassumiamo. Tuo padre  riuscito a dissipare
il suo patrimonio e a mettere la moglie e i
figli sul lastrico e se stesso tra le grinfie della Giustizia...
una famiglia rovinata, insomma!... -
Pareva che lady Eleanor provasse un visibile
piacere a tale constatazione. Poi continu con la
stessa trionfante ironia:
- Allora, dopo aver esaurito ogni altro espediente,
siccome il mio caro cognato non  un uomo
da disperarsi mai, ha pensato che io lo trarrei
d'impiccio mediante... ma non mi hai ancora detto
quale somma?
- Ci occorrerebbero, - balbett Simona - ci
occorrerebbero... trenta milioni... -
Il viso della vecchia signora non ebbe la minima
contrazione; e tranquillamente continu:
- Un capitale! E vieni cos, senz'altro, a chiedermelo?
Chi ti ha fatto credere che te lo avrei
dato? -
Simona balbett qualche parola incomprensibile;
era quasi pallida quanto la zia. Questa parve
osservare con un certo interesse, il suo turbamento.
- Coraggio, - le disse con voce meno dura.
- Questo passo sar stato molto penoso per te.
- Non c' nulla di penoso quando si tratta dei
propri cari.
- Certo li ami molto.
- Tanto, tanto! -
Simona aveva messo tutta l'anima in quelle parole,
ma lady Eleanor parve poco commossa da
tanto amore, e replic, alzando le spalle:
- Dovrebbero avere per te altrettanto affetto e
premura, e non so spiegarmi come abbiano avuto il
coraggio di esporti ai rischi di un tentativo cos
disperato.
- Sono io che ho avuto l'idea! - afferm di
nuovo Simona.
- Una idea assurda! Alla tua et, simili colpi
di testa possono ancora sembrare slanci generosi,
ma a quella dei tuoi genitori si chiamano pazzie.
Perch non potevi nemmeno sperare di essere ricevuta;
la mia porta  chiusa da anni a tutti, e solo
il caso ha potuto aprirtela.
- Il caso... o la Provvidenza... - mormor Simona.
Lady Eleanor volse leggermente il capo, come
per guardare di nuovo verso la tenda, poi ripet
in tono strano:
- La Provvidenza... una Provvidenza!... S, 
vero! Sicch speravi nella Provvidenza?
- Ci speravo, - rispose seria seria la ragazza,
- e come vedi avevo ragione, poich mi ha
condotta sino a te.
- Credi di essere in porto perch sei arrivata
fino a me? -
Il tono era cos ironico, che Simona giudic il
suo tentativo fallito per sempre.
- S, - replic tuttavia con fermezza, - credevo
e credo ancora che, conoscendo i nostri dolori,
non sarai insensibile.
- Hai forse condiviso i miei, per poter sperare
questo? - disse con amarezza lady Eleanor.
Cos dicendo chin il capo, e tanta desolazione
apparve sul suo viso livido, che dall'animo affettuoso
di Simona sgorg un sentimento di piet
per quella donna, che forse supplicava invano.
- Se avessi conosciuto i tuoi dolori, sarei stata
felice di lenirli, - mormor, facendo atto di avvicinarsi
alla zia.
Ma questa si era gi alzata in piedi e, con un
sorriso sdegnoso sulle labbra, continuava con lo
stesso freddo sarcasmo:
- Non occuparti di me; pensa a te, piuttosto.
Che cosa farai, ora? -
Simona previde che stava per licenziarla e alzandosi
disse:
- Zia, partir appena avr la tua risposta.
- E come partirai? Chi ti accompagner? Non
sarai certo venuta sola da Parigi, senza neanche
sapere se ti avrei ricevuta! -
Simona le spieg che una persona era rimasta
al cancello ad attenderla e che, a ogni modo, poteva
tornare a York. Lady Eleanor, senza parlare,
suon il campanello. Un domestico apparve quasi
all'istante; gli dtte qualche breve ordine in inglese,
poi, quando fu uscito, disse, rivolta alla ragazza:
- Ho mandato a prendere le tue valige e a
mandar via l'automobile, dal momento che hai intenzione
di rimanere qui.
- Come? - esclam Simona, stupefatta.
- Mi domandi una risposta. Non immaginerai
che una cosa cos grave possa decidersi subito, senza
nemmeno riflettere. Dovrai attendere qui, perch
non conosco nessun altro luogo dove sia possibile
pernottare. Se non altro, avrai occasione di conoscermi
come desideri, almeno dici. -
Lady Eleanor sembrava burlarsi di Simona, ma
quelle parole parvero quasi dolci alla ragazza, che
non sperava nulla.
- Oh, zia! - disse con un sorriso riconoscente.
- Rester, poich me lo permetti. -
Il sorriso di Simona era dolcissimo, luminoso,
e rendeva ancora pi giovane il suo bel viso; lo
sguardo di lady Eleanor, sempre fisso sulla nipote,
si addolc.
- Sarai stanca, - disse, ricordando solo allora
i doveri dell'ospitalit - e avrai anche freddo,
forse. A me piace il freddo, ma nella tua famiglia
lo soffrono molto. Scaldati. -
Perch mai, se a lady Eleanor piaceva il freddo,
un fuoco ardente di carbone bruciava nel camino,
riempiendo la sala di un calore intenso, quasi soffocante?
Senza cercare di spiegarsi quella stranezza, come
non aveva tentato di spiegare le altre stranezze
gi osservate nella zia, Simona, che era freddolosa
come tutti i d'Avron, si avvicin al camino
quanto lo permise un vecchio cagnolino, molto brutto
e spelato, steso su un tappeto davanti al fuoco,
che si mise a ringhiare; era certo avvezzo a occupare
da solo tutto il posto, e non intendeva che
altri lo disturbasse.
- Il mio cane  vecchio e malato, quindi poco
socievole. Le bestie sono come le persone, - osserv
lady Eleanor.
Poi, avvicinatasi alla nipote, riprese con lo stesso
tono autoritario:
- A che ti servono ora cappotto e cappello? Vuoi
tenerli indosso finch resti qui? -
Simona, senza parlare, si tolse il pesante mantello
da viaggio e si lev il cappello. Lady Eleanor,
che aveva seguito attentamente le sue mosse, parve
soddisfatta.
- S, - dichiar, - sei una vera d'Avron, il
ritratto di tuo padre... Non hai per i suoi occhi,
n la sua espressione... Somigli piuttosto... -
Tacque, e Simona pens che la zia alludesse a
qualche persona cara, forse al marito. Forse quella
donna, cos insensibile in apparenza, nascondeva
ancora in fondo all'anima un amore e un dolore
che formavano il segreto della sua vita.
- Come ti chiami? - domand improvvisamente,
con uno di quei salti di pensiero, che rendevano
caratteristica la sua conversazione. - Non me
lo hai ancora detto.
- Mi chiamo Simona.
- Ah! Hanno dato anche a te il nome della
nonna. -
Simona non conosceva nessun altro membro della
famiglia che avesse ereditato questo nome, ma
dall'espressione triste del viso di lady Eleanor suppose
che fosse appartenuto a uno dei figli della zia,
morti ancora piccoli. Lady Eleanor rimase un
istante in silenzio, poi, appoggiando le mani alla
tavola che le stava davanti, si alz e venne vicino
a Simona.
Solo allora la fanciulla si accrse che la zia era
molto alta, magra, cos forte di struttura da sembrare
massiccia e robusta, nonostante la magrezza.
L'abito nero, di linea diritta, le dava un aspetto
monacale ancora pi strano.
- Sei molto rossa e accaldata, - osserv, toccando
con un dito la guancia di Simona, che prov
una certa impressione a quel contatto. - Avrai
mal di testa, bench tu non lo dica. Questo viaggio
era superiore alle tue forze. E poi, se hai fatto colazione
presto, avrai fame; si ha sempre fame alla
tua et! -
Lady Eleanor parlava con una specie di invidia,
e non badando alle proteste gentili della nipote:
- Suoner perch ci portino subito il t, - soggiunse.
Aveva senza dubbio avvezzato le persone di servizio
a una obbedienza sollecita, perch non erano
passati due minuti, che il vassoio si trovava gi
sulla tavola, un gran vassoio d'argento, con un
servizio da t pure d'argento, e di cui ogni pezz'o
era di misura e peso quasi esagerati.
- Prego, serviti, - disse lady Eleanor, porgendo
a Simona una tazza e un piatto di dolci.
Simona si era gi accorta che era inutile opporsi
alla volont della zia; obbed senza sforzo
perch non aveva preso niente dopo la partenza
da Londra e non ne poteva pi dalla fame. Mentre
beveva il t e mangiava un biscotto, osserv che
lady Eleanor avvicinava la tazza alle labbra e la
riposava, senza nemmeno inghiottire un sorso, e
che sbriciolava nervosamente un biscotto tra le dita.
Si affrett a terminare la piccola merenda, e
subito la zia le domand:
- Ora andrai un po' in camera a riposare? -
in tono cos deciso da non lasciare dubbio sulla
risposta. - No, non ancora, - aggiunse vedendo
che la fanciulla si preparava a uscire. - Ti far
accompagnare, e alle otto verranno a prenderti per
il pranzo, poich da sola non ti orienteresti nei
corridoi di questa vecchia casa. Non parli inglese,
mi pare? -
Simona dovette confessare la sua ignoranza, ma
la zia, invece di esserne scandalizzata, parve molto
soddisfatta.
- Mi stupisco ancora di pi che, non sapendo
neppure spiegarti, tu abbia potuto giungere fino a
me. Mi meraviglio che il portiere ti abbia lasciata
entrare! -
Simona era troppo sincera per non dire la verit,
e non aveva neppure ragione di non farlo.
- Non sono entrata dal cancello, ma da una
porticina laterale.
- Chi te l'ha indicata?
- Avevo visto qualcuno che usciva di l.
- Uscire?... Chi?... -
Davanti all'improvviso interesse di lady Eleanor,
Simona tem di avere inconsciamente toccato un
argomento pericoloso, ma era troppo tardi per tornare
indietro. Inoltre era proprio questa l'occasione
per chiarire un punto interessante, rimasto oscuro:
l'identit del suo misterioso protettore. Incuriosita,
dichiar:
- Un signore che credo uscisse dal castello.
- Un signore?! - ripet lady Eleanor con stupore
e attenzione. - Sei proprio sicura che non
fosse un cameriere?
- No, non era un cameriere.
- Che tipo? Che et? Che aspetto aveva? -
Queste domande erano pronunziate con impazienza
mal dissimulata, e quasi con timore.
- Giovane, molto alto, - rispose Simona, sempre
pi incuriosita.
- E ti ha vista, ti ha parlato? - domand lady
Eleanor, mentre due macchie violacee le colorivano
gli zigomi.
Nessun altro segno esteriore tradiva le sue emozioni,
ma Simona cred di indovinare in lei una
violenta collera contenuta a stento. Non pens neppure
di celare qualcosa del suo incontro con uno
sconosciuto, e affrontando ogni rischio, ripet, quasi
parola per parola, la breve conversazione.
- Ah, si permette di proibire l'accesso alla mia
porta! Farebbe meglio a proibirlo a se stesso, -
ansim lady Eleanor, il cui respiro si faceva sempre
pi affannoso.
Si rialz drizzando l'alta persona; teneva le labbra
serrate, e nelle pupille chiare passava quel
lampo d'acciaio gi noto a Simona. Poi si volt
rigida, guard ancora la tenda che sembrava gonfiarsi
sotto una corrente d'aria pi forte, fece qualche
passo, e sed tranquillamente nello stesso posto
che occupava quando Simona era entrata, mostrando
alla giovane stupita un viso di nuovo impassibile.
Quasi nello stesso momento una cameriera entr
cauta nella sala, con quel passo leggero e silenzioso
di tutti i servitori del castello; si ferm davanti
a Simona, e questa, a un cenno di lady Eleanor, si
alz e la segu.
Percorsero insieme un lungo corridoio, scesero
qualche gradino, poi passarono per altre scale che
indicavano cambiamenti di livello, per altri corridoi
che si incrociavano in ogni senso, girando e rigirando,
tanto che Simona non aveva pi il senso
dell'orientamento e non sapeva nemmeno pi a che
piano e in quale parte del fabbricato si trovasse,
quando finalmente giunse alla camera che le avevano
destinata.
Era una camera vasta, arredata con quella ricchezza
propria delle case inglesi ricche, e che ricorda
un po' l'albergo di lusso.
Le quattro pareti principali erano occupate da
grandi armadi a specchio capaci di contenere il
corredo di una regina; il letto di ottone era larghissimo
e quasi quadrato, la scrivania degna di
un ministro.
L'ordine pi minuzioso e impeccabile aveva presieduto
ai minimi particolari dell'arredamento, e
se non fosse stato l'odore di rinchiuso ancora forte
e lo scoppiettio del carbone nel camino umido, non
si sarebbe mai detto che quella camera disabitata
da molto tempo, fosse stata preparata in fretta per
l'ospite inattesa.
Rimasta sola nella sua nuova dimora, Simona
prov l per l una impressione di gelo e di tristezza.
Tutto ci che la circondava le sembrava
estraneo, quasi ostile, troppo solenne, troppo ricco,
beffardo, schiacciante per il suo dolore. Si domand
quale sorte l'aspettava, quali rivelazioni
avrebbe avuto in quel castello chiuso a tutti e
dove, in cos strana maniera, il destino e la sua
volont l'avevano portata.
Che intenzioni aveva la zia, trattenendola?
Lady Eleanor era davvero, come l'aveva definita
il signor d'Avron, e come le sue stesse parole dure
e altere potevano far credere, una donna cattiva,
incapace di piet, che godeva del dolore altrui, e
cercava di prolungare quel godimento? Oppure era
una donna infelice, inasprita da dolori fisici e morali,
ma accessibile a certi sentimenti, a certe emozioni,
la cui traccia era parsa visibile a Simona?
O piuttosto, come lasciavano credere i suoi modi
strani, i suoi discorsi sconnessi, la stranezza
della sua vita, era una squilibrata che agiva secondo
il capriccio del momento, le cui parole e i
cui atti non potevano essere interpretati in modo
sicuro? Simona oscillava tra queste tre ipotesi,
senza sapersi risolvere ad accettarne o respingerne
alcuna.
Pensava che in lady Eleanor ci fosse qualcosa
di impenetrabile che suo padre ignorava e che lei
stessa non saprebbe mai. Non era tutto misterioso
attorno a quella donna? Chi era dunque l'uomo che
Simona aveva sentito parlare? Perch lady Eleanor,
che parlava con lui e ne seguiva i consigli,
era rimasta stupita e irritata dall'allusione fatta
alla sua presenza?
Pi Simona rifletteva, pi la situazione le appariva
confusa e aumentava la sua incertezza sulla
linea di condotta da seguire. Una cosa per era sicura:
la vita e l'onore dei suoi cari dipendevano
dalla zia, e il solo mezzo per salvarli era di piacerle,
ci che la piccola brettone volle tentare con
la massima energia.
Si avvicinava l'ora del pranzo, e si domand se
dovesse cambiare vestito; l'usanza inglese e il rispetto
dovuto alla zia la indussero a farlo, e dopo
qualche incertezza lev dal baule un vestitino di
lana chiara, semplice, fresco e gaio, proprio un
vestito giovanile.
Dopo essersi rivestita e pettinata, si guard con
attenta cura nello specchio, con una cura che non
le era consueta. La mancanza assoluta di civetteria,
e forse anche la nozione della propria bellezza,
la rendevano per lo pi noncurante dell'effetto
che produceva; ma quella sera se ne preoccupava
vivamente, e fu contenta di vedersi riposata, calma
come al solito, e si sent ancora pi contenta
quando, entrando in sala da pranzo, la zia la osserv
con aria soddisfatta.
Lady Eleanor si era gi seduta a tavola, una tavola
che sembrava troppo piccola in paragone della
grandezza della sala, bench dodici persone vi
potessero prendere posto comodamente.
Due posti soli erano apparecchiati, l'uno di fronte
all'altro; Simona ebbe una leggera delusione vedendo
che non era atteso nessun altro commensale.
Il pranzo fu servito tuttavia con quella pompa,
quella ricercatezza e quello sfarzo che apparivano
dappertutto. La tovaglia scompariva quasi sotto
l'argenteria, enormi scaldavivande, copripiatti,
trionfi, ceste da frutta, e una infinit di oggetti
superflui messi l a scopo decorativo, il cui scintillio,
sotto la luce, ricordava un po' troppo la vetrina
di un orefice.
Quattro camerieri in sfarzose livree stavano impalati
al loro posto, e il pranzo poteva stare alla
pari, per composizione ed esecuzione, a un pranzo
di gala parigino.
- Ho un cuoco francese, - spieg la zia.
Il cuoco francese era per lei di mediocre utilit,
perch non assaggiava neppure le pietanze che portavano
in tavola con una profusione che Simona
giudic esagerata.
A mano a mano che il tempo passava, la conversazione
a due diveniva sempre pi penosa. Vicino
alla zia, Simona provava l'imbarazzo di una
persona che fosse costretta a suonare uno strumento
sconosciuto, e che facesse dei timidi tentativi,
sorpresa di far bene talvolta, quanto, pi spesso,
di produrre suoni spiacevoli.
Senza che potesse spiegarlo o prevederlo, alcune
risposte, alcune parole, anche le pi inoffensive,
sembravano irritare profondamente lady Eleanor,
mentre altre, senza ragione apparente, avevano il
potere di calmarla e perfino di farla sorridere. Per
esempio, alz le spalle sdegnosa, sentendo Simona,
interrogata da lei su Giorgio, elogiare le rare doti
del bambino e le speranze che dava, e borbott con
un sogghigno:
- Bisogna essere pazzi per riporre speranze in
un bambino. -
Poco dopo, invece, il racconto dell'incontro di
Simona con Flora, suscit in lei un vivo interesse,
una compassione improvvisa, e la fece sospirare:
- Compiango la povera piccina, inferma, storpia,
esclusa dalla vita normale, fatta segno alla
piet o alla ripugnanza degli altri.
- Nessuno proverebbe ribrezzo per Flora, - replic
con vivacit Simona. - La sua intelligenza
e la sua grazia fanno ben presto dimenticare la
miseria fisica.
- Davvero? Pensi cos, tu? -
Non si parl pi di Flora. Finalmente si alzarono
da tavola per tornare nel salotto dove Simona
era stata ricevuta, e che sembrava il posto
favorito di lady Eleanor.
Da quel momento le cose presero una piega migliore.
Parve a Simona che la zia la osservasse, e
che il resultato della sua osservazione la soddisfacesse.
- Suoni il pianoforte? - le domand all'improvviso
lady Eleanor.
- S, zia, un poco.
- Allora, suona. -
Lady Eleanor le indicava con il gesto un magnifico
Ehrard a coda, che occupava un angolo della
sala.
- Ti piace la musica, zia? - azzard Simona.
- A me? Affatto! - replic l'altra con un tono
reciso, che non lasciava dubbio; poi, con evidente
incoerenza, concluse: - Suona pure, mi far piacere. -
Simona si avvicin al pianoforte, felice di aver
trovato un passatempo.
- La musica  nello scaffale. -
La raccolta musicale era ottima. Simona trov
la maggior parte delle opere recenti di compositori
francesi, scelte con gusto e cura da conoscitore.
Ma ormai passava di stupore in stupore e, dopo
aver aperto uno spartito sul leggio, cominci a
suonare.
Buone lezioni e ottimi concerti, avevano sviluppato
in lei le naturali attitudini e una vera bravura.
Lady Eleanor non diede segno di accorgersene;
ascoltava con aria annoiata, voltando ogni tanto la
testa per guardarsi intorno, o tendendo svogliatamente
la mano per accarezzare il vecchio cagnolino
che si era rannicchiato sulle sue ginocchia.
Poi, finito appena l'ultimo accordo, le ordin in
fretta, senza il minimo elogio:
- Certo saprai anche cantare; canta, per favore. -
Tutto si ribellava in Simona a simile trattamento.
Abituata come era a essere coccolata in famiglia
e ricercata in societ, si sentiva inasprita da
quella maniera cos priva di riguardi e cos dispotica.
Stava per replicare, per rifiutare, quando un
sentimento, pi elevato ancora della sua fierezza,
prese il sopravvento: si pu sopportare tutto, anche
le umiliazioni, per amore dei propri cari.
Cant vecchie canzoni brettoni, i cui semplici
motivi si adattavano alla sua voce sicura, bene
intonata, ma poco estesa, e la cui tristezza si confaceva
al suo stato d'animo.
Lady Eleanor conservava lo stesso contegno di
profonda indifferenza misto a visibile stanchezza;
ci nonostante, appena la voce taceva, ripeteva
macchinalmente:
- Canta ancora qualche altra cosa, ti prego. -
Dopo tre o quattro pezzi, cambi idea improvvisamente,
e dichiar:
- Non voglio trattenerti pi a lungo.  gi tardi
e vorrai scrivere ai tuoi genitori prima di coricarti.
- Che debbo dir loro? - domand Simona.
Lady Eleanor corrug la fronte, e rispose, fredda
e breve:
- Dirai loro che sto riflettendo. Non potevi sperare
n meglio n tanto, suppongo. -
E volt le spalle a Simona che, intuendo di
essere stata inopportuna, le augur timidamente
la buonanotte. Poi riprendendosi, torn verso la
giovane, dicendole con voce pi dolce:
- Buona sera, bambina. -
Porse la punta delle dita a Simona, che trasal
nuovamente a quel gelido contatto.
Pi si avvicinava alla zia, pi le pareva strana,
incmprensibile, differente da tutte le altre
persone incontrate fino ad allora, una donna a
parte che vivesse in condizioni speciali.
Simona guard ancora una volta la tenda rossa,
e se ne and, agitata dall'impressione di essere
in un mondo misterioso, che l'aveva afferrata e dal
quale si sarebbe liberata con difficolt.
Mentre, scortata dalla solita cameriera apparsa
al suo fianco come per incanto, percorreva i meandri
del castello, questi le sembravano interminabili
e il castello si trasformava in una prigione dalla
quale non si usciva di spontanea volont. Capiva
che credeva a uno scherzo dell'immaginazione, ma
se ne sgomentava tuttavia.
Aveva la testa pesante, piena di troppe impressioni
ricevute; e quando si mise a scrivere ai suoi
cari e volle esprimer loro quelle impressioni, non
pot chiarirle, non riusc a sapere se doveva mandare
una parola di speranza, o prepararli a una
delusione. Si limit a riferire brevemente i fatti,
lasciando a loro la cura di trarne conclusioni. Poi,
come faceva sempre, si raccomand alla Provvidenza;
 il miglior mezzo per calmare un cuore turbato
e risollevare un animo abbattuto.


Capitolo 5.

La notte era finita; che cosa aveva portato a
Erlington?
Prima di tutto molta neve. Simona, aprendo
la finestra, vide uno strato bianco che si stendeva
a perdita d'occhio, livellando le aiuole e i viali,
coprendo gli alberi, alterando i contorni, rendendo
tutto uniforme. Non riconosceva pi il giardino
percorso arrivando al castello, e la novit della veduta
che si stendeva davanti a lei le richiam alla
mente le fantasticherie della sera prima, l'incubo
di lontananza, di smarrimento, d'improvviso rapimento
in una regione lontana e misteriosa, che
l'aveva assalita fin dall'ingresso in quella casa.
Ma sotto la luce mattutina, pi viva per il candido
riflesso della neve, la realt riprendeva i suoi
diritti, le cose ricuperavano il loro carattere e il
loro valore. L'imponente mole del castello non
aveva pi nulla di spaventoso: il suo aspetto misterioso
derivava unicamente dal numero esiguo di
coloro che l'abitavano.
La famosa tenda rossa doveva solo nascondere
una porta o una finestra, e gli strani movimenti
della stoffa, osservati la sera prima, le parevano
spiegati da una corrente d'aria o da un effetto di
luce.
Anche lady Eleanor, vista in pieno giorno, sembrerebbe
meno livida e perderebbe l'aspetto di fantasma,
e la eccentricit inglese, giustificherebbe le
bizzarrie della sua condotta.
Simona fu pronta per tempo, aspettando di venire
chiamata da un momento all'altro dalla zia,
che le comunicherebbe la sua decisione. Fu sorpresa
di passare la mattinata senza che nessuno
si facesse vivo, a eccezione della cameriera addetta
al suo servizio, con la quale si limit, per
forza, a scambiare qualche parola non compresa o
alcuni gesti non maggiormente espressivi.
La prima e la seconda colazione le vennero servite
in camera, e si credeva gi dimenticata del
tutto, quando verso le due apparve la cameriera,
e questa volta per scortarla.
Rinnovarono il passaggio attraverso i corridoi
della sera prima, finch Simona si trov nella sala
da pranzo. Il lunch vi era servito con lo stesso fasto
del giorno precedente, e lady Eleanor era gi
al suo posto.
Accolse la nipote con un breve:
- Come stai? -
A cui Simona rispose, secondo le regole della
buona creanza:
- Perfettamente bene, zia, grazie. -
Queste semplici parole provocarono i sarcasmi
di lady Eleanor.
- Davvero!... - disse con quel suo indefinibile
sorriso. - Mi rallegro che tu abbia potuto passare
una buona nottata... La mia  stata orribile, -
aggiunse.
Le parole erano confermate dalla stanchezza del
viso e dal pallore che accentuava ancor pi il cerchio
livido sotto gli occhi. Ma non disse quali cause
avessero turbato il suo riposo, n lasci indovinare
quali pensieri e quali riflessioni avessero
occupato la sua mente in quella notte di insonnia.
Parl di cose comuni, evitando di proposito, e con
evidente affettazione, tutto ci che ricordava il
viaggio della nipote, alla quale non permise alcuna
domanda, per quanto indiretta.
D'altra parte, il momento sarebbe stato scelto
male per una spiegazione, poich l'umore di lady
Eleanor sembrava ancor pi nero e bizzarro della
sera precedente. Le sue osservazioni ironiche misero
a dura prova la pazienza di Simona durante
il pasto, e solo quando torn in salotto e fu di nuovo
seduta nella sua poltrona, con il cagnolino spelato
sulle ginocchia, si addolc un poco.
La sua voce divenne meno aspra; mostr un po'
d'interesse per Simona, interrogandola sui suoi
gusti, sulle sue abitudini, sulla sua vita di ogni
giorno, e osservando:
- Questa casa ti parr molto triste, dopo Parigi.
Temo che ti annoierai a morte.
- Non mi annoio mai, - replic Simona, -
mi piace molto la campagna e mi sento pi brettone che parigina.
- Ma con me ci si annoierebbe dappertutto. Oh,
non protestare, mi conosco: vecchia, triste, ammalata...
tre buone ragioni per infastidire chiunque! -
Sembrava infatti che non stesse bene, e si passava
di tanto in tanto la mano sulla fronte, con
gesto di sofferenza.
- Ho l'emicrania, - spieg, non riuscendo pi
a dissimulare il suo malessere.
- Forse ti stanco con la mia presenza, zia. Posso
esserti utile in qualche cosa? - domand cortesemente
Simona.
- Resta pure, se vuoi, e, per favore, porgimi quella bottiglietta di sali che  l, sul camino. -
Simona gliela port subito; poi, vedendo la zia
Sempre pi sofferente, insist con dolcezza:
- Permettimi di curarti un poco... Dovresti
stenderti l, sul divano. -
Con grande meraviglia di Simona, lady Eleanor
accett il consiglio, e mentre la ragazza le accomodava
abilmente i cuscini sotto il capo, ebbe
un leggero sorriso, osservando:
- Ti si direbbe abituata ai malati...
- Certo. Assisto io la mamma.
-  spesso sofferente?
- Quasi sempre.
- Che brava donnina di casa! - disse lady
Eleanor, il cui sorriso si accentuava.
Poi chiuse gli occhi, immersa nella meditazione
o nel sonno, e Simona, temendo di disturbarla, si
sed in silenzio nel vano di una finestra e si mise
a guardar fuori, verso la corte, ancora pi silenziosa
sotto lo spesso tappeto di neve che il vento
gelido gi trasformava in ghiaccio.
Ma si stanc presto di questa contemplazione e
cerc intorno a s qualcosa che la occupasse. Alcuni
libri erano posti su uno scaffale, a portata di
mano. Ne prese uno a caso. Proprio un libro francese,
un libro che conosceva bene, l'ultimo che aveva
letto con sua madre e che per l'improvvisa partenza
non aveva finito.
I minimi fatti assumono in speciali circostanze
un valore sproporzionato; Simona era sorpresa,
quasi commossa, come se avesse incontrato un compatriotta,
un amico in paese straniero. Apr il libro
al punto dove lo aveva lasciato e si mise a
leggere.
Lady Eleanor rimaneva immobile; il cagnolino
sonnecchiava inerte, davanti al fuoco. Simona,
sola in quella gran calma, si assorb a poco a poco
nella lettura, e mentre sfogliava le pagine a lei
familiari, era di nuovo trasportata dalla corrente
delle idee consuete. Ci che la circondava spariva,
si trasformava, e poteva illudersi in certi momenti
di essere ancora a casa sua, vegliando la mamma
addormentata.
Un'ora o due passarono, apportando alla sua
mente stanca il primo sollievo in quei giorni di
ansia. A un tratto quel riposo fu interrotto: Simona
torn improvvisamente alla realt, riscossa
da un senso spiacevolissimo. Aveva la coscienza
che qualcuno fosse presente e la guardasse.
Alz gli occhi dal libro e guard verso lady
Eleanor; non aveva mutato la sua rigida immobilit
di statua, e le sue palpebre rimanevano chiuse.
Quel certo senso noioso continuava. Simona
guard per la stanza: nessuno era entrato, tutto
era allo stesso posto, nello, stesso ordine. Niente
viveva, niente si moveva. Soltanto la tenda rossa
aveva tra le pieghe un fremito appena percettibile,
come se fosse agitata.
Allora i fantastici timori del giorno prima tornarono
alla mente di Simona con forza incredibile;
fu addirittura dominata da una curiosit irragionevole,
irresistibile, che le fece dimenticare i consueti
riguardi. Si alz, si diresse verso la tenda
rossa, decisa a chiarire i suoi dubbi, ad assicurarsi
che non nascondesse nulla di sospetto, che le sue
stravaganti supposizioni non fossero che fanciullaggini.
Stava per toccare la stoffa, quando la mano
gi tesa ricadde.
Lady Eleanor si era alzata a sedere con brusco
movimento, e nei suoi occhi spalancati non appariva
lo sguardo incerto del risveglio, ma una luce
fosforescente, come hanno i gatti quando sono in
collera. Simona ebbe un momento di ansia terribile,
ma il temuto sguardo si spense, le labbra si
dischiusero, e la vecchia signora le disse calma
calma:
- Poich sei in piedi, cara, suona il campanello perch
portino il t. -
L'incidente era chiuso, se pur si poteva chiamare
incidente, dato che n un gesto, n una parola,
n qualunque altro indizio, confermarono in
Simona lo strano dubbio che le era balenato alla
mente. Ci nonostante rimase sotto l'incubo di un
disagio e di un malessere crescenti; sopportava
sempre pi penosamente il silenzio sistematico di
lady Eleanor, ma non osava rinnovare lo sfortunato
tentativo del giorno prima e forzare uno stato
di cose che ben presto avrebbe una naturale soluzione.
La risposta sar pronta domani, pens, alla
fine della giornata, eguale in tutto alla precedente.
Una seconda notte era trascorsa e il sole era
apparso un'altra volta, illuminando lo stesso orizzonte
di neve, riportando le stesse speranze, le
stesse emozioni del giorno prima, e anche le
stesse delusioni. Nulla era mutato nell'ordine e
nello svolgimento delle cose, e nemmeno nel contegno
e nei modi di lady Eleanor, tanto che si
poteva credere che avesse del tutto dimenticata la
ragione della presenza della nipote.
Simona non sapeva pi che cosa pensare, n che
decisione prendere; si chiedeva con ansia a quale
scopo e per quanto tempo le verrebbe imposta quella
crudele attesa, ma una strana timidezza, non
disgiunta da una istintiva prudenza, le troncava
la domanda sulle labbra. Pi viveva con la zia, pi
la vedeva da vicino, e meno la capiva. I discorsi,
i modi, le abitudini di lady Eleanor, si contraddicevano
e si smentivano a ogni istante, e il suo viso,
dai lineamenti immobili, che sembrava per sempre
privo di espressione, impediva qualunque esame e
sviava qualunque sospetto.
Era perfino impossibile capire quale specie di
sentimento le ispirasse Simona. La ragazza credeva
talvolta di sorprendere quasi dell'odio nei suoi
occhi, tal'altra una improvvisa e inesplicabile emozione.
Certe parole tradivano una profonda irritazione,
il ricordo costante di vecchi rancori; altre,
un interesse positivo, quasi imbarazzante.
Le domande si succedevano, incoerenti, stravaganti,
minuziose, concernenti tutto ci che si riferiva
a Simona, ai suoi gusti alle sue abitudini,
alle sue idee. Poi seguivano pause di silenzio;
lady Eleanor, inerte, con lo sguardo fisso nel vuoto,
per qualche momento pensava a una cosa che l'assorbiva,
ma che non diceva.
Simona non riusciva a indovinare, e vedeva passare
le ore con ansia. Nel pomeriggio la posta, unico
legame che sembrava sussistere tra Erlington e
il resto del mondo, le port lettere di casa sua.
Il signor d'Avron, sicuro ormai della riuscita,
dal momento che Simona si trovava presso la zia,
moltiplicava, in lunghe pagine illegibili, consigli,
raccomandazioni e progetti mirabolanti. La signora
d'Avron invece era in pena, si desolava e disperava
di tutto; e la calligrafia incerta, le frasi slegate,
tradivano un completo accasciamento fisico
e morale.
Come sopporterebbero l'annunzio d'una sconfitta?
pens con dolore Simona.
Piena di slancio e senza lasciarsi abbattere, attinse
nuovo coraggio nella convinzione dell'assoluta
necessit di riuscire, e riprese la lotta con
tutte le sue forze, usando tutte le armi in suo possesso.
Chi aveva ammirato in societ il grazioso viso
di Simona d'Avron, i suoi modi semplici e naturali,
sarebbe rimasto stupito dallo spirito, dal brio
e dalle molteplici seduzioni che prodig quella sera.
Lady Eleanor, per quanto poco sensibile agli
affetti familiari, dov tuttavia riconoscere la superiorit
della nipote ed esserne soddisfatta, perch
un sincero sorriso sfior due o tre volte le sue labbra
pallide, e accomiatando Simona pi tardi del
solito:
- Sei una piccola sirena, - le disse - mi hai
fatto dimenticare l'ora! -
Simona sapeva a quale prezzo aveva meritato
quella lode. Quando finalmente fu sola nella sua
camera, libera da ogni costrizione, si sent sfinita
dall'eccessiva stanchezza, accasciata da una profonda
malinconia. Era tanto poco abituata a soffrire,
e soprattutto a soffrire sola, che quei tre
giorni passati a Erlington le sembravano una eternit
piena di angoscia.
Pass la notte febbricitante, in un dormiveglia
agitato, perseguitata dall'incubo delle preoccupazioni,
purtroppo vere, cui si aggiungevano stravaganti
fantasticherie. Le pareva che il vento, facendo
scricchiolare la banderuola sul tetto, portasse
via la casa; poi, in una sosta, le pareva di
sentire attorno a se rumori strani, scricchioli nei
muri, fruscii nelle tende, e all'esterno, sotto le
finestre, un confuso calpestio, come se una massa
di nemici invisibili l'avesse circondata.
Si sedette sul letto per ascoltare meglio.
Era senza dubbio il ronzio delle sue orecchie,
perch un silenzio profondo regnava nella camera.
Tuttavia non si sentiva ancora rassicurata, e quel
silenzio stesso, quella oscurit, quella solitudine
notturna, alimentavano le sue vaghe apprensioni.
Un debole raggio di luce, filtrando attraverso le
persiane, solcava le tenebre. Era forse l'alba? Simona
salt dal letto senza saper bene quello che
facesse, e apr a tastoni le imposte.
L'alba era ancora lontana, ma i raggi della luna
brillavano limpidi e freddi sulla neve, e Simona,
in preda al suo incubo, ebbe una strana visione.
Laggi, proprio di fronte alla sua finestra, vide,
o credette di vedere, un uomo in piedi, che
guardava dalla sua parte. Non riusciva a distinguerne il viso
ma, nonostante la sua miopia, osserv
che l'uomo era d'alta statura. Indietreggi
involontariamente; poi si riavvicin alla finestra
per assicurarsi della cosa, ma non vide pi nessuno,
sia che avesse preso abbaglio la prima volta,
sia che l'uomo si fosse allontanato.
Simona torn a letto e rest a lungo sveglia, riflettendo.
Chi era quell'uomo? Quale motivo lo spingeva
a quell'ora nel solitario giardino dove nessun
vivente era visibile durante il giorno? Le vicinanze
del castello erano troppo ben vigilate, perch
qualcuno penetrasse dal di fuori. Quello sconosciuto
abitava dunque a Erlington.
Subito ricord l'uomo che aveva incontrato al
cancello, la voce maschile udita il giorno dell'arrivo.
Pens all'immensit del castello, in gran
parte a lei sconosciuto, a certi particolari della
vita e della casa della zia. Ma bench le supposizioni
si moltiplicassero, nessun filo conduttore le
collegava, e Simona, affranta da tante vane congetture,
si addorment profondamente.
Si svegli con una pesantezza alla testa e una
stanchezza nelle membra; le impressioni notturne
si riaffacciavano in disordine alla sua mente, con
immagini vaghe e confuse.
Era d'indole poco romantica, e ammettere che
un uomo rimanesse nascosto nel castello, le pareva
una esagerazione. L'uomo che aveva visto passeggiare
al chiaro di luna, non era un personaggio
interessante e misterioso, ma probabilmente un
giardiniere che andava a sorvegliare le stufe delle
serre o si occupava di altre cose del suo mestiere.
E poi, sotto quel chiarore vago, non aveva scambiato
forse per un uomo un arbusto del giardino
o una ombra?
Mi accorger, disse tra s se qualcuno ha
camminato sotto le mie finestre.
Con palese soddisfazione, constat che l, come
ovunque intorno al castello, la neve, indurita dal
gelo notturno, formava un denso strato uniforme,
senza traccia di passi. Quella era la prova sicura
che aveva sognato.
Tuttavia fu nervosa tutto il giorno.
Il desiderio umano e logico di lasciare Erlington
si trasformava in ansia febbrile. Il termine
fissato da Osmin era quasi trascorso per met, e
si accorgeva con stupore che il tempo passava senza
portare alcun mutamento nella situazione.
Le notizie venute dalla Francia erano cattive.
Gli affari andavano di male in peggio, e suo padre,
cambiando tono, si stupiva, si irritava quasi che
Simona non avesse ancora concluso nulla, confessava
di essere scoraggiato e alla fine di ogni risorsa;
inoltre era molto preoccupato per la salute
della moglie.
Simona, al pensiero delle condizioni disperate
della famiglia, si sent profondamente amareggiata
e inasprita, impotente a soccorrerli, costretta
come era a una lunga attesa. Ormai la pazienza
diveniva pericolosa, sicch, decidendosi, quando rivide
lady Eleanor a colazione, cominci coraggiosamente:
- Sai che la persona che mi ha condotta qui
deve ripartire domani l'altro?
- Che me ne importa, cara?... - disse lady
Eleanor, con indifferenza.
- Era stato combinato che ripartissi con lei...
- Sei gi stanca della mia compagnia? Dovevo
aspettarmelo. Ebbene, cosa ti trattiene? -
Simona riun tutto il suo coraggio.
- Prima di pensare a tornare dai miei, - disse
- mi occorre sapere se  la felicit o la disperazione
che porter loro, e tu, zia, sei la sola a
saperlo. -
Lady Eleanor lanci a Simona uno sguardo cupo
e inflessibile, dicendole con alterigia:
- Vuoi ricordarmi, credo, che ti ho promesso
una risposta? Fatica inutile; non dimentico mai
nulla, io! -
Poi continu, sottolineando le parole:
- Questa risposta non  pronta. Troppe cose
possono influire sulla mia decisione, perch io stessa
sappia fin da ora quale sar. Sei libera di attendere
questa risposta o di cercare altrove un soccorso
pi immediato e sicuro.
- Spero soltanto in te, - mormor Simona.
Un leggero sospiro di soddisfazione sollev il petto
di lady Eleanor e, se la cosa non fosse parsa
inverosimile, si sarebbe detto che lei pure durante
quel breve dialogo, fosse agitata da timori e speranze
improvvise, e che anche lei studiasse le parole
e i gesti della nipote, come se in qualche modo
dipendesse da lei e attendesse dalla fanciulla
un favore, un aiuto, un beneficio gi pensato. Ma,
quasi a nascondere tutto ci, raddoppi di freddezza,
concludendo:
- Poich le cose sono a questo punto, farai meglio
ad armarti di pazienza.
- Sono paziente, lo sar finch sar necessario,
- rispose la povera Simona, chinando il capo, scoraggiata.
Mantenere quella promessa fu per lei pi difficile
di quanto credesse. Nella monotonia esasperante
delle ore che si susseguivano, e sotto la calma
apparente che doveva fingere, l'agitazione interna
aumentava fino al parossismo. Le pareva che
il suo supplizio non dovesse aver pi fine e le veniva
meno la forza di sopportarlo. Distoglieva lo
sguardo per non vedere il viso impassibile e pallido
della zia, il suo vestito nero, dalle pieghe diritte.
I servitori, sordi e muti come fantocci, la rendevano
nervosa, e il vecchio cagnolino spelato che,
entrato in confidenza, ormai, le saltava senza complimenti
sulle ginocchia, le ispirava un ribrezzo
che era quasi orrore. Il salone, la sua camera, tutto
il castello, le sembravano orribili, lugubri, mentre
sentiva un irresistibile desiderio di respirare
un'altra aria, di vedere altri visi, di andarsene, sia
pure per un attimo, da quell'ambiente, per ritrovare
il suo equilibrio mentale, la nozione esatta
delle cose.
Prov un po' di gioia quando, facendo il conto
dei giorni trascorsi al castello, si accrse che il
giorno seguente era domenica; si affrett a chiedere
alla zia se c'era una chiesa cattolica nei dintorni,
dove poteva ascoltare la Messa.
Lady Eleanor riflett un istante prima di rispondere.
- S, ce ne  una a otto o nove miglia da qui,
officiata da un prete francese, ma non potrai andarvi,
domani. -
Simona ebbe una profonda delusione. Il solo pensiero
di inginocchiarsi davanti a un altare, di ritrovarsi
tra correligionari, di rivedere un compatriotta,
le sembrava infinitamente dolce.
Con una certa insistenza, chiese:
- Perch non potr andare?
- Perch le strade sono impraticabili. La neve
di ieri  gelata, e un nuovo strato  caduto stamani.
- Stamani? - esclam Simona con maggiore
animazione di quella che non comportasse la cosa.
- S, verso le sette. Dormivi e non te ne sei
accorta. -
Sicch la neve era caduta durante il sonno di
Simona, aveva coperto tutto, cancellato tutto, e
l'apparizione notturna, pur senza aver lasciato
traccia, non era per questo meno vera.
Stava per parlarne a lady Eleanor, ma il ricordo
dell'ira suscitata dalla narrazione del suo primo
incontro, la trattenne.
Tuttavia, non pot pensare ad altro per tutta la
serata, e nell'ossessione di quella idea fissa, si abbandonava
alle ipotesi pi ardite, domandandosi
se Erlington non contenesse davvero qualche ospite
misterioso, come in quei castelli dei romanzi
inglesi, dove il parente, di cui si  carpita l'eredit,
l'assassino minacciato dalla Giustizia o il pazzo
di cui si nasconde l'esistenza,  rinchiuso nell'alto
di una torre, sepolto in un sotterraneo, rannicchiato
in un nascondiglio; finch un bel giorno
il sequestrato riesce a evadere, il colpevole  arrestato
e il pazzo incendia la casa.
Per Simona il luogo era proprio adatto a un
dramma, e la zia era fatta apposta per recitare
una parte; prima di coricarsi visit accuratamente
gli angoli della camera, tirando tutti i chiavistelli,
senza poter dire chi mai, o che cosa temesse. Non
era mai stata paurosa fino ad allora, e si impensier
per lo stato anormale della sua mente.
Non aveva mai passato peggiore nottata, n visto
spuntare giorno pi tetro.
Pioveva, e il freddo acuto si era trasformato in
umidit penetrante. Il disgelo, sopraggiunto all'improvviso,
trasformava la neve bianca e lucente
in un fango denso e grigiastro, misto a grosse pozzanghere.
Da ogni ramo d'albero piovevano grosse
gocce che colavano lente e continue come lacrime;
pareva che il cielo carico di nubi toccasse il suolo;
bastava guardare fuori per sentirsi penetrati da
una grande tristezza.
Nell'interno del castello il riposo domenicale,
osservato con rigore, aveva sospeso anche quella
po' di vita che durante la settimana animava Erlington.
I pasti, preparati fino dal giorno prima,
erano serviti freddi, e i domestici nelle loro camere
leggevano la Bibbia. Lady Eleanor era immersa
in cupe meditazioni; il pianoforte chiuso;
la posta non distribuita, e le ore, gi cos vuote,
sembravano eterne a Simona. Ma dopo colazione
una proposta della zia modific la monotonia della
giornata.
- Visto che non  possibile uscire, forse ti piacerebbe
visitare la casa? -
Cos dicendo lady Eleanor si era alzata, tenendo
un mazzo di chiavi in mano. Simona la segu un
po' turbata.
Nelle circostanze presenti, tutto assumeva un
significato, ed era assalita dal presentimento che
finalmente giungerebbe a quella scoperta verso la
quale tendeva lentamente da cinque giorni. Sper
un momento, che .la zia sollevasse la tenda rossa,
ma invano. Lady Eleanor era andata ad aprire una
porta proprio dal lato opposto, e ora precedeva Simona,
attraverso una fuga di salotti.
Si ferm in uno dei primi, davanti ad alcuni
trofei di caccia, facendoli osservare con compiacenza
alla nipote.
- In altri tempi, - disse, - ho ucciso le volpi,
i cervi, i caprili di cui vedi le spoglie, e anche
questi due cinghiali. -
E le indicava due teste imbalsamate, ancora minacciose,
con le fauci sanguigne irte di terribili
zanne; poi, toccandone una, soggiunse:
- Questa bestia mi cost quasi la vita. Eravamo
a due passi di distanza quando la feci cadere stecchita
con una fucilata qui, dietro l'orecchio; il
sangue mi sprizz fin sul vestito! -
Lady Eleanor sorrideva a quel ricordo, scoprendo
i denti fino alle gengive, come se respirasse ancora
il gradito odore di quel sangue versato. Simona
ebbe un involontario movimento di disgusto.
Possedeva quella sensibilit d'animo e quella delicatezza
estetica che fanno rifuggire d'istinto dagli
spettacoli crudeli; la zia le apparve ancor meno
simpatica.
Lady Eleanor intu di averla impressionata, e
rise di quel suo riso lugubre, domandandole con
un certo disprezzo:
- Ti maravigli che si provi piacere a uccidere
un cinghiale?
- Credevo che tu volessi bene alle bestie.
- Ce ne sono alcune che mi premono: il mio
cavallo, un tempo, ora il mio cane, tanto e forse
pi che se fossero persone amiche. Quelle bestie
sono cosa mia: le altre mi sono indifferenti, e non
mi perito a servirmene per il mio piacere.
- Ma che piacere si pu provare a far loro del
male? - obiett Simona.
Lady Eleanor alz le spalle.
- Non comprendi il piacere della caccia, la gioia
di inseguire una preda, di raggiungerla e, quando
l'esito  incerto, di sfidare il nemico, assalirlo, vincerlo,
domarlo, ucciderlo, rischiando magari la
vita! -
L'animazione di lady Eleanor confermava a Simona
ci che gi aveva supposto: la gelida impassibilit
esteriore mascherava una violenza non comune
di passioni; e pensava che non doveva essere
piacevole rappresentare per la zia la preda agognata,
e neppure il nemico da combattere.
- Ma ora, - fin in tono diverso - non mi piace
pi la caccia; la odio, e non posso pi neppure
vedere il fucile... -
Passava rapidamente davanti ai trofei d'armi
appesi alle pareti e guidava Simona attraverso altre
sale, lasciandole appena il tempo di ammirare
le meraviglie accumulate ovunque. Tra quegli oggetti
d'arte di ogni genere e di ogni epoca, raccolti
da generazioni intere di persone ricche e potenti,
solo qualcuno le sembrava degno di nota.
- Questa coppa  dono della regina Anna a un
lord Erlington, cancelliere d'Inghilterra. Questo
scudo porta le armi dei Douglas di Scozia dai qualidiscendeva mia madre. -
Ed enunciava i titoli di nobilt, gli importanti
uffici di cui erano stati investiti i suoi antenati.
L'orgoglio della nascita si sovrapponeva in. lei
all'orgoglio della ricchezza. Simona pensava, ascoltandola,
al nulla che  in fondo a ogni vanit, all'irrisione
del destino, al poco valore che avevano
in realt quei ricordi gloriosi, quell'immensa ricchezza,
per una donna vecchia, sola, triste, ammalata,
che non poteva goderne e non aveva nessuno
cui tramandarli.
Lady Eleanor non giudicava ancora bastante tutta
quella mostra, perch soggiunse:
- Gli appartamenti di parata, la galleria dei
quadri e le vere rarit di Erlington sono in un'altra
parte del castello, chiusa da anni. Questo piccolo
angolo che abito, basta per una reclusa; ai
miei eredi spetter di rendere alla vecchia casa la
vita, la gaiezza e l'antico splendore. -
Quella prospettiva di sparire per lasciare il posto
a degl'indifferenti, sembrava sorriderle, e vi
medit sopra in silenzio, mentre tornavano indietro.
Simona cred che il pellegrinaggio fosse finito,
ma lady Eleanor, invece di ritirarsi a riposare come
avrebbe richiesto il suo aspetto stanco, si ferm
davanti a un'altra porta.
- Ecco la mia camera; entra! -
La casa assume una indefinibile somiglianza, una
affinit misteriosa con coloro che la abitano, e la
curiosit di Simona, un poco delusa, si rianim
entrando in quella camera. Come era da immaginarselo,
il luogo appariva strano, degno sotto ogni
punto di vista della persona che lo abitava. Nessuna
traccia del lusso e delle comodit quasi eccessive
profuse nel resto del castello.
Un paravento mascherava il camino dove il fuoco
non era mai acceso, e la camera immensa, dalle
finestre strette, aveva la triste penombra e la gelida
nudit delle vecchie chiese. Le sedie, con le alte
spalliere di legno scolpito, somigliavano a stalli da
coro; il letto antico a colonne e con baldacchino,
drappeggiato di stoffe cupe, posato su un gradino,
faceva pensare subito a un catafalco; alcuni quadri
riuniti su una parete erano la sola decorazione,
e davanti alla stessa parete era posto un inginocchiatoio.
Simona sapeva che i protestanti disprezzano le
immagini sacre quanto gli ortodossi le venerano, e
cerc di scorgere quali fossero i santi che la zia
circondava di un culto speciale.
- Avvicinati, - disse lady Eleanor, che non
perdeva nessuno dei suoi movimenti, - sei miope,
mi pare, e a quella distanza non puoi vedere
nulla. -
Simona si avvicin.
Non era verso crocifissi doloranti, n verso vergini
splendenti o santi estatici sotto le aureole,
che si volgevano gli sguardi di lady Eleanor o salivano
le sue preghiere e i suoi lamenti, in quelle
ore che tutti conosciamo, nelle quali le creature
umane, accasciate sotto il peso della vita, o all'estremo
limite delle forze e delle speranze, cercano
nel mondo invisibile sostegno e consolazione.
In un ricco-quadro incorniciato di nero e circondato
di semprevivi, su un fondo di velluto nero, si
vedevano disposte alcune miniature in cornici d'oro.
In mezzo spiccava un viso di uomo, che Simona
avrebbe scambiato per quello di suo padre, ma di
un padre rattristato, indebolito, logorato da un
male inesorabile; poi visi di bimbi, visi innocenti,
sorridenti, rosei e biondi, tipi ideali di una bellezza
troppo angelica.
- Mio marito... i miei bambini... - mormor
lady Eleanor.
I suoi occhi, aridi forse per avere versato tutte
le loro lacrime, non esprimevano se non un violento
dolore, una amara ribellione.
Simona osservava, in altre cornici, ciocche di capelli,
fiori appassiti, nastri, disegni informi di mano
infantile, ricordi assurdi e commoventi, poveri
resti di una felicit e di un amore passati, che non
ci si rassegna ad avere del tutto perduti, ai quali
ci si aggrappa con disperazione. La vedova, la madre,
non aveva pi altro, non cercava altro.
La sua passione selvaggia ed esclusiva si era trasformata
in culto, bandendo ogni altro pensiero,
ogni altra speranza. Su una striscia di panno nero
spiccavano a lettere d'argento queste parole delle
Sacre Scritture, le sole forse che ella ancora ricordasse:
Una voce si  fatta udire in Rama;  Rachele
che piange i suoi figli, e non vuole essere consolata,
perch essi non vivono pi.
Con quelle riflessioni sui casi nostri a cui ci riconduce
ogni commozione, Simona contempl a
uno a uno quei visi di bimbi, mentre pensava a
Giorgio e a Maddalena. Le parve che una delle miniature,
posta un poco in disparte dalle altre, in
una cornice speciale, avesse una leggera somiglianza
con la sorellina; era lo stesso viso paffuto, gaio,
la stessa espressione di forza e di salute che, ahim,
non costituiscono sempre una garanzia per l'avvenire!
- Quello  Riccardo, il mio ultimo figlio, - disse
lady Eleanor - quello che forse mi ha fatta
maggiormente soffrire. -
Si volt bruscamente e usc dalla camera. Simona,
che la seguiva in silenzio, non osando turbare
quel gran dolore, la vide con sorpresa entrare
in un altro corridoio, dicendo:
- Voglio condurti nella cappella fatta costruire
dalla mia bisnonna, cattolica come te. L'ingresso
 dall'esterno, ma c' una tribuna alla quale si
accede di qui. -
Questa proposta non sembrava opportuna, perch
lady Eleanor appariva sfinita; camminava quasi
trascinandosi e respirava a fatica. Inoltre c'era
pochissima luce, e sebbene fossero solamente le tre,
si sarebbe detto che si avvicinasse il crepuscolo.
La piccola tribuna, chiusa da una fitta grata,
era quasi immersa nella oscurit quando le due
donne entrarono, e nella cappellina bianca rivestita
di pietra le colonne formavano gi lunghe ombre.
Simona osservava devotamente il modesto edificio
consacrato in altri tempi al culto cattolico, dove
nessuno aveva pregato da anni e anni; poi il suo
sguardo si ferm in un solo punto. La cappella non
era del tutto abbandonata, come aveva pensato;
laggi, in fondo, una persona inginocchiata davanti
all'altare si rialzava, turbata forse nelle sue preghiere
dal rumore che avevano fatto entrando.
Lady Eleanor, che non aveva osservato nulla,
continuava le sue spiegazioni, ma Simona non
l'ascoltava pi. Schiacciava il viso contro la grata,
mentre le arterie le battevano violentemente e gli
occhi le si allargavano per aumentarne la potenza
visiva.
Scorgeva un uomo di alta statura, ma non poteva
vedere altro; ora lasciava il suo posto, e faceva
il giro del coro dietro l'altare; tra qualche
istante sarebbe riapparso, e per uscire sarebbe passato
sotto una ampia vetrata di fronte alla tribuna,
e sarebbe in piena luce. I sospetti avrebbero
finalmente spiegazione.
In quel momento, una forte scossa la fece indietreggiare.
Il braccio di lady Eleanor che si posava
sul suo, divenuto pesante come fosse di ferro, la
tirava indietro con forza irresistibile, mentre le
domandava col tono consueto, forse un po' pi velato:
- Mi sapresti leggere l'iscrizione di questa vecchia
acquasantiera? -
Costrinse la ragazza a volgere le spalle alla grata,
che copr con la sua persona, e la fece curvare sull'antica
vasca di pietra dalle indecifrabili sculture.
Poi, dopo averla tenuta un momento in quella posizione:
- Sono stanca, usciamo, - disse, trascinandola
di nuovo senza alcun riguardo.
Lady Eleanor lasci il braccio di Simona solo
quando furono uscite dalla tribuna; allora si ferm
qualche istante, prima di rimettersi in cammino;
respirava a fatica, e grosse gocce di sudore
le imperlavano la fronte; si sarebbe detto che stesse
per svenire, ma si rimise tanto prontamente, che
Simona non se ne accrse.
La fanciulla camminava davanti a lei, assorta,
silenziosa, con le idee confuse, come dopo una emozione
troppo violenta. Non aveva visto nulla, non
sapeva nulla, eppure era certa che l'avvenimento
atteso si era svolto, che lui era l, che le era
passato vicino, lui lo sconosciuto, il misterioso,
l'ossessione che si incarnava e si mostrava.
Credeva di vederlo sorgere a ogni svolta del corridoio,
a ogni passo, ed era talmente preparata a
simile incontro, che non rest sorpresa n turbata
quando, entrando nel salotto di lady Eleanor, vide
improvvisamente davanti a s la persona a cui
pensava.


Capitolo 6.

Lo riconobbe subito. Ritrov in lui l'alta statura
del passeggero notturno, dell'ospite misterioso
della cappella, i lineamenti fini, di una dolcezza
giovanile, dell'uomo che l'aveva accolta al suo arrivo,
perfino l'intonazione speciale della voce e
della pronunzia del protettore sconosciuto che aveva
interceduto per lei presso lady Eleanor, e che
questa aveva ascoltato.
Era la stessa persona che le si era presentata
quattro volte, sotto aspetti diversi come sempre
aveva creduto; anzi fu stupita, della soluzione semplice,
comune, quasi volgare di quell'enigma che le
era parso tanto misterioso.
Il giovane l'aveva salutata con rispettosa premura,
molto diversa dai modi cavallereschi e affettati
di cui aveva fatto mostra in occasione del
loro primo incontro; poi si era avviato verso lady
Eleanor, con la mano tesa, dicendole in tono deferente
e familiare:
- Temo di essere importuno, cara zia, facendoti
visita, quando sei in cos piacevole compagnia, ma
volevo presentarvi i miei auguri prima della fine
dell'anno... -
Tutto questo non era affatto drammatico; pur
nonostante Simona sent qualcosa di tragico appena
si volse a guardare lady Eleanor. La vecchia
signora aveva proteso le braccia con violenza, quasi
a respingere il visitatore, e lo interrompeva con
una esclamazione rauca che le saliva dal profondo
dell'animo, pi simile a un grido o a un ruggito,
che a parola umana.
Il giovane, senza scomporsi davanti alla strana
accoglienza, prosegu con una dolcezza persuasiva,
sempre sorridendo:
- Via, cara zia, non mi accogliere tanto male!
La mia lunga assenza ti ha dato tempo di dimenticare
i dissensi che, del resto, n io n te sapremmo
giustificare. -
Volgeva un po' la testa verso Simona, come per
dire anche a lei che era innocente, che non aveva
fatto nulla per meritare la collera di lady
Eleanor.
Il furore di quest'ultima aumentava fino al parossismo,
superando molto lo scatto di cui era stata
testimone Simona. Era agitata da un tremito convulso,
la schiuma le saliva alle labbra e, incapace
di esprimere a parole la sua collera, minacciava
l'intruso con le chiavi che aveva ancora in mano,
con la palese intenzione di tirargliele in testa.
Egli intu quella probabilit, poich indietreggi
di un passo; tuttavia continu nei suoi tentativi
di conciliazione:
- Comprendo, - riprese - che la mia presenza
ti riesca penosa per i ricordi che rinnova, e rispetterei
questo ingiusto pregiudizio, se la nostra comune
disgrazia - e sospir - non costituisse un
nuovo legame, un dovere di pi che mi chiama qui...
- Lasciami, - interruppe la zia con voce sorda,
dopo aver ricuperato l'uso della parola. - Esci di
qui!... Non ritornare mai pi, altrimenti, te lo giuro,
qualunque sia il nome che tu porti e l'amico
che ti protegge, lancio su te i miei servitori e. i
miei cani. -
Aggiunse poi in inglese due o tre frasi che Simona
non cap, al pari delle risposte molto calme
del giovane.
Questi pareva piuttosto mosso a piet che offeso
dalle inqualificabili violenze che subiva, come
se quelle violenze venissero da una persona priva
della ragione. Infatti, paragonando il suo contegno
a quello di lady Eleanor, non si sarebbe esitato ad
affermare che il buon senso e il diritto fossero dalla
sua parte. Quando usc, dopo averle salutate ancora,
Simona gli restitu il saluto con maggior simpatia
di quello che non avesse fatto al suo arrivo.
Lady Eleanor rimaneva imbarazzata, forse confusa
per aver trasceso.
- Deploro questa scena, - disse a Simona. -
Deploro soprattutto che tu vi abbia assistito, senza
poterla comprendere. -
Poi le spieg:
- Bench colui che  uscito abbia fatto parte
un tempo, della mia famiglia, ora  divenuto per
me un estraneo; pi estraneo dell'ultimo mendicante
che passa per la strada. Gli ho proibito da
anni di venire qui, e ho saputo da te che vi era gi
venuto a mia insaputa. Questa audacia si  ripetuta
ancora, ma finch sar viva e padrona della
mia volont, non si rinnover pi. -
Lady Eleanor alzava la voce, come per rivolgersi
a uditori pi lontani della nipote, e questa l'ascoltava,
cercando invano un significato palese o nascosto
a quanto si era svolto davanti ai suoi occhi.
Era assurdo ammettere che lady Eleanor ignorasse
la presenza del giovane in casa sua; l'aveva
visto anche un momento prima, come era evidente
dalle manovre fatte per distogliere l'attenzione di
Simona; perch mai, e a quale scopo quella sorpresa,
quell'ira, tutta quella commedia? Simona
non pot tacere.
- Ma zia... - cominci.
- No, non qui! - interruppe lady Eleanor, alzando
con fracasso il telaio a vetri della finestra.
- Non voglio respirare l'aria che ha respirato
quell'uomo! Andiamocene! -
Fu soltanto fuori dalla stanza che Simona pot
riprendere:
- Ma non l'hai visto poco fa, nella cappella?
- Chi? Tommaso Erlington?... .Quel birbante?... -
Lady Eleanor trasse un respiro profondo e riprese
in fretta:
- S, era lui. L'ho visto, ma era protetto dalla
santit del luogo. Non mi parlare mai pi di tutto
questo... mai pi!... -
Era cos sconvolta dalla collera, che dovette ritirarsi
in camera dove, soltanto poco prima dell'ora
di coricarsi, fece chiamare Simona.
Pareva che il suo umore bizzarro si fosse rasserenato,
e quasi scherzando le disse:
- La monotonia della mia vita mi faceva quasi
dimenticare una data importante. Oggi  l'ultimo
giorno dell'anno, il giorno degli auguri e
delle strenne! -
Queste parole, che evocavano gioie e tenerezze,
risuonarono stranamente all'orecchio di Simona, venendo
dalle labbra pallide della zia.
- Da molto tempo non giro pi per i negozi, -
riprese quella - ma forse avr ancora modo
di offrirti un dono. -
And verso un mobile antico dalle imponenti
serrature, fece agire un meccanismo complicato
che abbass lo sportello anteriore, poi chiam Simona:
- Ti prego di portare sulla tavola tutto quello
che troverai l dentro. -
Dopo qualche minuto la tavola era ingombra di
astucci di diverse forme, dimensioni e materia:
tartaruga, pelle di pesce, felpa, velluto o marrocchino,
con stemmi e cifre. Lady Eleanor li apriva
uno dopo l'altro davanti a Simona abbagliata.
La ragazza non aveva mai visto nelle vetrine pi
ricche e nei pi splendidi corredi, gioielli paragonabili
a quelli, per numero, grossezza e scientillio
di gemme, bench le montature fossero in gran parte
antiquate e quasi tutte troppo massicce e di
gusto discutibile. I pi erano brillanti, brillanti
enormi, magnifici, che scintillavano di mille fuochi.
- I nostri gioielli di famiglia, - disse lady
Eleanor, sorridendo dell'ammirazione della nipote.
Poi soggiunse:
- Non  proprio un peccato che ormai non abbiano
che me da adornare? -
Poi, posando all'improvviso un pettine di brillanti
a forma di diadema sui magnifici capelli di
Simona, riprese:
- Questi ornamenti sono fatti apposta per una
giovane testa come la tua! -
E nonostante la resistenza della giovane, si divert
a cingerle al collo una collana, a fermarle
al braccio braccialetti, continuando:
- Guardati nello specchio e dimmi se questi
ornamenti non stanno bene soprattutto a chi 
bella. -
Simona si vedeva infatti bellissima. Tutto ci
che era ricco, splendente, e che avrebbe schiacciato
altre donne, faceva risaltare l'eleganza aristocratica
di tutta la sua persona, quell'aria di gran
dama che aveva, e che non menomava la fresca
grazia della sua giovinezza. La fronte alta e spaziosa
sembrava creata per quel diadema quasi regale;
quella collana di perle era l'ornamento ideale
del suo collo fine e bianco.
Ma non prov alcun piacere vedendosi ornata in
tal modo; quella esibizione, che l'avrebbe divertita
in altri momenti, le dava oggi un senso istintivo di
contrariet; la sua sensibilit di ragazza povera
ne rimaneva ferita, e la spingeva a togliersi in
fretta tutti quei gioielli che non erano suoi, e che
non voleva lasciar credere di desiderare. Cominciava
a chiudere gli astucci, quando lady Eleanor
la ferm, dicendo:
- Adagio! Prima di rimettere tutto a posto, ti
prego di scegliere uno di questi gioielli; sar il
mio dono per l'anno nuovo. -
Simona esit; poi, cedendo alle insistenze di lady
Eleanor:
- Prender questo anello, - disse indicando il
solo gioiello abbastanza modesto per poter essere
accettato, un sottile cerchietto d'oro con due perline
incastonate.
Lady Eleanor le pass l'anello al dito, senza osservazioni;
poi, volendo farsi perdonare la penosa
impressione lasciata dalle sue violenze di poco prima,
riprese:
-  il momento, credo, di augurarti il buon
anno e di aggiungere agli auguri il bacio rituale,
- e cos dicendo le sfior la guancia con un bacio
freddo, gelido, inatteso e strano, come tutto in lei;
quegli auguri, in quel momento, potevano essere
considerati come una derisione.
Nessun anno, come quello che stava per sorgere,
appariva a Simona tanto incerto, temibile, privo
di quella aureola di cui la giovinezza si compiace
rivestire l'avvenire.
Quando si svegli, la mattina del primo gennaio,
dur fatica a credere che quel giorno triste e solitario
fosse davvero il primo dell'anno, festeggiato
in altre occasioni con tanta allegria.
Ritrovandosi al dito l'anello regalato dalla zia,
Simona pens involontariamente che, per le persone
superstiziose, le perle sono di cattivo augurio
e simbolo, di lacrime; si sentiva cos agitata, cos
fiaccata da quei dolorosi prognostici, che non ebbe
il coraggio di alzarsi quando le portarono un pacco
di lettere e di telegrammi non distribuiti la
sera prima. Li apr con una ansia, purtroppo
giustificata.
La crisi era ancora pi terribile di quanto si fosse
temuto. La Societ aveva dovuto presentare il
bilancio, e in seguito al chiasso provocato, scoppiavano
nuovi scandali; nuovi crolli si succedevano,
uno dietro l'altro, anche per gli attacchi dei giornali
che eccitavano la pubblica opinione, affrettando
la catastrofe. Uno degli amministratori, pi
compromesso, si era ucciso.
Il signor d'Avron, chiamato dal giudice insieme
ai suoi colleghi, era atterrito al pensiero di essere
disonorato. Simona, nelle parole illeggibili, nelle
frasi senza senso gettate alla peggio sulla carta,
trov espressioni di amarezza, raccomandazioni, reticenze,
una idea fissa e fatale che la riemp di inesprimibile
spavento.
Si era seduta sul letto, con la fronte tra le mani,
trattenendo i singhiozzi che la scuotevano. Ah, non
era ora pi tempo di piangere: occorreva agire!
Conosceva suo padre: lo sapeva debole e impulsivo,
capace di quel falso coraggio, di quella vigliaccheria
incosciente, che portano alle pi tragiche risoluzioni.
Lei sola, forse, avrebbe la nozione chiara
delle cose, il potere, l'assiduit necessaria nel sorvegliarlo,
e salvarlo in quel momento da qualche
tentativo disperato.
Bisognava raggiungerlo, partire subito.
Apr un'altra lettera; erano poche righe di
Osmin, che precisava i fatti senza aggiungere commenti,
e concludeva che, se entro quarantotto ore
si ottenesse il denaro, o almeno un impegno formale
di lady Eleanor, tutto poteva essere ancora
accomodato.
Quarantotto ore! Osmin aveva scritto il sabato,
e si era gi al luned! Simona rilesse lettere e telegrammi,
che contenevano tutti la stessa urgente
preghiera.
La prigione! Era mai possibile che suo padre
andasse in prigione, lui cos buono, cos inoffensivo,
tanto amato, lui che era suo padre? No, questa
cosa mostruosa non avverrebbe, quando era l,
a portata di mano, il mezzo per impedirlo.
Improvvisamente Simona fu trascinata da uno
slancio, uno di quegli slanci che  bene seguire
quando non si pu essere certi n della propria
ragione n dei propri calcoli. Il denaro rappresentava
l'onore, la salvezza, la vita dei suoi cari; lo
voleva, lo avrebbe, per amore o per forza, a qualunque
condizione, a qualunque prezzo.
In un baleno si alz, indoss una veste da camera,
si accomod alla meglio i capelli, e corse per
i corridoi, verso la camera della zia, della quale
conosceva ormai l'ubicazione. Incontr un cameriere
che, forse per gli ordini ricevuti, fece l'atto
di fermarla; ma prima che avesse, nella sua flemma
britannica, deciso il da farsi, Simona era gi
arrivata davanti alla porta della camera della zia.
L soltanto riprese fiato; poi, sentendo il cane
abbaiare e temendo che lady Eleanor, messa sull'avviso,
chiudesse a chiave l'uscio, entr come
una bomba, senza chiedere il permesso.
Lady Eleanor era seduta su una sedia di stile
gotico, dall'alto schienale, tenendo le mani abbandonate
sulle ginocchia, come stava tanto spesso;
ma il suo contegno non aveva la consueta rigidezza.
Sotto le pieghe ondeggianti della vestaglia di
flanella grigia, il corpo si accasciava, la testa mostrava
i capelli bianchi, e cos abbandonata e disadorna
mostrava vent'anni pi del solito, sembrava
una vecchia decrepita.
Aveva per sempre l'aspetto severo, impassibile,
quasi maestoso, e Simona, quando le fu davanti,
sent venir meno l'audacia che l'aveva sorretta, e
rest imbarazzata, interdetta, arrossendo della sua
maniera poco corretta di entrare.
Lady Eleanor non parve esserne impressionata,
e le disse tranquillamente:
- Buon giorno, cara, siediti. -
Fece cenno alla cameriera, che era in faccende
in fondo alla camera, di portare accanto alla sua
un'altra sedia uguale, poi di andarsene. Quando
questo fu eseguito, disse brevemente:
- Vuoi parlarmi? Vi sono forse delle novit? -
E senza aspettare una risposta, prese le lettere
che Simona teneva ancora in mano.
- Ti eviter la noia del racconto, - le disse.
Il suo gesto era stato cos rapido, che Simona
non aveva avuto modo di opporsi. Lady Eleanor
scorreva ora la lettera del signor d'Avron, e la
ragazza fremeva pensando agli epiteti poco riguardosi
e alle impetuose maledizioni che il poveretto
non aveva risparmiato alla inesorabile cognata.
Questa, sempre impassibile, assapor lentamente
la lettura, esamin le altre lettere con eguale attenzione,
e quando ebbe finito si volt verso la nipote,
con aria piuttosto soddisfatta.
- Chi ha scritto questo, - disse, mostrando la
lettera di Osmin -  una uomo giudizioso e assennato;
grazie a lui sono ora informata della situazione,
che  ancora pi grave di quello che credevo. -
Poi, continuando senza il minimo cenno di contrariet:
- Tuo padre agisce con la solita imprevidenza;
che gli giova insultare me, unica persona dalla quale
pu ancora sperare soccorso? -
Aveva scandito le parole a una a una, fissando
gli occhi in quelli di Simona, cercandovi ogni pi
intima emozione, il riflesso pi tenue di ogni pensiero.
- Ma questo aiuto, - supplic la giovane, -
dovrebbe venire subito, ggi stesso.
- Lo so anch'io.
- E allora, zia?... -
La voce e lo sguardo di Simona esprimevano
una preghiera cos ardente, che bisognava avere
un cuore di sasso per rimanere insensibili.
- Non ho ancora deciso nulla, cara, - replic
tranquillamente lady Eleanor.
Simona comprese che la pazienza diveniva inutile
di fronte a quell'eterno rimandare di giorno
in giorno, e riprese con forza:
- Aspetterai dunque a prendere una decisione
che sia divenuta inutile? Che cosa attendi? Non
siamo abbastanza disgraziati? Non vedi a che punto
arriva la disperazione di mio padre? E tu che
porti il nostro nome, non capisci che cosa voglia
dire il nostro disonore? Tu che hai tanto amato e
tanto pianto i tuoi cari, non comprendi che cosa
sia tremare per la propria famiglia? Da tanti giorni
soffro in silenzio, ora non ne posso pi! Tutto
quello che mi sta a cuore  in pericolo e tu sola
puoi salvarlo... perch non lo fai? Ti prego, ti supplico!
Vuoi che mi inginocchi davanti a te? -
Gi si curvava davanti a lei, quando lady Eleanor
la trattenne, dicendo:
- No, non questo! Sarebbe inutile! Non  cos
che devi parlare. -
Costrinse Simona a sedersi di nuovo, e riprendendo
a modo suo il colloquio:
- Rispondi solo a questo: che cosa faresti se ti
rifiutassi quello che mi chiedi? -
Davanti agli occhi di Simona passarono tali orrende
visioni, che rimase atterrita, con il cuore
che quasi non le batteva pi, mentre le labbra mormoravano
parole incomprensibili. Lady Eleanor la
contempl per qualche istante, come se godesse del
suo smarrimento. Poi le disse a bassa voce:
- Che cosa faresti se ti accordassi l'aiuto? -
Simona si alz, le afferr le mani, gliele baci,
e disse con slancio:
- Oh, ti vorrei tanto, tanto bene!... Ti benedirei
e pregherei per te ogni giorno!...
Lady Eleanor fece una smorfia sdegnosa, e le
rispose seccamente:
- Non basta. -
La giovane si abbandon con un singhiozzo soffocato:
era troppo debole per sopportare emozioni
cos violente e contraddittorie, e la sua povera
mente non riusciva pi a seguire i salti capricciosi
delle idee della zia.
Lady Eleanor riprese con calma imperturbabile:
- Sei giovane, e non sai che il mondo  un gran
mercato, dove nessuno d niente per niente e dove
ognuno si serve di ci che ha per ottenere ci che
gli manca. Mi domandi molto, ma sei disposta a
offrirmi molto in cambio?
- Tutto quello che vorrai, - esclam Simona
con calore - tutto quello che possiedo.
- Dammi ci che domando, - continu lady
Eleanor - e ti dar molto pi di quanto mi domandi.
In questo momento pensi solo a salvare la
tua famiglia dal disonore, ma hai pensato al modo
di proteggerla in seguito dalla miseria? -
Simona ebbe un gesto di scoraggiamento; le sue
aspirazioni non andavano tanto lontane.
- Ebbene, ci ho pensato io, - riprese lady Eleanor.
- Invece della povera elemosina che mi domandi,
ti offro un patrimonio, un immenso patrimonio
che sar tuo, e del quale disporrai a tuo
piacimento... -
Si curvava sopra Simona, parlandole a voce bassa,
con inflessioni carezzevoli, insinuando dolcemente
nel suo orecchio le allettanti promesse.
- Tutto ci significher per la tua famiglia, non
solo la salvezza, ma l'avvenire assicurato e la felicit.
Invece di decadere, raggiunger una prosperit
mai avuta, Giorgio diverr quello che vorr,
Maddalena avr una ricca dote... -
Simona mormor, quasi incosciente davanti a
quell'abbagliante miraggio:
- Ma questo patrimonio...
- Il mio!
- E che cosa vuoi in cambio da me?...
- La tua vita. -
Lady Eleanor diceva quelle parole in tono cos
disinvolto, che Simona, una volta di pi, la cred
pazza; ma il suo sguardo aveva una perfetta lucidit,
bench un lampo di acuta bramosia le brillasse
in fondo alle pupille.
- La mia vita?... - ripet Simona.
- S. Mi spiegher una volta per sempre. Amo
con passione quelli che mi appartengono, unicamente
quelli. Se resti fuori di questa mia cerchia,
il tuo destino mi  indifferente come quello di quel
moscone che vola laggi. Se invece fai parte della
mia vita, non c' bene di cui non sia disposta a
colmarti. -
Lady Eleanor cingeva con il braccio il collo di
Simona, e la ragazza credeva di sentire gi una
catena sulle sue spalle, una schiavit che la opprimesse,
quasi una presa di possesso della sua persona.
Spaventata, ma gi risoluta al sacrificio, si
chiedeva a quale prezzo acquisterebbe la felicit
dei suoi cari.
- Vorresti che rimanessi con te? - domand
con dolcezza.
- S.
- Sempre?
- S.
- Ma potrei vedere i miei genitori?
- Quanto vorrai. -
Simona esit un momento, poi, gettandosi tra
le braccia della zia, disse:
- Salvali, ti vorr bene come una figlia! -
Lady Eleanor rimase fredda davanti a questa
espansione.
- Una adozione non mi basta, - rispose. -
Bisogna che tu sia mia figlia sul serio. -
Simona rimase interdetta; la zia si prendeva
nuovamente giuoco di lei, parlandole cos.
- Ci che esigo,  possibile, - continu lady
Eleanor, indovinando il suo pensiero. - Mia figlia,
mia erede, padrona del mio cuore e di tutte le mie
sostanze, sar quella che amer, consoler e sposer
mio figlio... -
Mentre pronunziava questa ultima parola, una
trasfigurazione improvvisa si operava in lei; un
leggero colorito le animava le guance, gli occhi le
brillavano tra le lacrime, e Simona intu che la
corazza lasciava scorgere il suo punto debole, che
quella creatura era umana, viva, palpitante, donna
almeno da un lato.
- S, mio figlio. Ho un figlio - continu lady
Eleanor con forza, - che mi  rimasto, il migliore,
il pi caro, che rappresenta tutta la mia
gioia e tutto il mio tormento, un figlio che adoro
con tutta l'anima. Non gli ho rifiutato mai nulla:
la sua felicit  stata l'unico scopo della mia
vita. Ebbene, oggi tu sei necessaria a questa felicit
e gli apparterrai, voglio assolutamente che tu
gli appartenga!... -
Stringeva pi forte Simona, con aria di energica
decisione, mentre riprendeva:
- Non puoi farmi la grazia di renderlo felice,
se mi impegno a mia volta a rendere felici i tuoi
cari? So che riuscirai. Quando arrivasti qui, pensai
subito che il caso o, come dicevi tu, la Provvidenza,
non ti conduceva senza uno scopo, e da quel
giorno ti ho studiata a fondo. -
Poi soggiunse con dolcezza:
- Lui, mio figlio, non ha atteso di averti studiata,
appena ti ha saputa infelice ti ha aperto la
nostra porta, appena ha posato gli occhi su di te, ti
ha voluto bene.
- Ma dove mi ha vista? Quando? - esclam
Simona, risvegliandosi dallo stupore nel quale era
caduta dopo simili dichiarazioni. - Io non l'ho
mai visto... a meno che... -
Si ferm: non aveva forse trovato, a varie riprese,
uno sconosciuto sulla sua strada, per quanto
i loro incontri fossero stati brevissimi?
Lady Eleanor non le lasci il tempo di formulare
una domanda, e disse con ira repressa:
- No, no, non confondere le persone. Chi ha
avuto l'impudenza di presentarsi a te,  mio nipote
Tommaso Erlington. -
Dunque erano due persone differenti. La mente
di Simona si arrovellava penosamente, mentre lady
Eleanor riprendeva in tono di nuovo fattosi dolce:
- Non hai mai visto mio figlio Riccardo, ma
ci non vuol dire che lui non ti conosca. -
Il mistero aumentava. Simona, scoraggiata, si
pass una mano sugli occhi, e sospir:
- Non capisco pi nulla...
- Ti spiegher, - disse lady Eleanor.
Rimase un istante in silenzio, in preda a una
leggera esitazione, a una specie di imbarazzo. La
confessione che stava per fare doveva costare molto
al suo orgoglio. Poi riprese, sforzandosi:
- Avrai certo gi indovinato che nella vita di
mio figlio c' qualche cosa di anormale. Non spaventarti:
nulla, nel suo caso, che possa spaventare
o allontanare una donna ragionevole. Ha il cuore
pi nobile, l'intelligenza pi fervida, la migliore
salute;  nato fortunato sotto ogni rapporto! Soltanto...
 stato vittima di una terribile disgrazia. -
Lady Eleanor si ferm, respirando a fatica, poi
riprese cupamente:
- Una disgrazia! Ma fu davvero una disgrazia?
Un giorno, andando a caccia con Tommaso Erlington,
il suo fucile esplose, ed egli fu colpito in
pieno viso... La ferita non fu mortale come si tem
l per l, come forse qualcuno sperava, ma ha lasciato
delle tracce. -
Lady Eleanor parlava in fretta, come se anelasse
di terminare.
- Poteva andare anche peggio. Non  rimasto
cieco n completamente sfigurato. Ma poi, che conta
la bellezza fisica in un uomo? Per, da quel
giorno, la sua vita  stata spezzata; mio figlio 
come me fierissimo e assai suscettibile. Non ha
potuto rassegnarsi alla sua disgrazia, sopportare
l'affronto degli sguardi curiosi e delle osservazioni
senza riguardo, riapparire nel suo stato presente
davanti a coloro che l'avevano conosciuto prima.
Era stato cos bello, cos vivace, cos felice!... E
ora... -
Un gemito sordo le sfugg dal petto.
- E ora vive qui, lontano da tutti, nascondendosi
ai rari visitatori, e spesso anche ai servitori,
come un prigioniero, come un paria, lui, lui, Dio
mio!... e da tre anni. Aveva ventisei anni quando
accadde la disgrazia, oggi ne ha ventinove... Da
tre anni mi dico che lo vedr soffrire sempre cos,
che dopo la mia morte, quando sar solo, soffrir
ancora di pi. E non poter far niente per consolarlo,
lui, l'unico figlio, tutto ci che mi preme al
mondo!
Con il suo nome e la sua ricchezza avrebbe potuto
scegliere qualunque sposa, come lo supplicavo,
ma ha rifiutato tutte le mie proposte, mi ha ripetuto
che l'idea sola del matrimonio gli riusciva
odiosa, fino al giorno in cui, di nascosto, e senza
che tu te ne sia accorta, ha potuto vederti, udire
la tua voce, raccogliere le tue parole.
Forse hai risvegliato in lui qualche ricordo della
famiglia paterna, della patria, di origine: chi
sa! Somiglia al padre,  stato educato alla francese,
 francese nell'anima. Per quale misteriosa attrazione
il suo cuore si  acceso per te? quali fibre profonde
sono state colpite dalla tua grazia?... Non
so; ma  certo che Riccardo ti ama pazzamente. -
Lady Eleanor attese un istante una risposta,
una parola di Simona; e siccome la ragazza rimaneva
muta e attonita per lo stupore, riprese con
maggior forza:
- Non capisci dunque? Ti ama, tu sola puoi
rendergli la felicit su questa terra. Sposalo, non
ti domando altro; suppongo che il consenso non
ti coster molto. Devi sentirti commossa da tale
amore, e sei troppo seria, troppo intelligente, perch
una leggera imperfezione fisica possa aver valore
di fronte agli inapprezzabili vantaggi che questo
matrimonio ti offre, soprattutto in questo momento. -
Lady Eleanor aveva parlato categoricamente, non
come un avvocato che difenda una causa, ma come
un giudice che emetta una sentenza; e quella insolente
sicurezza fece traboccare l'indignazione di
Simona, che capiva finalmente la strana proposta,
incredibile e tuttavia vera, che avevano osato farle.
- Zia, - disse con fierezza - non sono da vendere. -
La vecchia signora replic, senza batter ciglio:
- Se tu fossi meno giovane, sapresti che tutto 
da vendere su questa terra, purch se ne paghi il
valore. Per te hanno maggiore importanza le tue
sciocche suscettibilit, che la vita dei tuoi genitori? -
Simona, che si era mossa per uscire, si ferm,
richiamata all'amara constatazione della sua schiavit,
e con una collera che non riusciva a dominare,
replic:
- Ma  orribile quello che mi proponi! Basterebbe
questo per farmi odiare tuo figlio!
- Odiare mio figlio? -
Lady Eleanor si era drizzata in piedi, tutta di
un pezzo, e con voce bassa, a scatti pi impressionanti
di qualsiasi scoppio di voce, disse:
- Se detesti mio figlio, ebbene io detesto i tuoi
genitori! Se preferisci spezzare il cuore di Riccardo,
che tuo padre e tua madre muoiano pure sulla
paglia, che i bambini cadano nella miseria e nella
vergogna. Non me ne importa. L'avrai voluto per
una indegna pazzia, per una crudelt senza nome.
Non si respinge un uomo per la sola ragione che
egli ti ama e che non lo conosci. -
Simona, superato il primo impeto di collera, accorgendosi
che il suo scatto era stato imprudente,
riprese un po' pi calma:
- Non avresti dovuto farmelo conoscere, prima
di tutto?
- Lo conoscerai quando l'avrai accettato, - le
rispose lady Eleanor, con ironica freddezza.
Poi, animandosi:
- Credi che voglia esporre Riccardo al tuo esame,
alle tue domande, alle tue incertezze, che costituirebbero
per lui, nel suo stato, una vera tortura?
Non ti ho nascosto nulla di ci che lo riguarda
e quello che sai deve bastarti per prendere
una decisione. -
Simona non aveva considerato accettabile nemmeno
per un minuto la nuova e pazzesca esigenza,
e quelle parole le fecero perdere ogni prudenza.
- La mia decisione  gi presa, - disse - rifiuto.
- Benissimo, cara. Puoi andare. -
Lady Eleanor non dimostrava nessun risentimento,
ma quando Simona stava per uscire, la richiam:
- Lascia qui le lettere.  urgente rispondere. -
Per un momento Simona aveva sfidato tutto, dimenticato
tutto; ma ora ricordava...
- Zia! - implor.
Questa continuava senza ascoltarla:
- Scriverai ai tuoi genitori che non hanno pi
nulla da sperare da me; potrai anche dirgli che sei
stata arbitra della loro sorte e come hai scelto per
loro la vergogna e la miseria. Forse non capiranno
facilmente il tuo contegno, e certo non ti ringrazieranno.
Vai, ora, non hai tempo da perdere. -
Simona usc lentamente, non sapendo ci che
faceva n dove andava. Sbagli tre o quattro volte
prima di ritrovare la porta della sua camera, e
quando finalmente vi si rifugi, rimase per un istante
inebetita, barcollante, senza vedere, senza udire,
senza pensare nulla, raccogliendo tutte le sue forze,
tutte le sue facolt, per sostenere un peso enorme
che gravava su lei e che altrimenti l'avrebbe schiacciata.
Aveva l'impressione di un disastro irreparabile,
il sentimento di una responsabilit terribile,
il rimorso confuso di una colpa.
A un tratto le cose divennero chiare nella sua
mente, e allora la sofferenza aument, invece di
calmarsi si acutizz, prese cento forme diverse.
Come aveva detto la zia, bisognava far sapere ai
suoi cari il resultato del viaggio.
Si sed alla scrivania e cerc di combinare un
telegramma. Mentre scriveva, le sembrava di veder
chiara, come attraverso una lente, la scena che
si svolgerebbe all'arrivo del telegramma. Il foglietto
azzurro sarebbe consegnato al padre che lo aprirebbe
in fretta, pieno di speranza; la mamma si appoggerebbe
sulla sua spalla per leggere prima. Poi,
subito, la delusione amara, l'espressione desolata
dei visi.
Quella visione toglieva a Simona la forza di scrivere.
Ogni parola, appena scritta, le sembrava una
freccia scagliata, contro il cuore dei suoi cari, e la
misurava, la cancellava, la cambiava infinite volte,
cercando invano il modo di dire con dolcezza la
crudele verit. La difficolt derivava senza dubbio
dalla brutalit dello stile telegrafico.
Cominci una lettera che lacer subito, la ricominci
per lacerarla ancora; invece di mitigare
l'effetto della fatale notizia, le perifrasi non facevano
che aggiungervi una dolorosa eccitazione.
Simona gett via la penna. Era meglio raccontare
tutto a viva voce. Le sue compagne dovevano
partire da York la sera stessa; preparandosi subito
poteva raggiungerle ed essere a Parigi il giorno
seguente.
Con attivit febbrile cominci a rifare il baule,
felice, nonostante tutto, di lasciare quella casa maledetta
e andarsene verso coloro che amava, verso
la propria casa.
Ma appena ricominci a riflettere, quella gioia
istintiva svan. Non avrebbe dovuto aspettarsi, al
ritorno, che dolori, rimpianti, rimproveri.
Rimproveri! Non li meritava forse? Se avesse voluto,
fortemente voluto, i suoi cari sarebbero fino
da quel momento al sicuro, onorati, felici, in piena
prosperit?
Pens, quasi senza volerlo, che non avrebbe dovuto
opporre un rifiuto cos rapido e netto alla zia,
e tuttavia si pent di aver pensato questo, fremente
di nuovo sdegno all'idea di quella cosa orribile: la
sua giovane vita comprata, gettata in balia di un
uomo ripugnante, una specie di mostro costretto
a nascondere la sua bruttezza.
Non poteva aver piet di quell'uomo, il cui amore
era offesa, la cui richiesta era odiosa tirannia.
La parentela che li univa glielo faceva disprezzare
maggiormente, e aveva fretta di allontanarsi, non
fosse altro per non sentire pi parlare di lui, per
sfuggire per sempre alla sua invisibile, ma continua
presenza.
Si rimise al lavoro, un istante interrotto, poi di
nuovo lo interruppe per rileggere le lettere ancora
una volta. Questa seconda lettura le procur una
impressione ancora pi viva. Ogni frase la colpiva
al cuore come un grido di dolore, un richiamo o il
consiglio di una voce cara, e resistere a quell'appello
le pareva colpevole, crudele, impossibile.
Suo padre aveva tracciato di traverso qualche
parola che prima non aveva osservata. Cominciava
cos: Nel caso che non ci si dovesse pi rivedere...
Cap allora che, se la salvezza non arrivava
entro quel giorno, non lo rivedrebbe pi.
Guard l'orologio: suonava mezzogiorno; pi della
met dell'ultima dilazione di tempo era gi trascorsa.
Simona sent a un tratto mancarle il coraggio
e, cadendo in ginocchio davanti al letto, si
mise a singhiozzare come una bambina, con il viso
tra le mani.
Una mano si pos sulla sua spalla, obbligandola
a rialzare il viso bagnato di lacrime.
Lady Eleanor era accanto a lei, pronta ad approfittare
di quel momento di debolezza, indubbiamente
atteso.
- Devo fare preparare la carrozza per condurti
alla stazione? - le chiese brevemente.
Simona balbett tra due singhiozzi:
- Non ancora.
- Ah, la mia proposta ti sembra degna di esame!...
A tuo comodo. Non ho fretta, io. -
Lady Eleanor fece per allontanarsi, ma Simona
la trattenne.
- No, non andare via... senti... bisogna agire
subito!
- Ma, cara, aspetto solo la tua promessa per
agire.
- Promettere... Come  possibile?... Non so
nemmeno io che cosa penso... dipendo dai miei...
- Mi incarico io di ottenere il loro consenso:
dammi il tuo.
- Chieder loro consiglio!... Vedr... tenter...
Aiutaci, e per riconoscenza... -
Lady Eleanor scosse la testa, e con il suo riso
spietato:
- La riconoscenza ha assai meno fretta della
necessit. Se non ti decidi oggi, non ti deciderai
mai pi.
- Oggi!... Non puoi pensarlo... Non puoi esigerlo
sul serio...
- Ho diritto di pretendere da te una promessa
immediata e categorica, in cambio di un favore immediato
e positivo. Dammi la tua parola di sposare
mio figlio, e subito, sotto i tuoi occhi, telegrafer
al mio banchiere di Parigi di mettere il denaro a
disposizione di tuo padre. Va bene? -
Lady Eleanor si avvicin alla scrivania, prese
la penna gettata via da Simona; la visione che
ossessionava poco prima la giovane si trasform
in un'altra.
Le parole correvano, volavano attraverso lo spazio,
messaggere di pace, di gioia, e laggi, a casa
sua, non c'erano pi che visi radiosi, sorrisi e benedizioni.
- Siamo d'accordo? - domand la zia, sempre
con la penna in mano.
Simona si risvegli dal suo sogno.
- No, no, - disse, lasciando ricadere il capo
- non posso. -
Lady Eleanor venne a sedersi sul letto. Prese
tra le sue dita gelide una mano di Simona, e si
mise a parlarle, curvando su lei il viso pallido e
severo.
Lo studio accurato del carattere della giovane che
aveva fatto in quei giorni, le serviva ora per potere,
con meravigliosa abilit, commuoverla, spaventarla,
toccarla nei punti sensibili. Ripeteva sempre
le stesse cose, con la stessa voce monotona,
facendo quasi penetrare per forza le sue idee nel
cervello della nipote, dominando a poco a poco,
con la sua volont inflessibile, quella volont vacillante,
finch, ascoltandola, la ragazza sent che
le sue idee si smarrivano e dubit della sua ragione,
del suo dovere e della realt delle cose.
Con un ultimo sforzo tent di sfuggire a quel
fascino.
- Dio mio, - disse - se avessi qualcuno che
mi consigliasse! -
Cercava invano. Chi avrebbe potuto proteggerla,
guidarla, o almeno compiangerla, era ben lungi;
non c'era nessuno della sua famiglia o del suo paese
che potesse prendere le sue parti, era completamente in balia
dei suoi persecutori. Si sentiva abbandonata
da tutti. Le venivano idee strane, ispirazioni
o pazzie, come suggeriscono le circostanze
eccezionali.
- Accompagnami da tuo figlio, - domand a
un tratto. - Porta il mio nome, ha forse il senso
dell'onore: mi difender! -
Fece qualche passo avanti, bellissima nel suo nobile
ardimento. Ma lady Eleanor la ferm.
- Ti condurr da Riccardo solo quando sarai
la sua fidanzata.
- Mi hai detto che c' un prete cattolico, un
prete francese, nei dintorni. Dove sta? Desidero
vederlo.
- A quale scopo?
- Non parliamo pi. Non prender mai una decisione
qui, sotto una pressione come quella che
eserciti su di me. -
Questa volta la risoluzione di Simona era ferma.
La zia esit un momento.
- Vestiti, - le disse finalmente. - Ti far condurre
da padre Arnaud, visto che i cattolici hanno
sempre bisogno di un confessore a portata di
mano. -
Lady Eleanor usc dopo aver detto con sdegno
quella frase, da donna che non aveva mai avuto bisogno
n di consiglio n di conforto, lasciando che
Simona si vestisse in fretta. Riapparve quando la
ragazza stava per salire in automobile.
- Ti dimostrer come mi fido della tua lealt, -
disse. - Ecco il telegramma gi pronto. Se dopo
il colloquio sei disposta a obbedirmi, obbedirmi
in tutto, lo spedirai tu stessa, all'uflcio del telegrafo
che  accanto al presbiterio. -
Simona intu il tranello che si nascondeva sotto
quel segno di fiducia, ma non ebbe tempo di rispondere;
il foglio era gi nella sua tasca e l'automobile
si era mossa.
L'automobile di lady Eleanor, bench fosse poco
usata, era elegante, comodissima, e ben riscaldata.
Tuttavia Simona tremava in tutta la persona e
aveva l'impressione che si movesse lentamente.
Attraverso i vetri si scorgevano solo i contorni imprecisi
degli alberi che si profilavano nella nebbia.
Simona non conosceva n la strada che percorrevano
n il luogo dove andavano, e non avrebbe
potuto distinguere meglio il sentimento che l'aveva
spinta a quel tentativo. Forse desiderava, nella sua
debolezza, addossare ad altri una responsabilit
troppo pesante. Il potere di lady Eleanor non la
turbava pi, e sperava nell'appoggio del prete per
ripetere alla zia ci che stava dicendo a se stessa:
che certi sacrifici sono al disopra delle forze umane,
oltraggiano le leggi della natura e forse anche della
morale.
Attravers Erlington e lo oltrepass. Simona si
impazientiva; quanto tempo perso! Avrebbe fatto
meglio a partire, come era stato il suo primo impulso.
L'automobile si ferm in cima a una salita. L'autista
apr lo sportello. Una raffica di vento umido
invest Simona, che vide davanti a s, addossata a
una collinetta, o meglio, a un rialzo di terra fangosa,
una casetta a un piano, con due finestre e
una porta.
Queste minuscole proporzioni non erano compensate
neppure dall'aspetto lindo e accurato che hanno,
per lo pi, anche le modestissime case inglesi.
Le mura erano coperte di salnitro, il tetto era cadente,
le persiane marcite; tutto parlava di miseria.
Simona era scesa, ma non poteva credere che
quello fosse il presbiterio. Intanto osserv, da un
lato, una specie di capannone sormontato da una
croce e circondato da un cimitero, sulle cui tombe
erano pure delle croci.
Proprio in quel momento apparve sulla soglia
un sacerdote.
Parve sorpreso alla vista dell'automobile ferma
davanti alla porta, e vedendo Simona che veniva
avanti, si tolse in fretta qualche cosa d'informe
che gli copriva il capo, e che era un cappello, per
quanto molto logoro. Era vecchio, o invecchiato
innanzi tempo, magro, rugoso e calvo, aveva
l'aspetto frusto e misero, di una semplicit quasi
volgare.
- Reverendo, - domand Simona - potrei parlarvi
un momento? -
L'accento francese di quella voce rischiar il viso
triste del prete.
- Una compatriotta! A vostra completa disposizione, -
disse - e con tutto il piacere! 
Fece entrare Simona in un piccolo salotto squallido
e freddo, ornato solamente di alcune brutte
stampe di soggetto religioso, e le avvicin una poltrona
di paglia accanto al fuoco di carbone, quasi
spento, che tent di rianimare.
- Vengo da Erlington, - cominci Simona -
sono la nipote di lady Eleanor, che forse conoscete.
- La conosco da molto tempo; una volta andavo
al castello a dire la Messa tutte le domeniche,
quando era vivo il marito, che era cattolico.
- Anch'io sono cattolica, - disse Simona.
Il sacerdote ebbe un altro gesto di soddisfazione,
pi espressivo del primo.
- E come tale ricorro a voi, nel momento doloroso
che attraverso.
- Figliuola mia, far per voi tutto quello che
potr. -
Il prete si era seduto di fronte alla giovane. Dimenticava
il disordine del suo abbigliamento, l'imbarazzo
provato davanti a quella elegante visitatrice.
Rientrato nelle funzioni del suo ministero,
era il superiore, il padre, e lei si sentiva discepola,
figlia umile e fiduciosa. Non ebbe difficolt a narrargli
tutto, poich sapeva ascoltare; a mano a
mano che procedeva nel suo racconto, si stupiva
di non sentirgli esprimere, nemmeno con una parola,
l'indignazione e il disgusto che certamente
provava. Per provocare una osservazione, dovette
dirgli, finendo la narrazione:
- Non sentendomi sicura del mio giudizio, desidererei
avere un vostro consiglio. -
E siccome non otteneva risposta, lo guard, e
fu colpita dalla esaltazione che gli brillava negli
occhi.
- Oh, figliuola mia, - esclam alla fine, con
convinzione - questa prova non vi  forse inviata
dalla grazia divina? Unico scopo, per noi cattolici,
 contribuire all'opera di Dio, trascorrere questa
breve vita facendo il maggior bene possibile. Voi
avete ora l'occasione di fare il bene meglio che altrove,
mille volte pi di quanto mi sia stato concesso
in trenta anni di lotte e di sofferenze!... -
In trenta anni passati lontano dalla patria, in
paesi di eretici, nella solitudine, tra difficolt e
persecuzioni di ogni genere, nel reclutare e difendere
un piccolo gregge, il vecchio sacerdote aveva
avuto per unico sostegno quello zelo pieno di passione,
quella abnegazione assoluta propria di un
apostolo. Era abituato a considerare ogni cosa secondo
l'aspirazione divina, sacrificando le ripugnanze,
i bisogni, gli istinti, e pensava solo al gran
bene che poteva venire da quella unione.
Continu:
- Accettando, non assicurereste soltanto la felicit
terrena ai vostri genitori, ma potrete salvare
un'anima, molte anime, anzi! In questi ultimi
anni si  iniziato un movimento che conduce,
o per dir meglio, riconduce l'Inghilterra verso il
cattolicesimo. Che cosa occorre per favorire questo
movimento, per divulgare la nostra fede, per
combattere ad armi eguali la chiesa protestante,
ricca e potente e favorita dalla legge?  ben triste
a dirsi: occorre del denaro, prima di tutto. Il denaro
rappresenta le chiese in cui il popolo ha una
idea del nostro culto, le scuole dove pu conoscerlo
sino dall'infanzia, il servizio delle parrocchie,
dignit dei preti eletti e mantenuti nel loro ufficio.
In seguito ci occorrono appoggi presso il Governo,
cattolici influenti e altolocati per difenderci, proteggerci,
attirare a noi le masse con il loro esempio.
Ho parlato spesso con vostro cugino Riccardo;
 abbastanza spinto verso la religione. Sono certo
che il potere di una donna devota lo deciderebbe
a una pi profonda vita di piet. E quante conversioni
potrebbe favorire! -
Simona, pur essendo fervente cattolica, non si
preoccupava davvero della salvezza dell'anima di
Riccardo, e il compito propostole non la entusiasmava
per nulla. Una sola parola l'aveva colpita.
- Avete conosciuto mio... mio cugino? - disse.
- Sapreste dirmi come ? -
Cos dicendo Simona arross; questa curiosit le
sembrava gi una pericolosa e avvilente concessione.
Padre Arnaud si affrett a soddisfare quella legittima
curiosit.
- Posso informarvi con piena coscienza, perch
conosco vostro cugino da quando era bambino.
Ha un cuore nobile, solide virt e carit inesauribile.
La sua condotta  stata sempre lodevole, nonostante
le tentazioni di una brillante giovinezza
e di un immenso patrimonio; non gli manca che
di ritornare alla fede dei suoi antenati, per offrire
tutte le garanzie che si possono desiderare.
- Non  questo che domandavo, - riprese Simona.
- Come ... per il resto?
- Ma figliuola cara, dovete saperlo. L'erede di
Erlington  uno dei pi grandi signori d'Inghilterra.
- No, non questo, - mormor lei, tanto pi imbarazzata,
quanto il suo interlocutore mostrava di
capirla meno. -  orribile di fisico, non 
vero?... -
Il santo uomo parve cadere dalle nuvole.
- E che importa questo, figliuola mia? Il matrimonio
non  una unione qualunque sorta da un
desiderio passeggero, da futili attrattive.  una sacra
alleanza fondata sul dovere, e bisogna soprattutto
cercare le bellezze dell'anima. -
Questa massima non bast a Simona, che domand
ancora:
- L'avete visto?
- L'ho visto prima della sua disgrazia, e anche
dopo, ma allora aveva una benda che gli nascondeva
una parte del viso, - confess il prete.
- Dio mio! Tutti sanno che cosa sono le cicatrici
di ferite. Quanti soldati ne hanno! -
Poi, con incosciente scaltrezza:
- Mi guarderei bene dall'influire sulla vostra
decisione; per... -
E riprendeva la sua tesi, accanito quasi quanto
lady Eleanor nel vincere la resistenza che opponeva
Simona, trascinato, senza volerlo, dal vivo
desiderio che si compisse quella unione.
Quando, terminata la sua esortazione, ricondusse
la visitatrice, guard con occhio ardente la povera
chiesetta, immaginando gi di vedere sorgere
al suo posto una chiesa nuova, di pietra, con il
campanile scolpito, pi bella dei templi protestanti
del vicinato: vedeva accorrere tutti gli affittuari
di Erlington che seguivano l'esempio del padrone,
e molti altri ancora; si vedeva officiare con paramenti
d'oro e di seta, tra uno scientillio di ceri
e nuvole d'incenso.
Ma non vedeva la vittima immolata per ottenere
tutto questo, la giovane creatura che era venuta a
cercare presso di lui aiuto e conforto e che se ne
andava pi incerta e afflitta di quando era venuta.
L'automobile si era rimessa in moto, e Simona,
rovesciata sui cuscini, era quasi svenuta. Non aveva
potuto prendere nulla alla prima colazione, e
lo spossamento fisico aumentava la stanchezza morale.
Il sacrificio respinto con orrore non era dunque
mostruoso se un prete, un vecchio pieno di esperienza,
lo ammetteva, anzi lo consigliava! Si era
forse ingannata, accecata dall'egoismo, inesperta
come era della vita? Chi verrebbe a sollevarla da
quella angoscia? Chi troncherebbe quel dbbio atroce?
Si sforz di pensare quale sarebbe stato il parere
dei suoi cari se avessero potuto darglielo.
Suo padre?... Doveva soffrire tanto in quel momento!
Come avrebbe il coraggio di respingere la
salvezza insperata? Sua madre?... Simona conosceva
la passione della signora d'Avron: non sarebbe
la prima lei a implorarla di salvare il marito
a ogni costo? I fratellini?... Chi sa se un giorno
non le rinfaccerebbero il loro disonore e la morte
del padre, per il quale forse, al suo posto, avrebbero
avuto il coraggio di sacrificarsi?
Alla fine Simona, disperata, pens anche a
Osmin. Osmin, quell'uomo sorto dal popolo, quel
semplice organizzatore di affari, aveva spesa tutta
la vita nell'adempimento del dovere filiale; non
avrebbe lasciato andare il padre in prigione, lui!
E risaliva pi in alto, pi lontano, cercando incoraggiamenti
ed esempi. Una figura spiccava nel
passato, circondata da una specie di culto; l'ava
eroica che non aveva esitato a mettere a rischio
la vita per i suoi cari.
. Sicch tutti la condannavano, tutti coloro che
avevano diritto alla sua tenerezza, alla sua devozione,
alla sua fiducia. Mentre stava dibattendosi
contro la penosa certezza della sua vilt e del suo
errore, l'automobile si ferm una seconda volta,
certo per ordine ricevuto prima della partenza.
Invece di tornare a Erlington, entravano nel
paese vicino alla chiesetta di padre Arnaud, e ora
si fermavano davanti a una porta sulla quale Simona
lesse questa scritta: Ufficio Postale - Telegrafo.
Il servitore scese, apr lo sportello, attese immobile
che scendesse; e scese, come un automa, cedendo
a un impulso irresistibile. Entr nell'ufficio
telegrafico posto in fondo a una piccola bottega di
droghiere. Un giovane robusto, che stava rovistando
in un barile di aringhe, vedendola avvicinarsi
allo sportello, si rialz, si asciug le mani, si tolse
il grembiule, e venne a sedersi gravemente dietro
lo sportello.
Le dita di Simona tremavano tanto che le occorse
qualche secondo per levare di tasca il telegramma
di lady Eleanor; lo dtte all'impiegato
che cont le parole e disse:
- Cinque scellini. -
Simona trov a stento il portamonete, ma non
riusc a contare il denaro, lo fece il telegrafista con
il disprezzo innato di un impiegato che  anche
un commerciante. Le aveva subito voltato le spalle
e lei rimaneva l, esitante, sperduta, pronta a richiamarlo,
a ritirare il telegramma. Ma gi risonavano
i piccoli colpi secchi della trasmissione.
Era troppo tardi!
Simona usc dall'ufficio come un automa, si ritrov
quasi senza accorgersene nell'automobile e
solo dopo due o tre minuti si rese conto di quello
che aveva fatto.
Allora ebbe una ultima rivolta, un ultimo sussulto
di orrore e di disgusto e, come impazzita,
volle tornare indietro, evitare la casa dove era attesa,
saltare gi, fuggire attraverso i boschi. Tent
di abbassare i vetri, ma non le riusc.
Pass in fretta il fazzoletto sui vetri appannati;
era in aperta campagna, su una strada deserta; si
udiva per il rombo di un motore, e presto apparve,
venendole incontro, una piccola utilitaria. Nel
momento in cui i due veicoli si incrociarono la ragazza
si gett in avanti, mentre il signore seduto
al volante rallentava per guardare nell'interno della
macchina. Simona, che poco prima avrebbe chiamato
in suo aiuto un estraneo, rest muta riconoscendo
Tommaso Erlington.
Il giovane ferm bruscamente e, voltando la macchina,
si slanci all'inseguimento. Ma la lotta era
troppo ineguale tra l'utilitaria e la splendida Cadillac
di lady Eleanor, non tard dunque a essere
distanziato.
Era un protettore, un amico, che Simona lasciava
dietro di s? Lo ignorava. Costui le era spiaciuto
a prima vista, ma ora l'odio di lady Eleanor
glielo rendeva quasi simpatico. Ma che importava?
N lui n altri potevano pi nulla per lei, legata
ormai dalla parola data.
Non le fu di alcun conforto il pensiero della felicit
e della salvezza dei suoi genitori: l'aveva pagata
a troppo caro prezzo!
La corsa, che le era sembrata tanto lunga nell'andare,
le sembr brevissima nel ritorno. La carrozza
oltrepassava gi i cancelli spalancati di Erlington.
Simona vide la zia sulla scalinata; era
forse rimasta l tutto quel tempo?
- Il mio telegramma? - domand.
- Spedito, - rispose Simona, con voce strozzata.
Nessuna parola fu pronunziata, mentre le due
signore rientravano insieme. Lady Eleanor accompagn
Simona in camera sua, e allora solamente,
stringendola tra le braccia, le sussurr:
- Figlia mia! -


Capitolo 7.

Simona non le ricambi l'abbraccio; era rigida,
pallida, gelida, con il corpo e l'anima come intirizziti.
- Povera piccina! - riprese lady Eleanor. -
Questa giornata  stata molto faticosa. Sei stanca,
e non hai ancora fatto colazione. -
Simona cadde come un masso nella poltrona, posta
vicino a un tavolino apparecchiato.
Non aveva pi forza di parlare, di pensare, di
resistere, e si abbandonava a quelle cure, che ricordavano
vagamente quelle che i carnefici prodigavano
un tempo alle vittime, nell'intervallo tra
due supplizi.
Lady Eleanor, non riuscendo a rianimarla, le
sugger:
- La miglior cosa che puoi fare,  coricarti e
dormire. -
L'idea di isolarsi nel sonno, lungi da tutto e da
tutti, piacque a Simona, che si lasci condurre a
letto, e vi si gett senza spogliarsi.
Mentre posava la testa sul guanciale, venne assalita
da uno scrupolo, e mormor:
- Bisogna avvertire i miei genitori...
- Secondo i nostri patti, ci spetta a me, -
disse lady Eleanor.
Simona non disse altro; con un sospiro di sollievo
si volt dalla parte del muro, chiuse gli occhi,
e immediatamente piomb in un sonno letargico.
Era una prostrazione completa, in cui non esisteva
pi alcun pensiero, un annientamento dell'immaginazione,
dell'intelligenza, della memoria
e di tutto il suo organismo ormai allo stremo delle
forze. Quando si svegli, dopo due o tre ore, Simona
ricordava appena quello che era accaduto,
perch era l, coricata, prima di sera, e quale fosse
la causa della tristezza, dell'angoscia orribile che
la opprimeva.
Lady Eleanor si fece avanti da un angolo della
camera. Allora Simona ricord, e si rincantucci
nel letto, con un gemito di terrore. La zia, per nulla
impressionata, le mise sotto gli occhi un telegramma
del signor d'Avron, in risposta al suo:
ringraziamenti entusiastici, un inno di gioia, un
cantico di benedizioni.
- Vedi, - le disse - i tuoi genitori sono felici.
Ora dobbiamo pensare a mio figlio. -
E siccome Simona taceva sempre:
- Alzati, - le disse con fermezza. - Riccardo
ti aspetta da ore; dobbiamo andare da lui.
- No, no! - esclam energicamente la ragazza,
- non voglio!
- Mancheresti alla tua parola, ora che ho mantenuto
la mia? -
Simona possedeva una eroica lealt, una onest
assoluta. Non le era mai balenato il pensiero di
sottrarsi alla sua promessa; desiderava solo protrarne
il termine, allontanarlo il pi possibile.
- Pi tardi! - supplic. - Un'altra volta! Non
oggi!
- S, oggi. Nel tuo interesse,  meglio finirla con
queste inutili scappatoie. Che cosa ci guadagni a
protrarre ci che sei costretta a fare? Vieni, cara! -
Un po' con la persuasione, un po' con la forza,
lady Eleanor aveva convinto Simona ad alzarsi.
- Il tuo vestito  tutto sgualcito, - osserv. -
Bisogna indossarne un altro; quello che indossavi
la sera dell'arrivo. Riccardo sar felice di rivederti
vestita cos. Ti aiuter. -
Aveva gi preparato il vestito e cominciava a spogliare
Simona, che la lasciava fare, assorta nei suoi
pensieri, senza neanche la forza di stupirsi del completo
cambiamento di modi della zia, n di osservarne
l'espressione trionfante.
A un certo momento la vecchia signora si inginocchi
per mettere le scarpe alla nipote e, prendendo
i piedi tra le mani, li accarezz, li riscald,
con lo stesso piacere che aveva provato in altri
tempi toccando quelli dei suoi bambini. Simona intu
vagamente che quella donna dura e orgogliosa
era divenuta la sua protettrice, la sua amica, la
sua schiava, quanto il suo carnefice, e che poteva
aspettarsi da lei devozione, premure, amore, tutto,
fuorch la libert.
- Lasciami stare, - disse - mi fai male!
- Capisco, ora soffri, e sei in collera con me.
Pi tardi mi ringrazierai.
- Sono infelice per causa tua, per sempre! -
esclam disperata Simona.
E cercando di far ricadere il suo dolore su chi
ne era la causa, continu, con una specie di soddisfazione:
- Anche tuo figlio sar infelice. Puoi pretendere
che lo sposi, ma come posso volergli bene? -
Obiezione, questa, gi da molto tempo prevista
e respinta.
- Quando lo conoscerai, lo amerai per forza, -
afferm lady Eleanor, piena di orgoglio materno.
- Sei troppo affezionata ai genitori per non voler
bene anche al marito; inoltre hai il senso dell'onore,
e quando sarai sua moglie, ti sentirai legata,
prima per dovere e poi per abitudine. Riccardo,
accecato come  dalla sua passione, non si accorger
di ci che gli manca. -
Aveva accomodato tutto, calcolato tutto, per la
felicit dell'uno, a detrimento della felicit dell'altra.
Lo confessava, lasciando ingenuamente indovinare
il suo profondo e inesauribile egoismo. Per
scusarsi davanti a Simona, e forse anche davanti
alla propria coscienza, soggiunse:
- Una madre ha diritto di considerare l'interesse
del figlio prima di ogni altra cosa. Il solo
mezzo per assicurare il suo avvenire era darti a
Riccardo, e non avevo il tempo di attendere che tu
ti decidessi. Sono malata, Simona, molto malata.
Posso morire da un momento all'altro, e non voglio
che mio figlio rimanga solo al mondo. Ma una
dolce compagna pu sostituire una madre; ora potr
morire tranquilla. -
Il pensiero della morte la lasciava indifferente
al pari della infelicit di Simona.
Aveva terminato di vestire Simona e la conduceva
con s; sulla soglia della camera, Simona tent
una ultima rivolta.
- E se i miei genitori rifiutassero il loro consenso?
- domand.
- Stai tranquilla, non andremo contro la loro
volont. -
Simona non vide il sorriso che accompagnava
quelle parole. La sua anima desolata si era rifugiata
in quella suprema speranza, e se la zia non
l'avesse fatta brillare davanti ai suoi occhi, forse
si sarebbe rifiutata di seguirla, o sarebbe svenuta
prima di giungere alla mta temuta. Lady Eleanor
la fece ancora sostare davanti alla porta del salottino,
dove la ragazza aveva trascorso tante ore penose,
ma piacevoli, se paragonate all'ora presente.
- Ricordati dei nostri patti, - le raccomand
con calore. - Non devi fare nessuna osservazione,
nessuna domanda sullo stato di Riccardo, n soprattutto
dire o lasciar capire nulla, da cui possa
supporre che agisci contro la tua volont. Sarebbe
abusare della sua delicatezza, costringerlo a renderti
la parola, liberarti con un sotterfugio dal
tuo impegno. Un sotterfugio di cui non ti credo
capace.
- Non far appello all'onore di tuo figlio! -
promise sdegnosamente Simona. - Sarebbe inutile.
-
Non si lasciava ingannare da quella manovra,
certamente combinata tra madre e figlio per risparmiare
a questi, per quanto fosse possibile, le noie
di una situazione imbarazzante. Tuttavia la zia si
content della risposta.
- Va bene, - disse, - entriamo;  l. -
Spinse la porta e la fece entrare; Simona, contro
volont, attratta dal fascino dell'orrido, guard
avidamente.
La tenda rossa era tirata. Dietro di essa si
apriva una arcata che metteva nella saletta dove
Riccardo stava di consueto, e dalla quale poteva
udire tutto quello che gli altri dicevano con la madre,
e poteva associarsi invisibile alla vita comune.
Ma ora il nascondiglio era inutile ed egli ne era
uscito. Era l, in piedi, allo stesso posto dove il
giorno prima era apparso Tommaso Erlington, e
Simona, alla luce incerta del giorno che declinava,
ebbe una strana illusione. Anche Riccardo era alto
e slanciato e, visto contro luce, poteva essere scambiato
per Tommaso o creduto un suo fratello gemello.
Ma si mosse e venne avanti, distruggendo
a un tratto l'illusione.
Invece del viso bello e giovanile che Simona ricordava,
distinse vagamente una macchia nera, una
cosa informe, inumana, pi ripulsiva, a prima vista,
di ogni altra bruttezza normale. Il giovane si
avvicin di un passo, e pot osservarlo meglio.
Riccardo portava una benda di seta nera, una
specie di maschera accomodata con arte, che gli
tagliava il viso da met fronte fino al labbro superiore,
con due sole aperture, attraverso le quali
brillavano gli occhi.
La maschera aderiva in modo unito e perfetto,
non lasciando intravedere o indovinare nulla di
ci che nascondeva. Era un terribile problema, una
terribile incognita, quella benda nera, quell'ostacolo
che lo sguardo non poteva superare.
Gli occhi, di un azzurro scuro, molto grandi, vivacissimi,
la bocca fine e ben disegnata, rossa e
sana, contribuivano a renderne pi lugubre
l'aspetto.
Simona si attendeva una emozione forte e penosa,
ma non l'angoscia assillante di quella maschera
sinistra.
Riccardo si avvicin ancora di pi.
- Cara cuginetta! - mormor.
Ella non avvert l'infinita dolcezza che trapelava
da quelle semplici parole; forse non le ud neppure.
Era stata assalita da una idea che l'assorbiva
completamente: che cosa nascondeva quella
benda? Non pensava a nulla, non vedeva nulla, all'infuori
di quel pezzo di seta nera, di quella cosa
tanto piccola, fragile, e tuttavia sufficiente a segnare
Riccardo con un segno fatale, a distinguerlo
e allontanarlo dagli altri uomini.
- La povera piccina  intimidita, - disse lady
Eleanor con compassione, mentre le sue unghie aderivano
come un artiglio al braccio di Simona. -
Questo non ti pu stupire. -
Parlando con il figlio, si trasfigurava, diveniva
dolce e carezzevole, dando al tono inconsueto di
familiare intimit e alle parole, una inflessione tenerissima
e speciale.
- Credo piuttosto, - disse con tristezza Riccardo
- che abbia paura, vedendomi da vicino. -
Le unghie della vecchia signora penetrarono pi
profondamente nel braccio della giovane, e Simona
balbett:
- Non lo pensare... devi comprendere... sai
bene... -
Protestava cos, senza forza, per rispetto alla
parola data, per una istintiva abitudine di cortesia,
per un involontario senso di piet.
Osservava ora l'ardore supplichevole degli occhi
che interrogavano i suoi, l'emozione comunicativa
della voce di Riccardo; scorgeva in lui qualche cosa
di dolce, di triste, che lo rendeva diverso dalla
madre, e che aveva certamente ereditato dal lato
paterno, al pari della pronunzia, del portamento
e dei modi distinti.
Se in quel momento egli avesse reso onestamente
a Simona la parola estorta, se si fosse lealmente
scoperto il viso, forse avrebbe potuto guardarlo
con piet e indulgenza, avere ancora per lui stima
e riconoscenza, sentirsi commossa dal grande amore
che nutriva per lei. Chi sa? Forse a poco a poco
avrebbe, in avvenire, considerato generoso, meritorio
e possibile il sacrificio della sua vita, se nessuno
glielo avesse imposto.
Ma egli non ebbe la nobile ispirazione che sola
poteva cambiare la loro sorte; dimostr invece la
sua intenzione di approfittare dei diritti vergognosamente
acquisiti, di volersi associare alla trama
infernale della madre.
- So che hai acconsentito, - le disse con voce
turbata. - Comprendo ci che fai per me. Forse
faccio male ad accettare... ma la tentazione  troppo
forte. -
Abbass il capo e domand a bassa voce, mal dissimulando
la sua ansia:
- Non ti pentirai di quello che hai promesso?
- Non mancher alla mia parola, - replic Simona
con sforzo - a meno che tu stesso...
- Oh, per me, - esclam lui con ardore, -
esiste una cosa sola al mondo: amarti e farti felice!
Pu sembrare una pazza pretesa da parte mia,
ma, nonostante tutto, credo che vi riuscir! -
Parlava di farla felice nel momento stesso in cui
accettava il sacrificio di tutta la sua vita; poi, come
per aggravare la sua impudente audacia, os
prendere una mano di Simona e stringerla affettuosamente.
Ma non era obbligata a subire questo, almeno
per il momento. Ritir dunque con movimento brusco
la mano, e sarebbe uscita dalla stanza, se la
zia non l'avesse trattenuta.
- La tua fidanzata  di un paese dove le ragazze
non sono abituate a tanta libert come da
noi, - osserv lady Eleanor, sorridendo. - Non
dimenticarlo, figlio mio. -
Egli non insist, finse di crederla, di interpretare
la fierezza di Simona come effetto di pudore,
n questa cerc di spiegarsi meglio. Non poteva
sperare da lui nulla di pi che dalla madre. Le
sue pene si erano trasformate in una angoscia piena
di stupore; fissava smarrita la macchia nera
che gli deturpava il viso, e si ripeteva, con monotonia
esasperante, quasi un ritornello, la stessa
domanda:
Come si pu essere la fidanzata di un uomo
simile?
Nella sua mente delicata e pur pratica, il tipo
del fidanzato non aveva l'aspetto fantastico che
assume nella maggior parte dei cervelli vuoti delle
ragazze, e bench non lo avesse mai sognato seducente
e perfetto, e non lo avesse immaginato come
un serafino divenuto moschettiere, l'aveva pur sempre
sognato come la guida e il compagno della vita,
suo eguale sotto ogni rapporto.
Aveva gi visto parecchie amiche accettare con
gioia l'uomo che era stato loro destinato e seguirlo
con fiduciosa tenerezza. Non era possibile che il
suo destino dovesse essere cos diverso da quello
delle altre, che tutto ci che riempirebbe la sua
vita appena incominciata, tutto ci che le fosse
dato di amare in questo mondo, fosse quell'uomo
il cui sfregio era una vergogna.
Una madre accecata dall'affetto, un prete esaltato,
potevano accettare, ma i suoi genitori capirebbero
l'infamia, e non la permetterebbero. Questo
fidanzamento non era che un incubo dal quale
si sveglierebbe. Si moveva come in sogno, ascoltava,
rispondeva parole incoerenti, che la zia pensava
poi a correggere e interpretare a modo suo.
Riccardo pranz accanto a lei, nella grande sala
da pranzo, e quel padrone di casa senza viso le
sembrava uno spettro da leggenda, seduto alla tavola
dei vivi. Per un momento ebbe l'impressione
che fosse una persona vera, come gli altri. Dopo
il pranzo lady Eleanor le aveva detto:
- Eri molto sorpresa, Simona, quando ti facevo
suonare il pianoforte, io che detesto la musica. Ma
piace immensamente a mio figlio. Ora ascolterai
lui; Riccardo, prendi il violoncello. -
Obbed. Aveva mai obiezioni davanti ai desidri
della madre?
Per suonare si era collocato nella penombra, con
una abilit che doveva essergli consueta, voltando
a met le spalle. Non si vedeva di lui che l'alta
figura, il portamento elegante, la testa bionda, l'innata
nobilt dei gesti. Era un uomo come gli altri,
e quando cominci a suonare si ud vibrare l'anima
di un uomo, di un uomo giovane, ardente, appassionato.
Simona pens a un tratto che, per quante
colpe avesse, Riccardo l'amava forse sul serio, e
per un breve istante ne fu commossa: nessun uomo
l'aveva ancora amata!
Il violoncello tacque e Riccardo si volt.
Simona era di nuovo come un pezzo di ghiaccio,
mentre vicino a lei lady Eleanor andava in estasi:
- Da tre anni non lo avevo pi visto cos! Una
volta aveva tanto ingegno, tanto spirito, tanta
gaiezza. Tu gli renderai tutto questo. -
S, poteva darsi che avesse spirito e ingegno, ma
quelle doti facevano risaltare ancora pi la bassezza
del suo carattere, e quell'amore, quella felicit
che erompevano in lui, quell'amore egoistico
e tirannico, quella felicit vile e barbara, suscitavano
fino al parossismo lo sdegno di Simona.
Le pareva che l'anima di Riccardo, al pari del
viso, celasse un mistero, nascondesse una onta indelebile.
Non era pi solamente il disgusto, l'avversione
fisica, che l'allontanavano da lui, ma anche
il disprezzo, il pi irrevocabile dei sentimenti,
un disprezzo completo e assoluto, che non lasciava
nemmeno posto alla piet.
Ma non era tutto. Simona provava in fondo all'animo
una impressione nuova, torturante, ardente,
come una puntura velenosa, un impulso furibondo,
irragionevole, che non riusciva a dominare,
che le faceva male e la impauriva. Che cosa
era mai? Finalmente lo comprese.
Lei, che era stata sempre tenera e pietosa, che
non aveva mai odiato nessuno, neppure lady Eleanor,
imparava ora che cosa fosse l'odio: cominciava
a odiare Riccardo.
Nel momento stesso in cui questa idea divenne
certezza, lady Eleanor diceva loro con calma:
- Parleremo del vostro matrimonio appena i
miei cognati ci avranno fatto sapere che cosa ne
pensano. -
Simona era tanto ligia alla sua parola, che non
protest, e n quel giorno n i seguenti si lasci
sfuggire davanti a Riccardo una formale smentita
o una chiara parola di rimpianto. Lo vide anche
poco, dicendosi ammalata per sfuggire la sua
presenza, ed era veramente febbricitante, spossata,
annientata. Nei pochi istanti in cui furono insieme
si limit a tollerarlo, senza nulla aggiungere a
quello sforzo per lei titanico.
Egli si mostrava sempre pi riserbato, tenuto a
distanza dalla freddezza di lei e imbarazzato dalla
scrupolosa sorveglianza di lady Eleanor, che era
sempre tra loro due, adducendo a pretesto della
sua vigile e costante presenza:
- Devo fare da madre a tua cugina, ora, e non
a te. -
E trattava davvero Simona come una figlia adorata,
coccolata, lasciandole tutta la libert, tutte
le iniziative, tranne in quello che si riferiva ai suoi
rapporti con Riccardo. La giovane si sentiva padrona
e sovrana assoluta in quella casa, dove pochi
giorni prima era entrata come una mendicante.
Verso di lei convergeva l'attenzione, i pensieri,
la vita di ciascuno, e la stessa alterigia con cui accettava
tutto, il suo contegno triste e indifferente,
erano considerati quasi un capriccio di principessina
e un fascino di pi. Ma quei favori e quegli
omaggi che le erano resi quale fidanzata di Riccardo,
aumentavano a dismisura le sue ansie, e di
fronte alla calma di tutti sentiva via via impallidire
la speranza che l'aveva sorretta fino ad allora.
Verso la met della settimana, lady Eleanor le
annunzi:
- Tuo padre ha risposto.
- E...?
- Viene. -
Simona ebbe una esclamazione di gioia. Suo padre
era la salvezza, la liberazione.
- Arriva tra qualche giorno, - riprese lady
Eleanor, - per fare qui le veci di tua madre, trattenuta
da motivi di salute, e occuparsi personalmente
dei preparativi delle nozze che, come me,
desidera vengano celebrate qui, per maggior comodit
e sollecitudine. Ha molta fretta, tuo padre,
ancora pi fretta di me!... Perch mi guardi cos?
- Ma non sa...? - cominci Simona.
- Non gli ho nascosto nulla di quello che riguarda
Riccardo.
- E crede...?
- Crede suo nipote un magnifico partito, come
farebbe ogni padre, al suo posto. -
Simona rimase annichilita.
Il signor d'Avron aveva un carattere leggero, e
Simona lo sapeva, non avrebbe per mai immaginato
che quella leggerezza arrivasse al punto
di approvare alla cieca, lui, padre tanto affettuoso,
la strana scelta della figlia.
A dire il vero, egli ne ignorava le cause determinanti,
ma l'intuizione paterna avrebbe dovuto fargli
capire quello che lady Eleanor nascondeva con
perfida astuzia, quello che Simona non aveva il
diritto di rivelargli; e, scossa nella sua fiducia di
figlia, la ragazza si domandava se non ci fosse in
tutto questo qualcosa di peggio che un malinteso,
se qualcuno o qualche cosa potesse resistere a certe
tentazioni in questo mondo, se il cuore dei genitori,
al pari del giudizio del sacerdote non si turbasse
davanti a molto, molto denaro.
E l, nello stesso posto dove aveva pianto, in
ginocchio, sul destino dei suoi cari votati al disonore
e alla miseria, pianse ora disperatamente sul
proprio destino, mille volte pi atroce, perch non
le si lasciava nemmeno l'ultima libert, l'ultimo
bene, che  il possesso della propria persona.
Poi venne la calma. Poich era abbandonata da
tutti, si abbandon a sua volta; ma la sua anima
era invasa dall'amarezza della sconfitta, e non dalla
dolcezza della rassegnazione. A furia di soffrire,
sentiva che era diventata cattiva.
Riccardo le offr quella sera l'anello di fidanzamento,
ed ella rispose con un sorriso nervoso, mentre
glielo infilava al dito. A quale scopo tante commedie,
quando si trattava unicamente della vendita
di una schiava?
Tornando in camera sua, vi trov tutti i gioielli
di lady Eleanor, ma li gett a caso in un armadio.
Il giorno seguente un enorme fascio di rose era
davanti alla sua porta: il primo mazzo di Riccardo.
A Simona erano sempre piaciuti molto i fiori, ma
quelli, sbocciati meravigliosamente in pieno inverno,
non ebbero per lei colore n profumo, e lady
Eleanor fu costretta a metterli lei stessa in fresco.
La madre di Riccardo non si scoraggiava mai.
Durante la giornata disse a Simona:
- Vuoi che andiamo a Londra, incontro a tuo
padre? Ci occuperemo nel tempo stesso degli acquisti
indispensabili, mentre Riccardo sorveglier qui
gli altri preparativi. -
Lady Eleanor, che non era uscita da anni dal
castello, parlava oggi di mettersi in viaggio come
di una cosa naturalissima, e Simona non mosse
obiezioni; sarebbe andata ovunque, purch Riccardo
non venisse.
- Me la porti via! - disse questi con dolore,
- che cosa far senza di lei?
- Te la porto via solo per ricondurtela presto,
e per sempre, - rispose lady Eleanor sorridendo.
Il suo amore materno era troppo intenso per
essere geloso, ma Simona non si sentiva commossa
nemmeno da quella adorazione reciproca della madre
e del figlio; vedeva solo una odiosa complicit,
e quando l'indomani part con la zia, aveva un
unico desiderio, un unico scopo, purtroppo impossibile:
non tornare pi.
Bench lady Eleanor non lasciasse mai Erlington,
aveva conservato a Londra, nelle vicinanze di
Belgrave-Square, un magnifico palazzo, e una infinit
di servitori sempre pronti a riceverla.
- Potrai venire qui, quando ti annoierai in campagna,
- disse a Simona, - o potrai andare in
Francia; non sono tanto egoista da tenerti prigioniera. -
La ragazza rimase fredda e impassibile. Sentiva
che la sua vita era finita, e non si preoccupava
del luogo dove ne nasconderebbe i miseri resti. Tutto
le era indifferente, perfino l'arrivo del padre.
Le pareva che non fosse pi lo stesso padre, che
non fosse pi la stessa figlia di prima. Tuttavia,
quando and con la zia a incontrarlo alla stazione
e lo vide saltare gi dal treno, sempre giovane,
svelto, sorridente, gli corse incontro e gli si gett
al collo, stringendolo con lo slancio disperato di
chi annega.
Lui la copr di baci.
- Bambina mia adorata! Cara la mia piccola
esiliata! -
La lasci per precipitarsi incontro alla cognata.
Simona non osava credere ai suoi occhi, ma le
parve che si abbracciassero!
In carrozza il signor d'Avron parl molto, raccontando
ci che aveva sofferto, temuto, e la gioia
per il felice epilogo.
- Sei stata per me una sorella, la migliore delle
sorelle, - disse a lady Eleanor, con il suo facile
entusiasmo. - Non dubito che sarai per mia
figlia, una ottima madre, e ho approvato la sua
scelta con piena fiducia. Dove  mio nipote? Ho
fretta di abbracciarlo. -
Dimentic presto la delusione provata per l'assenza
di Riccardo, e il suo buon umore aument
ancora quando giunse al palazzo di Belgrave-
Square. Trascur spesso di guardare la figlia, per
lanciare intorno a s sguardi soddisfatti, e appena
fu solo con lei, disse:
- Tua zia deve essere favolosamente ricca!
- Credo.
- E tutto ci  tuo! C' da far girare la testa.
Chi avrebbe mai detto, cara, che il tuo affetto per
noi fosse cos presto ricompensato. -
Simona dissimul un amaro sogghigno; dunque
suo padre non capiva neppure il suo sacrificio,
anzi, lo considerava una ricompensa!
- E la mamma? Non ti ha detto niente per me? -
domand.
- Tua madre? Dio mio! Mi ha fatto tante raccomandazioni
da non finir pi. Sai come si tormenta
sempre. Voleva venire, ma le terribile scosse
subite l'hanno esaurita completamente. Per fortuna
eri lontana; non immaginerai mai quanto abbiamo
sofferto. -
Il signor d'Avron continuava, ancora sotto l'impressione
dei recenti fatti, ribattendo sempre sulle
stesse idee:
- Fino a questi ultimi tempi ignoravo le sofferenze
che pu dare la mancanza di denaro.  orribile,
sai!... -
Rabbrividiva, conservando in fondo agli occhi
lo smarrimento di coloro che hanno visto l'abisso
da vicino.
- Almeno tu non conoscerai mai queste sofferenze, -
riprese.
- Ne avr altre.
- Ah, la vita non  tutta color di rosa! Tu la
inizi nelle migliori condizioni. Sono stato prudente;
ho preso tutte le informazioni possibili su Riccardo;
carattere e condotta perfetti; senza dire
della sua condizione finanziaria. Quanto al suo
amore per te, la prova migliore  che ti sposa
senza dote.
- Dimentichi soltanto una cosa, - osserv ironicamente
Simona.
Il signor d'Avron ebbe un gesto di impazienza.
Non gli piacevano certe docce fredde sui suoi entusiasmi.
- S, il suo aspetto... Ma se non ci fosse quello,
sarebbe la perfezione, e la perfezione non  di questo
mondo. Dopo tutto, si tratta di un semplice
infortunio che pu accadere a tutti, e che non avr
nessuna conseguenza per i figli.
- Ma per sua moglie?
- Dio mio! Capisco perfettamente che tu abbia
avuto, in principio, qualche esitazione, ma con
il tuo buon senso non vi avrai dato importanza,
dal momento che hai acconsentito anche prima di
ottenere il nostro consenso, cosa che, sia detta tra
noi,  stata abbastanza irregolare. -
Cerc di darsi un'aria severa che non gli si addiceva,
poi, improvvisamente rattristato:
- Purtroppo, poveri figli miei, ho perduto il diritto
di rimproverarvi, e il mio solo desiderio 
che non sentiate troppo il peso della mia imprudenza
! Se, merc tua zia, non ho perso l'onore, non
sono per questo meno rovinato. Questo scandalo mi
ha dato l'ultimo colpo; i creditori si gettano su
di me come cani sul cervo morente. Il castello di
Avron e la nostra casa di Parigi saranno espropriati
e, tre giorni or sono, - abbass la voce -
ci hanno sequestrato i mobili... s, siamo arrivati
a questo punto, per colpa mia!...
- Oh, pap! Caro pap!
- Immagina lo stato in cui ho lasciato tua madre
e i tuoi fratellini! Osmin intanto guadagner
tempo con appigli procedurali, e forse, chi sa... -
Non fin il suo pensiero, ma dopo un istante domand:
- Quando ti sposi? -
Era lui che per primo le rivolgeva la fatale domanda.
Simona riun tutto il suo coraggio.
- Non so... presto... quando vorrai... -
Non disse altro, sdegnosa di lamentarsi, ma irritata
in cuor suo.
- Ne parler con tua zia, - disse il signor
d'Avron.
I due cognati andavano ora d'accordo. Dopo quarantanni
di ostilit, erano giunti di colpo a un
accordo perfetto, data l'affinit subitanea dei loro
interessi.
- Non abbiamo bisogno di conoscerci meglio, -
disse lady Eleanor.
- Tra parenti prossimi!
- Siamo tutti d'accordo?
- Certamente.
- Hai fretta di ritornare in Francia?
- Confesso di s.
-  dunque inutile prolungare uno stato di cose
imbarazzante per tutti.
-  proprio inutile; ma parecchie cose ci faranno
perdere tempo.
- Quali?
- Occorrono permessi, parecchi permessi per un
matrimonio misto tra cugini.
- Sono gi stati chiesti.
- E poi... il corredo...
- Ho ordinato ci che era strettamente necessario.
Per il rimanente, Simona attender che sua
madre sia ristabilita e in grado di occuparsene
personalmente.
- Pensi proprio a tutto! - disse il signor di
Avron, commosso dal modo delicato in cui la cognata
capiva a volo le difficolt del momento e rimediava
a tutto.
Era davvero una ottima donna, un gran cuore,
ed egli si rimproverava amaramente di averla giudicata
male per tanto tempo.
Rimasero a Londra molti giorni, che il signor
d'Avron impieg a visitare i monumenti, e lady
Eleanor a trascinare Simona per i negozi, dalle
sarte e da fornitori di ogni specie.
La ragazza provava solo una grande e nauseante
stanchezza, e si domandava come lady Eleanor si
reggesse ancora in piedi.
- Sei dimagrita e non hai davvero buona cera! -
le fece osservare il signor d'Avron.
- Si riposer a Erlington, - disse lady Eleanor,
con premura.
- Io pure ho fretta di esserci, - riprese il signor
d'Avron. - Partiamo domani, non  vero?
Allora bisogna che vada a visitare la Torre, nel
pomeriggio. -
And a visitare la Torre e ne torn commosso
dal tragico ricordo di Anna Bolena e dei figli di
re Edoardo. Il giorno dopo non pensava pi che al
viaggio. L'aspetto desolato del paese non lo sgoment:
doveva essere ridentissimo in estate... Le
terre che si estendevano a perdita d'occhio intorno
al castello, l'imponente magnificenza di Erlington,
finirono di conquistarlo, e non si rattrist che quando
fu in presenza di Riccardo.
Aveva quasi dimenticato la disgrazia del futuro
genero, a furia di distogliere la mente da quel
pensiero preoccupante, e quella benda nera gli riusc
penosissima e sgradevole.
Per almeno un'ora rest silenzioso, meditabondo,
poi si adatt e fin col considerare Riccardo con
crescente simpatia.
- Un bravo ragazzo, - dichiar nel suo colloquio
serale con Simona, riassumendo le impressioni.
-  proprio uno dei nostri. Ritrovo in lui
l'intelligenza, la distinzione e la dolcezza del mio
povero fratello. Sarebbe anche un bel giovane, ma
 un peccato che abbia quella benda sul viso! -
E avvicinandosi a Simona:
- Dimmi, - le chiese con ansia - che si nasconde
l sotto?
- Non l'ho visto, - replic questa brevemente.
- Non l'hai visto? Davvero?... E... lo sposi?... -
Il signor d'Avron spalanc gli occhi; poi, trovando
una spiegazione soddisfacente:
-  un bel gesto! - disse con convinzione.
- Un atto coraggioso e abile, di cui poche donne sarebbero
capaci. Hai voluto avvezzarti e affezionarti
prima a lui, per poter poi sopportar pi facilmente
ci che forse a prima vista ti avrebbe ricacciata indietro.
Ma io non devo avere le medesime precauzioni,
e voglio vederlo. -
Era quello che Simona aveva atteso e sperato.
Rivedendo Riccardo, aveva sentito rinascere ancor
pi violenta la sua invincibile avversione e aveva
esaurito le sue ultime forze per non lasciar trapelare
nulla, per subire senza repulse apparenti l'accoglienza
affettuosa e allegra del fidanzato.
Le restava ancora una speranza: il signor
d'Avron, che da lontano considerava tutto accettabile,
forse, impressionabile come era, indietreggerebbe
davanti alla vista orribile che l'attendeva.
E poi, a ogni modo, saprebbe almeno dalla sua bocca
la verit, potrebbe soddisfare la curiosit avida
e morbosa che la tormentava senza tregua.
- Lo hai visto? - domand ansiosa Simona al
padre, appena si trov sola con lui il giorno dopo.
- Non ancora. Ho passato la mattina con l'amministratore
a visitare le scuderie. Che meraviglia!
Mi stupisco che tu non ti interessi a queste cose. -
La sera, Simona rinnov la sua domanda, e il
signor d'Avron rispose egualmente:
- Non ancora. Mi hanno accompagnato a vedere
le serre... Non ho mai visto nulla di pi bello! -
Interrogato per la terza volta, dovette confessare:
- La cosa  molto delicata. Il meglio sarebbe
che la proposta venisse direttamente da Riccardo,
e non dubito che non la faccia.  un gentiluomo. -
Riccardo non la fece, e dopo qualche giorno il
signor d'Avron, assai perplesso, dichiar:
- Che vuoi? Il povero ragazzo mi d tante prove
d'affetto, mi tratta come un padre, ti adora.
Non puoi immaginare tutto quello che mi dice di
affettuoso e di commovente. Non ho cuore di fargli
una domanda cos dolorosa; si  tanto suscettibili
in queste cose!
- Ma allora?...
- Certi argomenti vanno lasciati ai genitori. Mi
rivolger a sua madre. Per bisogna aspettare l'occasione
favorevole; tua zia  certamente una ottima
donna, ma non  sempre trattabile. -
Sospir. Lady Eleanor aveva un gran potere su
lui, pi che su ogni altro, sia per la differenza dei
loro caratteri, sia in vista dei servigi resi e da rendere
; Simona constatava, con penosa umiliazione,
la paurosa dipendenza in cui era caduto il padre.
Tuttavia egli arrischi un tentativo; i permessi
erano arrivati, e lady Eleanor desiderava fissare
le nozze entro una quindicina di giorni.
- Mi ha detto che vuol parlarmi a quattr'occhi,
e le accenner anche ci che ci preoccupa, -
disse a Simona, con aria risoluta.
La giovane era passata per tante alternative,
che non aveva pi nemmeno la forza di agitarsi.
Attese senza troppa impazienza il padre, che riapparve
soltanto dopo due o tre ore. Sembrava molto
avvilito.
- Mi hai messo in un bell'impiccio! - esclam
irritato, appena la vide. - Ho avuto una scena
terribile con tua zia; rimproveri, recriminazioni
sgradite, e per di pi meritate. -
Impallidiva al ricordo, e continuava:
- Ecco che cosa fai! S, hai colpa di tutto. Si
 mai visto una ragazza accettare un fidanzato in
simili condizioni? Sbrigatevela tra di voi, adesso!
Non mi hai consultato prima di agire, e io non ho
nulla che vedere con questa faccenda. -
Fece parecchie volte il giro della camera, poi,
un po' irritato, un po' invaso dall'ammirazione,
riprese:
- Tua zia  una donna terribile. Con ragionamenti
brutali mette con le spalle al muro: Se
non avevi preso sufficienti informazioni, mi ha
detto perch tua figlia si  impegnata e perch
hai approvato questo impegno? La tua richiesta,
legittima in principio, sarebbe ora un atto di malafede,
una mancanza di fiducia verso di noi. E poi,
a che servirebbe vedere Riccardo? Al punto in cui
sono le cose, diverr tuo genero comunque sia. Non
puoi pi cambiare nulla. Ti assicuro che ha ragione.
Ci siamo avanzati troppo, per poter retrocedere;
cosa fatta, capo ha! -
A lui che non doveva immolarsi, il sacrificio pareva
sopportabile. Ma scrse sul viso di Simona
qualche cosa che lo turb, perch, raddolcendosi,
fin:
- Infine, piccina mia, non sono stato io che
ho pensato a questo matrimonio, n ti ci ho spinta;
rendimi giustizia almeno in questo!... Insistere ancora
presso tua zia, o tentare un passo presso Riccardo,
significherebbe rompere il matrimonio; Eleanor
me lo ha fatto capire. Non lo rimpiangeresti,
allora? Pensa che, nella nostra presente condizione,
non troveresti pi un partito simile, e forse, purtroppo,
nemmeno un partito qualunque. Per conto
mio far quello che vorrai. Rifletti bene, segui la
tua ispirazione, e soprattutto non ti preoccupare
per noi. Sarebbe ignobile se considerassi altra cosa
che il tuo bene. -
Cercava di dimenticare, in quel momento, la carta
bollata che pioveva sul suo domicilio, la fila degli
uscieri che danzava intorno a lui una fantastica
ridda, i grandi manifesti incollati sui muri che facevano
conoscere al pubblico la sua rovina, la casa
avita che sarebbe presto preda di estranei, mentre
egli sarebbe costretto ad andare alla ventura, e
cercare altrove fortuna, o piuttosto miseria, con la
moglie e i figli. E i denari dati da lady Eleanor,
come farebbe a restituirli?
Simona lo guard a sua volta, e ne intu i pensieri.
- Hai ragione, - disse lentamente. - La zia
ha ragione, tutti hanno ragione. Non domando pi
nulla: bisogna che questo matrimonio si faccia...
e si far.
- Volentieri?
- S, volentieri. -
La parola le bruci le labbra mentre la pronunziava,
ma il suo martirio non doveva creare almeno
la felicit di qualcuno, una felicit completa e assoluta,
senza ombra di rimorso?
Il padre l'abbracci con maggiore tenerezza e,
ripreso immediatamente dal consueto entusiasmo,
disse:
- Vuoi che ti dica quello che penso? Questi inglesi
sono talmente originali! Chi sa che Riccardo
non abbia voluto mettere alla prova il tuo affetto e
che, in fondo, tutte queste precauzioni non siano
che civetterie, per mostrarsi dopo molto meglio di
quello che tu non creda... e forse neppure sfigurato?
Sarebbe, in tal caso, l'ideale, perch come marito
non potresti trovarlo migliore. -
E continu con voce commossa:
- Tua zia mi ha fatto esaminare or ora il contratto:
non si pu essere pi generosi di cos, n
pi disinteressati. Non soltanto Riccardo ti costituisce
una dote enorme, ma... -
Simona lo interruppe:
- Non voglio saper nulla! -
La generosit di Riccardo le era odiosa. I magnifici
regali di cui era prodigo le riuscivano pi
sgraditi che se fossero insulti, e ottenevano da lei
appena uno sguardo e un ringraziamento. Un giorno
egli le consegn una busta con denaro per i poveri,
ma li, che pure amava tanto fare la carit,
non volle nemmeno incaricarsi di distribuire quel
denaro e consegn la busta al padre Arnaud, senza
aprirla.
Anche verso la nuova famiglia, Riccardo si mostrava
molto generoso, non dimenticando nessuno,
mandando a Giorgio e a Maddalena casse di giocattoli
che avrebbero fatto andare in visibilio dei
principi, colmando la signora d'Avron di premure
squisite, e doveva avere dato testimonianze anche
pi solide della sua generosit, perch il signor
d'Avron sembrava completamente sereno.
Riccardo voleva indubbiamente fare apprezzare
alla fidanzata i benefizi che derivavano sotto ogni
rapporto dall'affare conchiuso, ma questi benefizi
apparivano tanto pi umilianti a Simona, in quanto
non poteva provare alcuna gratitudine. Si avvicinava
il momento in cui tutto ci doveva esser
pagato.
Il matrimonio era fissato per i primi di febbraio.
Nel castello regnava molta animazione. Erano stati
riaperti i magnifici appartamenti della parte pi
importante del castello, e si preparava per gli sposi
un appartamento che lasci attonito il signor
d'Avron, per il quale il lusso e la raffinatezza non
avevano misteri. Simona fu riconoscente a lady
Eleanor di avergliene proibito l'accesso, con il pretesto
di farle una sorpresa, il solo pensiero di quel
luogo e della vita che vi condurrebbe, l'angosciava
profondamente.
Era riassalita da quel cupo sbigottimento, da
quella specie di incubo che provava da sveglia e
che si era impadronito di lei gi nei primi giorni
del fidanzamento; si accasciava sempre di pi, vivendo
in quegli ultimi giorni nell'incoscienza apatica
del condannato a morte.
Lei, prima cos attiva ed esuberante, rimaneva
per ore distesa su un divano o sprofondata in una
poltrona, ascoltando il tic tac dell'orologio, contando
a uno a uno i minuti che l'avvicinavano al
termine fatale. Qualche volta quel rumore era insopportabile
e allora scappava in giardino o, pi
spesso, dato il cattivo tempo, si rifugiava nelle
serre.
Un giorno, nella settimana avanti il matrimonio,
si era rannicchiata sotto un gruppo di palme,
 spiava un furtivo raggio di sole che attraversava
le vetrate, osservando macchinalmente le forme
strane di una collezione di piante grasse collocate
a una certa distanza quando, con sua grande sorpresa,
vide giungere Riccardo.
Questi non era mai uscito dal castello fino a quel
giorno, e non aveva mai neppure tentato di trovarsi
solo con lei. Che significava questa novit.
- Mi permetti di sederti vicino? - domand,
con quella rispettosa cortesia che usava sempre con
la fidanzata.
Simona annu.
Le sedette accanto, sul sedile rustico.
- Mi premeva di parlare con te, - disse.
- Molte cose mi preoccupano, specialmente per quello
che ti riguarda.
- Me?
- S, sei ammalata, cuginetta cara! -
Non aveva ancora potuto abituarsi a chiamarlo
Riccardo e a lasciarsi chiamare Simona, parlando
usavano appellativi giustificati dalla loro parentela.
- Non sono ammalata, - rispose con leggera
impazienza. - Non ti preoccupare per me.
- Quando ti vedo abbattuta, sofferente... o triste,
- riprese Riccardo, - sono assalito da delle
idee. Perch non mi dimostri un po' pi di fiducia
e di amicizia? Eppure siamo tanto vicini al momento
in cui non avremo pi segreti l'uno per
l'altra! Perch non dirmi ci che sarei felice di
udire? -
Pretendeva forse una dichiarazione d'amore? Simona
arross di collera e distolse il capo.
- Perdonami, - riprese lui senza turbarsi,
- se ho sperato troppo. Dandomi la tua parola, mi
hai dato la migliore e la sola prova di affetto che
potevo sperare; ma vorrei che si parlasse francamente,
senza sottintesi. Ricordi quello che mia madre
ti disse di me la prima volta, e ci che le rispondesti?
- Lo ricordo. -
Simona rabbrivid di nuovo, come il giorno in
cui le avevano proposto di sposare Riccardo.
- E ricorderai anche, - continu lui, sempre
pi esitante - il momento in cui la mamma ti condusse
l dove mi vedesti...
- S. -
Le aveva preso una mano e lei gliela abbandonava,
costretta dalla situazione, ma provando tuttavia
la stessa impressione di disgusto del primo
giorno in cui le loro dita si erano sfiorate.
- Nulla, dunque,  cambiato nei tuoi sentimenti?
- Nulla. -
Quella risposta franca e spontanea non poteva
lasciare in lui alcun dubbio, e Simona sper per
un attimo in un suo rimorso tardivo, in una sua
misericordia suprema.
Lui, invece, si mostr soltanto pensieroso per un
momento, contemplandola con una ombra di tristezza
negli occhi; poi disse, come parlando a se
stesso:
- Non c' da meravigliarsi che tante emozioni,
tante scosse successive, abbiano lasciato la loro
traccia. Povera cara, toccher a me farti dimenticare
il passato. -
Le stringeva la mano con maggior forza, le si
avvicinava con l'ardente desiderio di dire di pi,
di pronunziare altre parole, di mostrare maggiore
tenerezza. Ma non os.
Simona si scostava da lui irritata, con le labbra
strette. Egli si prendeva per giunta giuoco di
lei? A che scopo lasciarsi sfuggire ci che era sul
punto di confessare, venir meno alla parola data,
piegare il proprio orgoglio a suppliche inutili?
-  questo che volevi dirmi? - domand, facendo
l'atto di alzarsi.
- No, no. Ho perfino dimenticato il motivo per
cui ero venuto. Dimentico tutto vicino a te! Si
tratta di una cosa di cui non ho osato parlare
davanti a mia madre, ma che ha la sua importanza.
Occorre innanzi tutto che ti ricordi un incidente
che forse hai dimenticato tra tanti avvenimenti importanti.
Una certa domenica, l'ultimo giorno dell'anno,
giorno che non dimenticher mai nella mia
vita, e che neppure tu avrai dimenticato... -
No, non l'aveva dimenticato! Se ne ricordava
confusamente, come i dannati dell'oltretomba devono
ricordare le vicende della terra. Quell'ultimo
giorno dell'anno era stato il suo ultimo giorno di
felicit, poi era sopraggiunta una eternit di tormenti.
- Di ritorno dalla cappella, - prosegu Riccardo
- assistesti a una scenata penosa... -
Tante scene penose si erano susseguite, che non
sapeva pi a quale egli alludesse.
- Un tale si present davanti a mia madre e
fu mal ricevuto. Forse non sai di chi intendo parlare.
- Era tuo cugino, Tommaso Erlington. -
Simona ricord a un tratto con chiarezza e, senza
sapere perch, si rianim, attenta, e presa dal
desiderio di sapere.
Riccardo continu:
- Temo che attraverso mia madre tu abbia
avuto una cattiva impressione di Tommaso, impressione
che vorrei modificare. Tommaso  il mio
pi prossimo parente, il mio migliore amico, un
gentiluomo e veramente un bravo giovane. Posso
rispondere di lui come di me stesso. Ha circa la
mia et, siamo stati, per cos dire, educati insieme,
e la piccola propriet dove abita confina con i nostri
possessi. Ci vedevamo tutti i giorni e vivevamo
come fratelli, quando avvenne la malaugurata disgrazia
che doveva sconvolgere la mia vita. -
Riccardo aveva sempre fatto allusioni rare e indirette
a quella disgrazia, allusioni che lady Eleanor
si era sempre affrettata a troncare. Anche
questa volta non si dilung, e riprese:
- Come puoi immaginare, mia madre ne fu disperata.;
ma ci che ti stupir,  che da quel giorno
cominci a odiare il povero Tom, sia che nel
suo accecamento lo rendesse responsabile della
sventura, sia che nella sua gelosia materna non
potesse perdonargli di essere pi favorito dalla sorte
del proprio figlio. Nonostante tutti i miei sforzi,
non sono mai riuscito a vincere queste sue prevenzioni.
Ha impedito a Tommaso di venire da noi,
e da due anni lo vedo di nascosto, a lunghi intervalli.
Il suo ultimo tentativo di riconciliazione 
valso solo a rendere cos assolute le proibizioni di
mia madre, che non oso pi trasgredirle. Tuttavia
non posso separarmi dal compagno devoto e fedele
della mia giovinezza; ha alleviato le mie ore di dolore,
e deve partecipare al momento pi felice della
mia vita. Credo che mia madre ti ascolti e ti
voglia bene pi che a me; vuoi aiutarmi a strapparle
il perdono di Tommaso? Sono cos affezionato
alla tua famiglia, che ti chiedo di voler un po'
di bene alla mia! -
Riccardo faceva appello a obblighi logicamente
contratti; Simona non volle sottrarsi ad alcuno di
questi.
- Far quanto desideri, - rispose - ma non
aver troppa fiducia nel mio potere. -
Riccardo non approfond il doppio senso della
risposta. Si era alzato, inquieto, sentendo rumore
all'ingresso della serra, poi subito esclam rassicurato:
- Ecco la mamma che viene! -
Lady Eleanor veniva avanti in fretta, e quando
li scrse, disse:
- Eravate qui soli? - e interrogava i giovani
con sguardo irritato.
- Non possiamo stare insieme, - si scus Riccardo,
- quando siamo tanto vicini al giorno in
cui non ci lasceremo pi? -
Questa risposta valse a calmare immediatamente
lady Eleanor. Venne a sedersi accanto a Simona, e
quel riposo non era superfluo, perch grosse gocce
di sudore le imperlavano la fronte, e il petto le si
sollevava con un ansimare faticoso e ineguale.
- Si potrebbe sapere l'argomento del vostro discorso? -
domand, ripigliando fiato.
- Temo che non ti piacer, - disse Riccardo.
Un'altra mancanza di respiro tolse la parola a
lady Eleanor, che riprese, con voce interrotta:
- Sentiamo...
- Si tratta... si tratta... di quel povero Tommaso. -
Il nome aborrito non suscit lo scatto preveduto,
ma quasi avesse temuto qualcosa di peggio, ella
disse con un certo sollievo:
- Di nuovo?... Non ti stancherai mai di annoiarmi
con le tue intercessioni?
- Non sono pi solo, mamma, siamo in due a
pregarti. -
Per la prima volta appariva un po' di intimit
tra i due fidanzati, uniti in uno stesso pensiero, e
Riccardo, enumerando le ragioni in difesa di Tommaso,
soggiunse:
- Insomma, mamma, bisogna perdonargli, perch
io sono felice! -
Lady Eleanor non ebbe il coraggio di adirarsi,
e volgendosi a Simona:
- Desideri anche tu che Tommaso assista al matrimonio?
Dal momento che la presenza di Tommaso riusciva
sgradita a lady Eleanor, Simona cominci a
desiderarla.
- Non vedo alcuna ragione per escluderlo, -
disse con una certa animazione.
Lady Eleanor replic ironicamente:
- Oh, le apparenze sono e saranno sempre in
favore di Tommaso, poich  molto abile, e quindi
pi pericoloso! Non ho alcuna prova materiale contro
di lui, ma il mio istinto non mi inganna, e non
posso dimenticare che il pi prossimo parente di
Riccardo  anche, e prima di tutto, il suo erede.
- Non  colpa sua, - esclam Riccardo, - se
cos stabilisce la legge. -
Lady Eleanor disse lentamente:
- Colui del quale ostacoliamo la fortuna,  sempre
nostro nemico. Non dimenticare questo avvertimento
quando non ci sar pi, perch finch vivo
sapr vegliare. Non voglio per oppormi al primo
desiderio che Simona mi esprime; il giorno del vostro
matrimonio, ma soltanto quel giorno, ricever
Tommaso.  tutto quello che posso fare. Dio voglia
che non sia anche troppo!... Venite, rientriamo
in casa. -
Volse loro le spalle e la seguirono docilmente.
Il sole aveva ora superato le nuvole, un povero
sole grigio, pallido, incerto, e i fiori, memori dei
radiosi soli dei paesi lontani, si schiudevano a
quella vista, bevendo con delizia quella goccia di
calore, di luce, di gaiezza.
Riccardo diceva a bassa voce a Simona:
- Quanto ti sono riconoscente! -
Sorrideva, e il sorriso luminoso, che scopriva due
file di denti magnifici, ricordava sempre pi quello
di Maddalena. Gli occhi del giovane brillavano,
umidi per l'emozione. Simona non volle accorgersene.
Pi tardi, molto pi tardi, doveva ripensare
a quel momento, a quel breve momento in cui l'aveva
reso felice.
 
Capitolo 8.

-  stasera!  stasera! -
Perch tutti glielo ricordavano cos allegramente?
Perch ora quelle sillabe si ripercotevano monotone
e senza posa, nella sua povera testa confusa,
come il battaglio di una campana?
-  stasera! -
La casa si riempie di insolito movimento; occorre
un grande avvenimento per animarla a tal punto.
Simona pensa quale avvenimento pu accadere in
un luogo simile, vaneggia che certo  morto qualcuno
e che stasera avranno luogo i funerali.
 gi tardi. Nel pomeriggio sono arrivati alcuni
signori vestiti di nero, con quell'aspetto austero
proprio dei legali e degl'impiegati delle pompe
funebri.
Il signor d'Avron ha chiamato Simona.
- Vieni! Spicciati! La persona pi importante
non pu farsi attendere. -
Nelle circostanze presenti, la persona pi importante
 quella che deve essere seppellita e Simona
ricorda che purtroppo  lei la protagonista.
Quei signori le hanno letto in inglese uno scritto
molto lungo, certamente le preghiere dei defunti,
poi le hanno fatto mettere la firma in fondo a un
foglio che pare sia il contratto, e qualcuno  entrato
nel momento in cui quei signori vestiti di
nero sono andati via.
Questa volta non  uno sconosciuto:  Tommaso
Erlington. Mentre gli altri assumono un aspetto
ilare, non adatto al caso, lui ha invece un viso
molto triste. Si  seduto vicino a Simona, e questa
pensa che forse dovranno seppellire anche lui.
Poi appare qualcosa di nuovo: un abito nero...
deve essere il sacerdote che viene a dare l'assoluzione.
Simona riconosce padre Arnaud, che ha indossato
una tonaca nuova e messo scarpe con fibbie
per pranzare al castello. La cerimonia nella cappella
comincer un poco prima di mezzanotte, le
annunzia.
Lady Eleanor accoglie benissimo padre Arnaud
ma, nonostante gli sforzi di Riccardo, si mostra
molto arcigna con Tommaso. Il signor d'Avron,
in cambio, gli fa una ottima accoglienza e lo presenta
alla figlia.
A che serve quella presentazione? Non  Tommaso
la prima persona che Simona ha conosciuto
a Erlington?
Sembra che anche lui lo ricordi. Forse per questo
osserva la ragazza con evidente simpatia.
Egli  l, vicino a lei, vicino a Riccardo, e Simona
non  mai stata cos colpita dalla somiglianza,
e in pari tempo dalla differenza che esiste tra
loro. La statura, il portamento, la voce, sono uguali
in entrambi. Si direbbe che siano stati fatti con
lo stesso stampo; solamente uno  un uomo, l'altro
un mostro. Come mai nessuno se ne  accorto?
Ha forse espresso i pensieri ad alta voce, o vi
sono persone che leggono nel pensiero?
Qualcuno si  curvato su di lei, e le ha sussurrato,
con un filo di voce:
- Non  possibile che l'amiate! Non fate la vostra
rovina. Siete ancora in tempo! -
Simona si guarda intorno e vede in un angolo il
signor d'Avron che parla confidenzialmente con
Riccardo; padre Arnaud  accanto a lady Eleanor.
Tommaso solo le  vicino, e bench abbia ripreso
il suo aspetto indifferente e innocuo,  dunque stato
lui a parlarle.
Lui, un estraneo, ha intuito in un attimo ci
che la madre di Simona da lontano non Ha presentito,
ci che suo padre da vicino non ha voluto
vedere. Lui, lui solo la compiange, ha il coraggio
di darle un consiglio.
E le parole che hanno cos bene interpretato i
sentimenti pi nascosti di Simona, che le hanno
rivelato ci che lei stessa non osava dirsi, sono valse
a scuotere la giovane dal letargo in cui era immersa
da tanti giorni. Ecco, ora si sveglia, sa, vede;
tra poche ore sar la moglie di Riccardo!
No, non  possibile.
Si alza in piedi, vuol rispondere a Tommaso,
chiamarlo in suo aiuto, fare ci che le consiglia,
gridare l, davanti a tutti, che soffre, che non pu,
che rifiuta. Ma le sue labbra si agitano senza lasciar
sfuggire un suono. Lady Eleanor si  voltata,
fissandola. Riccardo  gi vicino a lei; il signor
d'Avron e il curato si sono avvicinati alla loro
volta. Allora si rende conto che Tommaso si  sbagliato
almeno su un punto: non c' pi tempo
per tornare indietro.
- Dove vai, figliuola? - domanda lady Eleanor.
Per sfuggire alla tentazione che l'assale, per riflettere
almeno, prima di abbandonarvisi, vuole restare
sola, ma temendo di essere trattenuta, sorride,
rispondendo che ha ancora qualche cosetta da
preparare.
- Vanit femminile! - esclama il signor
d'Avron, allegramente.
E padre Arnaud aggiunge che il raccoglimento
e la preghiera sono pi necessari che mai, quando
si sta per compiere il pi grande atto della
vita.
Sono tutti pazzi o si burlano di lei?
Ora  nella sua camera, con le porte chiuse; sul
letto  posata una cosa bianca, morbida, vaporosa:
il vestito e il velo da sposa. Ma non ha che un desiderio:
prenderli, strapparli, farli in pezzi, metterli
sotto i piedi. Non pensa a pregare. Ha domandato
tante volte a Dio di aiutarla! Ora si sente
troppo cattiva per essere esaudita, non vuol pi
bene a nessuno, perch nessuno le vuol bene, nessuno
condivide il suo strazio.
Gi continuano a parlare, a muoversi, si suona,
anche.  giorno di nozze, giorno di festa; Simona
sola poteva dimenticarlo.
All'improvviso  assalita da una idea, una idea
che la fa ridere per un momento, di un riso sarcastico.
Se quella sera, dopo essersi divertiti e dopo
avere scambiato molti auguri, quando vengono
a prendere la sposa non la trovassero pi? Se invece
di affrontare la lotta, di esporsi ai ragionamenti
che la convincerebbero, ai rimproveri e alle
preghiere che la scrollerebbero, fuggisse?
Simona apre la finestra. Il tempo  orribile. Nella
notte gi profonda si ode il sibilo del vento che
infuria e lo scroscio della pioggia. Come nasconderebbero
bene la fuggitiva quelle tenebre, e come
quel rumore renderebbe silenziosi i suoi passi!...
E che gioia proverebbe nel respirare quell'aria gelida,
nel calpestare il fango umido, nel trovarsi
sola, libera nella tempesta, non avendo pi che
l'ira degli elementi da sfidare! Dove andr? Simona
non se ne preoccupa: camminer sempre a
diritto, davanti a s, finch non sar lontana, molto
lontana...
Poi, se in quella notte invernale il freddo l'assalisse
in un bosco isolato, se nella profonda oscurit
cadesse nel fiume, non proverebbe forse una
gran calma, una grande dolcezza nel distendersi a
terra, nell'affondare nell'acqua e addormentarvisi
per sempre, piuttosto che seguire Riccardo e vivere
accanto a lui?
Vengono ad avvertirla che il pranzo  pronto;
risponde che non ha fame, che scender pi tardi,
e quelli non insistono, avvezzi ai suoi capricci.
 il momento decisivo, se vuole porre in esecuzione
il suo progetto. Mentre i padroni sono a
tavola e i camerieri servono, le sar facile giungere
a una delle uscite del castello; forse, data
la circostanza, avranno lasciato aperti i cancelli.
Ma cosa dunque la tiene ancora indecisa, spaventata?
Di che teme, dal momento che le sembrava
dolce desiderare la morte?
C' in lei qualcosa di pi forte di se stessa, che
domina le aspirazioni del corpo e della mente, che
la frena, come il morso frena il cavallo impennato.
Mai un d'Avron  venuto meno alla parola data,
mai il nome di una donna della loro famiglia 
stato sfiorato dal sospetto di uno scandalo. Il passato
si imponeva a Simona. Fuggendo, non avrebbe
tradito solamente Riccardo, lady Eleanor, i suoi
genitori, ma che tutti coloro dai quali discendeva.
Vi sono due tirannie dalle quali non  possibile
liberarsi: la propria coscienza e l'opinione pubblica.
Simona non os sfidarle. Come cento anni
prima l'ava eroica aveva atteso l'ora del supplizio
in una prigione del Terrore, cos, con il coraggio
dell'estrema disperazione, la pronipote attese.
L'attesa non fu lunga.
Il tic tac dell'orologio andava pi che mai in
fretta e gl'istanti supremi e preziosi precipitavano.
Non glieli lasciarono neppure gustare in pace. Avevano
gi invaso la camera.
-  ora di vestirsi! -
Tutte le donne di Erlington accorrevano al seguito
di lady Eleanor, curiose, affaccendate, desiderose
ognuna di partecipare, secondo il proprio
grado, a quella grande faccenda che  la vestizione
della sposa.
La signora Griffith, la direttrice della casa, frugava
con aria d'importanza nei grandi armadi spalancati.
La signorina Anna, prima cameriera, faceva
scaldare i ferri per sistemare i capelli. Altre
cameriere brandivano forbici, spilli, aghi infilati.
C'era un rumore confuso di voci, di parole incomprensibili,
un turbinio, in mezzo al quale Simona
si sentiva stordita.
Finalmente, la signorina Anna cess di accomodarle
e tirarle i capelli, la signora Griffith e tutte
le altre di tirarla a destra e a sinistra. L'opera era
compiuta. Si allontanavano per giudicare l'effetto
e Simona, come un automa, volle vedersi e si volt
verso lo specchio.
Ma la signora Griffith si oppose con vivacit,
spiegando in un francese poco corretto che una
sposa non si deve mai guardare allo specchio, perch
porta disgrazia.
Simona alz le spalle. La sua disgrazia non poteva
essere maggiore e, passando davanti alla signora
Griffith, si specchi, stupita, adirata nel vedersi
un bellissimo incarnato, i lineamenti animati,
molto imbellita dall'ardore della febbre che la
divorava.
- Sei incantevole! - le disse il padre, venendole
incontro.
In Inghilterra i matrimoni non hanno la stessa
solennit che in Francia e, date le condizioni di
Riccardo, si era evitato tutto ci che potesse sembrare
festa o esibizione.
Oltre Tommaso Erlington, Simona trov nel salotto
solamente tre gentiluomini che dovevano fare
da testimoni per la cerimonia civile e per quella
religiosa, sempre celebrate nello stesso tempo. La
cerimonia notturna, l'assenza di parenti, la sensazione
di esilio e di tristezza, facevano ancor pi
capire a Simona che il suo matrimonio era diverso
dagli altri e appariva come un atto lugubre, vergognoso,
inconfessabile, che si cercava di compiere
di nascosto.
I tre gentiluomini, rudi cacciatori del Yorkshire,
squadravano la graziosa sposina e lei ne soffriva.
Poi Riccardo fece il suo ingresso e l'attenzione si
riport su di lui, ma questo la fece soffrire ancor
pi, poich non conosceva ancora l'umiliazione di
arrossire di lui in pubblico. Egli provava certo un
eguale imbarazzo, perch domand in fretta se padre
Arnaud era pronto e se si cominciava presto.
Lady Eleanor seguiva il figlio; aveva lasciato gli
abiti neri che indossava sempre, e ostentava un
lusso un poco ridicolo, con il pesante abito di damasco
grigio, lungo fino ai piedi.
Per la prima volta, forse, dalla morte del marito
e dei figli, sembrava felice; il suo viso era luminosamente
sereno. Vedendola accanto al signor
d'Avron, si sarebbe creduto che tutto l'onore e il
piacere di quel giorno fossero riserbati a loro.
Fu subito dato il segnale della partenza.
Il signor d'Avron dtte il braccio alla figlia, e
Riccardo alla madre; gli altri seguivano, e tutti
si avviarono per gli interminabili corridoi e scale
del castello. I servitori allineati sul loro passaggio,
ripetevano:
- Felicit! felicit! -
Simona lasciava che il padre rispondesse a quell'augurio.
Immaginava il sogghigno corretto dei
tre gentiluomini, e soffriva per la ferita fatta al
suo amor proprio, quasi quanto per la costrizione
fatta al suo cuore.
Intanto la tempesta raddoppiava i suoi lugubri
lamenti. Quando si dov fare qualche passo fuori,
sotto una tettoia a vetri, per arrivare all'ingresso
esterno della cappella, la forza del vento spezz un
vetro, e qualcuno mormor:
- Cattivo presagio! -
Ma gi entravano nella cappella illuminata e
ornata.
Un piccolo organo, posto dietro l'altare, attacc
la Marcia Nuziale di Mendelssohn, e appena gli
sposi furono inginocchiati davanti alla balaustra
del coro, padre Arnaud si avvicin.
Bened gli anelli, lentamente, poi cominci il suo
discorso. L'aveva scritto, ricopiato, ripetuto tante
volte, che non temeva pi di sbagliarsi, e lo declamava
con sicurezza, facendone risaltare gli effetti.
Simona l'ascolt, prima stupita, mentre con
commosso lirismo parlava di amore e di felicit
santificati dalla fede.
Non si rivolgeva certo a lei e cess di ascoltarlo,
presa da quell'assurda distrazione che ci assale
quando la mente, per una tensione troppo forte,
non pu pi concentrarsi. Si preoccupava di un
chiodo dorato che mancava al suo inginocchiatoio,
poi, pensando a Riccardo, si ripeteva come in sogno:
Che cosa pu nascondere quella benda? e
l'osservava, come il primo giorno, con una curiosit
inquieta, dubitando ancora della realt degli
avvenimenti.
Padre Arnaud tacque, e la fine del mormorio
che la cullava richiam l'attenzione di Simona.
Poi il sacerdote riprese a parlare, solo per rivolgere
una brevissima domanda. La giovane rialz il
capo, vide i quattro testimoni che si erano avvicinati,
due dalla sua parte e due dalla parte di Riccardo,
e comprese ci che padre Arnaud le aveva
domandato.
I suoi occhi incontrarono per caso in quel momento
quelli di Tommaso Erlington. Lo sguardo
del giovane la esortava di nuovo, ma il suo ripet
la risposta gi mentalmente detta: Troppo tardi
!, mentre le labbra pronunziavano macchinalmente
il s sacramentale.
Finalmente la lasciarono in pace. I testimoni si
allontanarono, il prete sal all'altare e celebr la
Messa. Poi ognuno lasci il proprio posto per firmare
nei registri dello Stato Civile, e si usc dalla
cappella come si era entrati, tolto che ora Riccardo
dava il braccio a Simona. La condurrebbe
ormai dove voleva... sempre!...
Per un momento cred di non poter camminare;
le tremava la terra sotto i piedi e Riccardo, chinandosi
verso di lei, le domand con premura che
cosa aveva.
- Nulla, proprio nulla! -
Si sentiva rianimata da un improvviso eccitamento
e non voleva mostrarsi sgomenta davanti a
quegli estranei, davanti a lui. Sorrise alla signora
Griffith e alla signorina Anna che, secondo l'uso,
facevano piovere sugli sposi, dall'alto della scala,
manciate di riso e di frumento.
Quando furono seduti a tavola, dove era imbandita
una cena magnifica, abbagli i gentiluomini
con la grazia dei suoi modi e con l'abilit nel tagliare
la torta nuziale, un monumento di zucchero
dagli strani ornamenti.
Tommaso Erlington solo rimase freddo; la sua
benevolenza di poco prima era svanita, e si sentiva
ora un po' imbronciata con lui.
La cena proced rapida. Sembrava che tutti avessero
desiderio di far presto tolti i tre gentiluomini,
ai quali interessava soltanto quest'ultima parte
della cerimonia. Furono lasciati con Tommaso davanti
ai bicchieri colmi, mentre lady Eleanor, facendo
un cenno al signor d'Avron, usciva, conducendo
con s gli sposi.
- Figli miei,  tardi, - disse. - Vi accompagneremo
nel vostro appartamento. -
Appena il signor d'Avron si fu liberato dai tre
gentiluomini che gli davano soggezione con la rigidezza
di fantocci e l'incomprensibile linguaggio,
dtte libero sfogo alla sua espansivit: parl
della moglie assente, del suo rimpianto, della sua
felicit, della sua inquietudine, della sua fiducia,
asciugando una lacrima, soffocando un sorriso; poi,
passando con allegra puerilit a un altro argomento:
- Vedrai finalmente il tuo appartamento, -
disse a Simona. -  ancora pi bello di quello
che credi. -
Trascinavano Simona verso una parte del castello
che non coiiosceva, e il padre la conduceva
come in trionfo, mostrandole il salotto, la camera
di Riccardo, e finalmente la sua.
Simona vide, in una vaga confusione, colori chiari,
stoffe di seta, dorature, fiori, candelabri accesi.
Lady Eleanor l'abbracci e suo padre la strinse
al cuore, dicendole:
- Figlia mia amatissima, che Dio ti benedica
come io ti benedico! -
Simona volle trattenerlo, e lo chiam:
- Pap, non mi lasciare!... -
Ma se ne era andato. Era sola con Riccardo,
suo marito...
Volse uno sguardo smarrito alla bella camera
tappezzata di raso Pompadour, poi indietreggi sino
in fondo e cadde su un piccolo divano, in un
angolo. Rimase un momento con il viso nascosto
tra le mani, e le scost, sentendo che qualcosa la
sfiorava. Riccardo era in ginocchio davanti a lei.
- Amor mio, - le mormor - mia adorata,
sposa mia!... -
Sembrava aver trasfuso in quelle parole tutta
la tenerezza e la dolcezza del suo cuore.
- Sposa mia, mia!... - ripet con trasporto.
Simona non aveva mai capito e temuto, come
in quel momento, il senso di quelle parole, e l'ardore
degli occhi che la divoravano, dei terribili
occhi di quel viso invisibile, le faceva male e la
impressionava.
- Ti prego, - disse debolmente - non rimanere
in quella posizione, alzati... -
Egli obbed, sed vicino a lei e, scosso all'improvviso
da una emozione violenta:
- Ah, Simona, - esclam - perdonami; dovrei
essere felice, e invece soffro tanto! -
La sua voce era cos alterata che si distinguevano
appena le parole.
- Credevo di poter dimenticare, - continu -
e non posso. Pensa al mio dolore, al mio immenso
rimpianto. Sento ora tutto ci che ho perduto, capisco
lo sciagurato che sono! Se quell'infortunio
non mi avesse colpito, se fossi ora quello che sono
stato... -
Si interruppe e, slanciandosi verso di lei, l'attir
a s con gesto disperato.
- Te ne supplico, toglimi questa idea che mi
terrorizza e mi ossessiona... guarda come ti adoro!...
Dimmi che mi amerai, non per devozione o
per piet, ma con vero amore! Sono pazzo, vedi,
ma  quello che voglio, e senza il tuo amore morirei. -
E siccome lei taceva, tentando di sfuggirgli:
- Ho rispettato tutte le tue delicatezze, - disse
- ti ho obbedita finch hai voluto, e sar sempre
una gioia per me obbedirti, ma ora non puoi
pi pretendere da me quel ritegno, quel silenzio,
che mi soffocano. Pensa che sono tuo marito, che
ti appartengo con tutte le fibre del mio cuore e
dell'anima mia, e non farmi soffrire, quando la mia
felicit dipende da una tua parola, da un tuo bacio.
Parlami, amor mio! Non sento che te, non
vedo che te al mondo! -
La stringeva sempre pi e, preso da un impeto
irresistibile, la baci sulla guancia.
Simona si alz di colpo con un grido, con il viso
in fiamme. Ora aveva la forza di respingerlo.
- No! Non voglio, ti proibisco! -
A quel contatto, la repulsione che le inspirava
si era risvegliata pi forte che mai, pi forte ancora
del primo giorno, arrivando a tale intensit,
da non poter essere pi vinta o dissimulata.
La donna cristiana, la gran dama, la creatura
formata dall'educazione e dalle leggi civili, spariva
in lei; non c'era pi che la donna istintiva,
la donna che non ama, che si ribella e si difende.
Riccardo si era alzato a sua volta. L'aveva presa
per le spalle e, forzandola a guardarlo negli
occhi:
- Ah, - esclam, - avevo ragione di temere,
di dubitare! Ti sei sbagliata, e te ne accorgi ora.
Non mi ami!... -
Un singhiozzo gli sollev il petto, scuotendo il
suo corpo robusto, ma nonostante l'emozione riusciva
a conservare il dominio di se stesso, nonch
quella dolcezza che aveva esasperato tante volte
Simona, e invece di rimproverarla, la compiangeva
e la consolava:
- Povero angiolo mio, - diceva - la generosit
del tuo animo ti ha fatto credere che la devozione,
la piet, potessero non aver limiti e bastare
a tutto. Ora capisci che non  vero e ti penti di
quello che hai fatto... Avrei dovuto prevederlo,
aspettarmelo. Sono molto infelice, ma non sono
in collera. Non temere. Dovrei essere l'ultimo degli
uomini per non averti tutto il rispetto, tutte
le cure. A forza di tenerezza, di pazienza e di bont,
finir col riuscirti gradito e farmi amare. Lasciami
solo la speranza, non ti domando altro. Abbi
fiducia in me, e ti giuro che mi sottometter a
tutto quello che vorrai, ma dimmi che cosa vuoi.
- Vorrei essere morta!... - rispose Simona,
scoppiando in dirotto pianto.
Avveniva la reazione; i suoi nervi troppo tesi
riprendevano il sopravvento, e non trovando altro
desiderio da esprimere, ripeteva con passione:
- Dio mio! Dio mio, potessi morire! -
Riccardo la fiss un momento, costernato. Poi,
lentamente, con voce debole, spenta, interrotta:
- Allora non provi solo indifferenza per me, ma
anche orrore? Rispondi, Simona! Che cosa devo
pensare, che cosa devo credere?
- Quello che vorrai! - esclam lei, al colmo
dell'eccitazione. - Non posso nascondere, non posso
pi dissimulare!... Ho mentito abbastanza, per
oggi! -
Era presa da un imperioso bisogno di verit, da
un folle desiderio di parlare, gridare, svelare il
suo pensiero nascosto, soffocando ragione, prudenza,
sentimento del dovere, istinto del pericolo.
- Del resto, - riprese, - qualunque cosa facessi,
non mi crederesti pi. Neppure per un istante
potresti supporre che ti amo, che potr mai
amarti. Sai bene che  impossibile.
- S, - disse lui, affranto. - Ora, solo ora, so,
vedo... La mia sciagura  tale che nulla pu attenuarla
agli occhi di una donna, di mia moglie!
Perch non averlo detto subito? -
E animandosi:
- S, a quale scopo ti sei presa giuoco di me fino
a oggi, fino a questo momento? Perch hai fatto
questo passo irrevocabile? Non ti comprendo pi,
non ti riconosco pi. Sei diventata pazza, o per
quale altra ragione mi hai ingannato? -
La sua calma era svanita, la collera lo soffocava;
aveva posato le dita su delle asticciole dorate
che formavano lo schienale di una seggiola,
e l'aveva fatte in pezzi.
Simona provava un piacere misto a orgoglio,
pensando che avrebbe potuto spezzare anche lei, e
che tuttavia lo sfidava, lo spingeva agli estremi.
- Di che cosa ti lagni? - disse con un riso
sprezzante. - Hai voluto la mia vita, l'hai comprata,
l'hai presa e, se il contratto  vergognoso,
la colpa  tua, non mia.
- Io, - rispose lui disperato, - non mi posso
accusare che di averti troppo amata, di aver avuto
troppa fiducia in te. Sono stato accecato dall'amore,
mentre tu, via, confessalo, sei stata spinta solo
dall'interesse.
- Mi hai forse lasciato la possibilit di agire
diversamente? - rispose Simona, scattando sotto
il rimprovero. -  colpa mia se ho dovuto scegliere
tra l'infelicit dei miei cari e il mio avvilimento,
se hai approfittato delle mie sofferenze,
delle mie angosce, del mio abbandono?
- Non cercare scuse, - interruppe lui, con le
labbra che gli tremavano - non le troverai. Non
avevi il diritto di usare mezzi infami, neppure per
arricchire la tua famiglia. Ero gi stato, sarei sempre
stato per voi un parente e un amico devoto.
Perch hai accettato che divenissi per voi qualche
altra cosa? -
La sfrontata audacia di questa difesa fece perdere
la testa a Simona che, asciugando le lacrime,
con lo sguardo duro, arido, cattivo, esclam:
-  forse libero consenso quello che viene estorto
con il coltello alla gola? Si pu dire che una
donna scelga il marito, quando le si pone il dilemma:
O tuo padre andr in prigione, o tu sposerai
quell'uomo, senza amarlo, senza stimarlo,
senza neppure conoscerlo? Perch, insomma, non
ti conosco nemmeno, non ti ho mai visto!
- Non mi hai mai visto? -
La collera di Riccardo era gi passata. In questa
esclamazione non c'era pi che una immensa infinita
angoscia, e Simona, anche lei scossa, si fermava,
intuendo un mutamento, un improvviso cambiamento
di rotta nel dramma della sua vita.
- O mi inganni ancora in modo odioso, - riprese
alla fine Riccardo, - o un'altra mi ha ingannato,
s, ingannato in tutto! In ambedue i casi
sono egualmente disperato; ma occorre chiarire
questo dubbio. Sono tuo marito, e ti ordino di rispondermi.
 vero quanto mi hai detto or ora? -
Lei ripet:
- Non ti ho mai visto. -
Allora egli venne a mettersi di fronte a lei. Una
lampada illuminava la giovane donna accasciata
sul divano, tutta bianca nel suo vestito di sposa.
Riccardo la fiss un momento, come si guarda una
visione che sta per dileguarsi, e riprendendo il tono
in cui le aveva parlato al principio del colloquio,
disse:
- Preferisco credere l'impossibile, piuttosto che
dubitare di te. Se non sei stata libera prima, lo
sei ora. Se non mi hai visto, ebbene, guardami! -
Si era avvicinato alla lampada e, in fretta, primo
che Simona se l'aspettasse e avesse il tempo
di prepararsi, si era strappato la benda e le mostrava
il viso scoperto.
Le angosciose supposizioni che l'assillavano da
un mese intensificarono l'emozione di quel momento;
sent la mente vacillare e la vista oscurarsi.
Poi, vagamente, distinse un viso che si mostrava
e si piegava sul suo, un viso sconosciuto, sfigurato
in modo strano e orribile, bucherellato, ammaccato,
sconvolto, attraversato da una larga macchia
rossa che pareva sanguinare, illuminato dallo
sguardo impressionante degli occhi dilatati, scintillanti
come fasci di luce.
Simona intravide tutto ci in un attimo, senza
osare un esame minuzioso. Era agitata da un brivido,
da un senso irriflessivo di disgusto, di terrore
infantile, come davanti a una ferita, a una
piaga, a una qualunque mostruosit. Abbass involontariamente
gli occhi e si tir indietro. Questo
bast a colui che la spiava per intuire il pensiero
non ancora espresso, le parole non ancora dette.
Nel silenzio della camera una voce risuon, una
voce che Simona non conosceva, accompagnata da
uno scoppio di furore, da un urlo di disperazione:
- Sono un mostro! Mia moglie mi odia, mia
madre mi ha ingannato. Tutto  finito! -
Simona riapr gli occhi, ma non vide pi nessuno
vicino a lei, mentre la porta della camera si
richiudeva con fracasso.
Ebbe subito l'intuizione di una grave colpa, di
una disgrazia e, alzandosi di scatto, chiam:
- Riccardo! -
Era la prima volta che lo chiamava per nome. Se
poco prima egli avesse sentito il suo nome pronunziato
cos, con tanta ansia e supplice grazia,
non si sarebbe pi staccato da lei. Ma ora non sentiva
pi o non voleva sentire.
- Riccardo! - chiam Simona pi forte.
E lei, che un momento prima avrebbe dato la vita
per allontanarlo, avrebbe voluto ora che tornasse;
ma comprendendo che non tornerebbe, si
mise a inseguirlo.
Attravers l'appartamento pieno di fiori e ancora
illuminato. Non era l, ma c'era passato lasciando
tutto spalancato sul suo passaggio. Simona
si precipit dietro a lui, correndo pazzamente.
Si ferm sulla soglia dell'ultima porta: oltre
quella l'oscurit, l'ignoto. Non l'avevano mai condotta
in quella parte del castello. Chiam ancora:
- Riccardo! Riccardo! -
Nessuna risposta. Ud solamente dei passi affrettati,
gi lontani, che si allontanavano sempre
pi. Allora, illuminata prima dalla luce che veniva
dalla porta aperta, poi nella penombra, poi nell'oscurit,
si lanci a caso, senza esitare. I suoi
piedi inciampavano nello strascico del vestito, le
trine si laceravano; urtava contro gli angoli delle
pareti, ma non se ne accorgeva: andava, andava a
tastoni verso il rumore che diventava sempre pi
debole, quasi impercettibile.
Al piano di sotto una porta sbatt e Simona sent
nello stesso istante mancarle il terreno sotto i piedi;
tendendo le mani, si aggrapp alla ringhiera
di una scala. Scendeva sempre pi affannata, senza
neppur pensare che rischiava di cadere, di ruzzolare,
di uccidersi a ogni passo. Non sentiva pi
nulla. Riccardo era lontano, troppo lontano perch
potesse raggiungerlo. Bisognava che altri l'aiutasse:
dove erano? Dove era lei stessa?
Ritorn indietro con altrettanta fretta, e ritrov
a fatica la strada fino al suo appartamento, poi di
l pass nell'ala abitata del castello che conosceva
bene; sper che Riccardo si fosse rifugiato laggi,
vicino alla madre.
Questa supposizione la calm tanto, che non
seppe spiegarsi l'inquietudine che la pervadeva;
voleva quasi desistere dalle ricerche, ma volle accertarsi
e si diresse verso la camera di lady Eleanor.
Mentre stava per aprirne la porta, questa si
apr, e lady Eleanor apparve, ancora vestita, domandando
ad alta voce:
- Che c'? -
Poi, scorgendo Simona, si fece avanti, parve cercare
qualche cosa, qualcuno vicino alla giovane
donna, e subito grid in tono minaccioso:
- Dove  Riccardo, dove  tuo marito?
- Non so, - rispose Simona smarrita, - non
 qui? -
Lady Eleanor l'afferr per i polsi.
- Che cosa gli hai fatto? - domand.
Stringeva come in una morsa i polsi di Simona,
ma lei non sentiva dolore, non cercava di difendersi,
e ripeteva:
-  andato via... non vuole tornare... non so
dove sia andato. -
Nell'agitazione parlava ad alta voce.
- Zitta! - disse lady Eleanor. - Non far rumore,
non fare scandali! Ritroviamolo prima; dopo
faremo i conti! -
Sul pianerottolo del primo piano le due donne
si trovarono di fronte al signor d'Avron che, risvegliato
all'improvviso e vestitosi in fretta, accorreva,
chiedendo a sua volta:
- Che cosa accade? Simona, che fai qui?
- Ha cacciato via mio figlio e ora lo cerca. Cercalo
anche te! - rispose lady Eleanor, con voce
cos terribile, che il signor d'Avron la segu, senza
chiedere maggiori schiarimenti, dicendo solo d
tratto in tratto:
- Lo troveremo... Non si tratta che di un bisticcio
d'innamorati. Cosa di tutti i giorni! -
Ma Riccardo non si trovava.
Finalmente lady Eleanor si ferm davanti a una
porticina di servizio che dava sulla corte.
-  uscito di l, - disse, mostrando i catenacci
tolti.
Quelle ricerche prolungate avevano attirato l'attenzione
dei servitori, che ora apparivano, senza
essere chiamati. Serbare il segreto pi a lungo sarebbe
stato inutile, forse fatale. Nel cuore della
madre il timore di uno scandalo cedeva di fronte ad
altri e pi gravi timori.
- Andate a vedere nelle scuderie se manca un
cavallo, domandate al portiere se nessuno  uscito,
- comand lady Eleanor.
Attese la risposta, ferma allo stesso posto, immobile
nel suo dolore, in piedi, guardando fuori
nell'oscurit profonda, ascoltando la tempesta che
aumentava.
Tornarono a dirle che nessun cavallo mancava,
e il portiere assicurava di non aver lasciato uscire
nessuno, all'infuori delle automobili con padre
Arnaud e gli invitati.
- Vedi bene che Riccardo  nelle vicinanze, -
disse il signor d'Avron.
- S, a meno che... -
Senza esprimere il suo pensiero, lady Eleanor
si slanci fuori; ma Simona, che aveva compreso,
si era slanciata prima di lei.
- Simona! Eleanor!...  assurdo, con un tempo
simile! - grid invano il signor d'Avron, il cui
zelo si era subito calmato sotto una gran raffica
d'acqua che l'aveva investito dopo appena pochi
passi.
Il desiderio che Simona aveva espresso poche ore
prima era divenuto realt.
Correva sotto il vento e la pioggia, scivolando,
rialzandosi, assillata da un unico pensiero. Ma non
era pi quello di fuggire Riccardo, bens di rintracciarlo.
Un terribile rimorso le straziava il cuore;
le passavano per la mente pensieri fino ad allora
ignorati: se egli fosse pi infelice che colpevole,
se avesse sofferto quanto lei, pi di lei, anzi,
poich l'amava, mentre invece lei non amava lui?
No, non lo amava. Era perseguitata dal ricordo
del suo terribile viso come da un fantasma. Se fosse
riapparso in quel momento, sano e salvo, l'indifferenza,
la diffidenza, l'avversione, sarebbero ricomparse.
Tuttavia non voleva aver rovinato, ucciso, colui al quale
aveva giurato fedelt davanti a
Dio. Si sentiva per la prima volta legata a lui e,
quasi involontariamente, mentre lady Eleanor ricominciava
a chiamare: Riccardo, figlio mio!
grid:
- Sposo mio! -
Ma ambedue quelle invocazioni rimasero senza
risposta. Alcuni uomini esploravano invano e in
ogni direzione il giardino, le torce si agitavano illuminando
i pi oscuri viali fino negli angoli pi
lontani.
- A che scopo ostinarsi? - disse infine il signor
d'Avron. - Vi esaurite tutte e due inutilmente.
Tornate a casa! Cercher ancora, ma vedete
bene che non  qui.
- No, - balbett lady Eleanor - si  gettato
nel fiume. -
Simona e suo padre trasalirono per il tono calmo
e sicuro in cui aveva detto quelle parole; si
voltarono entrambi e, alla luce delle lampade elettriche
la videro, non pi livida, ma verdastra. All'improvviso
barcoll.
- Esplorate il fiume! - balbett, poi si abbatt
come un masso ai piedi di Simona.
- Dio mio!... Dio mio!... - esclam il signor
d'Avron, costernato. - Che c' ora? -
Simona era in ginocchio. Si sforzava di rialzare
quel corpo pesante, posava la mano al posto del
cuore per assicurarsi che batteva; quel susseguirsi
di sventure la spingeva a pensare che, oltre il figlio,
fosse morta anche la madre.
Gi accorrevano in suo aiuto. Rialzarono lady
Eleanor e la portarono al castello. Non si pensava
pi a Riccardo. Tutti si affollavano intorno al gran
letto a baldacchino simile a un catafalco, dove, con
il viso cadaverico, riposava la signora di Erlington.
- Non  che uno svenimento, - diceva il signor
d'Avron - passer. Vedete? Apre gi gli
occhi. -
Gli occhi di lady Eleanor, spalancati, si volgevano
verso la parete dove erano appesi i ritratti
dei suoi cari.
-  un attacco apoplettico,  un attacco! -
dichiarava la signora Griffith, prodigando le cure
in modo esperto, mentre la signorina Anna sembrava
inebetita dall'orrore.
- Ti prego, - disse il signor d'Avron, vedendo
Simona tremare nei suoi abiti gocciolanti. -
Lasciati almeno asciugare e spogliare! -
Simona scosse la testa in atto di diniego e non
volle lasciare la mano gelida di lady Eleanor, che
era posata tra le sue.
Il signor d'Avron non os insistere. Era assalito
da un timore doloroso; si accorgeva finalmente
che la figlia era colpita da terribili disgrazie e se
ne sentiva responsabile; ne era desolato, pentito
sino in fondo all'anima, non sapendo neppure di
che. Ma non pot pi trattenersi:
- Povera piccina, - mormor - dimmi... forse
non gli vuoi bene? Forse non ti vuol bene? Ti ha
maltrattata, ingannata in qualche cosa?
- Non so, - disse Simona. - Non credo che
sia lui solo! -
Simona parlava al padre, mentre osservava lady
Eleanor.
La mano della vecchia signora trasal leggermente
e, sfuggendo a quella di Simona, adagio, con
sforzo, si tocc il petto con le dita unite e per tre
volte le allontan e le riavvicin imitando il gesto
con cui il sacerdote accompagna il suo mea culpa,
recitando il confiteor. Poi i suoi occhi, dopo aver
fissato Simona per un momento, si rivolsero verso
le immagini amate di coloro che credeva forse di
rivedere gi e, abbassandosi un poco, andarono a
posarsi sul ritratto di Riccardo bambino, per non
lasciarlo pi. Fu il suo ultimo atto cosciente.
Simona non seppe mai se lady Eleanor avesse
udito le parole che le sussurr, e se potesse sentire il bacio
di addio che le dtte in segno di perdono
e di piet.
Intanto era venuto il medico di Erlington e aveva
visitato la morente.
Ritirandosi nel vano di una finestra, tent di
spiegare al signor d'Avron, con l'aiuto della sua
scarsa conoscenza del francese, che si trattava di
una delle crisi proprie della malattia di cui soffriva
lady Eleanor, l'ultima certamente. Si stupiva solo
che non si fosse manifestata prima, e diagnosticava:
- Una emorragia... poi la fine! -
Per scrupolo di coscienza non si astenne dal torturare
la sofferente con quei barbari rimedi che i
medici moltiplicano quanto pi sanno che sono
inutili.
- E non c' suo figlio! - ripeteva il signor
d'Avron, fuori di s.
Cominciava l'agonia. Un rantolo funebre riempiva
la stanza, mentre fuori il vento emetteva come
dei lamenti, dei gemiti di morte, portava a folate
il rumore dei passi e delle grida di chi cercava
Riccardo.
Lady Eleanor fissava sempre la miniatura di Riccardo
e spir guardandola, fedele sino all'ultimo
a quel culto idolatra, a quella tenerezza pazza ed
egoista, che aveva fatto l'infelicit del figlio e aveva
ucciso lei stessa.
Appena spirata lady Eleanor, il signor d'Avron
trascin via Simona e la port quasi di peso nella
camera dalla quale, la sera prima, era uscita per
recarsi nella cappella.
Davanti allo specchio dove si era vista in veste
da sposa, ebbe la curiosit di guardarsi ancora.
Ma si riconobbe appena nella creatura stravolta,
scapigliata, vestita di cenci fangosi, che le apparve
nello specchio.
Poi, all'improvviso, esclam:
- Pap, guarda!... -
Sulla fronte, in mezzo ai capelli scuri, spiccava
una ciocca bianca, candida, segno fatale, stimmata
di dolore, che l'ava aveva ricevuta ai piedi del
patibolo.
Il signor d'Avron scoppi in lacrime.
- Povera figlia mia, - non pot fare a meno
di sussurrarle - che notte di nozze! -


Capitolo 9.

Qualche volta le grandi difficolt fanno dimenticare
i grandi dolori.
Lady Eleanor aveva cessato di vivere da poche
ore, e il signor d'Avron era gi tutto preso dalle
difficolt della sua condizione, la pi falsa e la pi
penosa che si possa immaginare, dopo quella di
Simona, per.
- Non sapere dove cercare Riccardo! Trovarmi
qui tra una cognata morta e la mia povera figliuola
abbandonata, in questo maledetto paese dove
non conosco nessuno e nessuno vuol capirmi! -
diceva, con la rabbia ingenua che prova il francese,
chiacchierone per natura, quando gli viene
rifiutata la suprema consolazione di potersi sfogare.
A un tratto, per quanto in ritardo, gli venne una
ispirazione.
-  Tommaso Erlington! - esclam. - Il parente
pi prossimo, il migliore amico di Riccardo!
Un uomo di risorse! Come mai non ho pensato a
lui? Come mai non  gi qui? -
L'autorit di lady Eleanor era stata tanto potente
da sopravvivere alla morte. Nessun servitore
avrebbe osato recarsi presso Tommaso Erlington,
e la solitudine selvaggia del castello non aveva ancora
permesso agli avvenimenti di trapelare fuori.
La giornata era gi inoltrata, quando il messaggero
inviato dal signor d'Avron alla casa di Tommaso,
a qualche miglio dal castello, torn con il
giovane.
Questi era ancora sotto l'impressione delle tristi
notizie apprese.
- Che cosa terribile! - ripeteva, con tanta e
cos palese compassione, che fu un balsamo per il
cuore del signor d'Avron. - Ed  incomprensibile,
almeno per me.
- Anche per me! - dichiar il signor d'Avron,
abbattuto. - Riccardo forse si  offeso male a
proposito, non so di che. Questo pu giustificare
un momento di collera, ma non una pazzia cos prolungata. -
Tommaso Erlington scosse il capo.
- Voglio bene a Riccardo come a un fratello, -
disse - e lo conosco altrettanto bene.  la bont
in persona, ma ha l'orgoglio della madre e la
speciale suscettibilit delle persone che soffrono di
una imperfezione fisica. Nessun colpo di testa mi
sorprenderebbe in lui.
- Non crederete mica...? - disse il signor
d'Avron, spaventato.
- Oh, no! Nel caso peggiore sar partito. -
Il signor d'Avron respir.
- Tarder molto a tornare?... - chiese.
Tommaso scosse nuovamente il capo.
- Non sapete quanto Riccardo sia ostinato.
- Che cattivo carattere! - esclam con impeto
il signor d'Avron, felice di far ricadere su altri le
sue gravi responsabilit. - E io che lo credevo
mite, buono, ragionevole, io che gli ho dato la mia
povera figliuola senza la minima diffidenza!
- Come sta la signora? - domand Tommaso,
troncando con delicatezza la conversazione, per rivolgere
opportunamente quella domanda.
Il signor d'Avron non fece in tempo a rispondere,
perch apparve Simona.
Non era riuscita a riposare e, fin dall'alba, non
si era mossa dal letto di morte di lady Eleanor
altro che, spinta dall'agitazione nervosa, per andare
a informarsi sempre della stessa cosa.
Anche a Tommaso domand subito:
- Non c' niente di nuovo? -
Egli cap a cosa e a chi alludeva, e rispose:
- Non ancora, signorina... -
Poi, correggendosi:
- Signora... -
Per la prima volta Simona si sentiva chiamare
signora. Le si empirono gli occhi di lacrime a
quella parola che risvegliava in lei tanti pensieri
dolorosi.
Tommaso osservava con emozione il mutamento
avvenuto in lei dal giorno prima.
Sebbene egli tacesse, Simona ritrovava in lui la
stessa espressione di velata simpatia, piena di riserbo.
Dominando la sua stessa ansiet, egli si
sforzava di ragionare, di agire. Riccardo non poteva
essere andato lontano, poich si erano assicurati
che aveva con s poco o punto denaro, e i passi
che farebbe per procurarsene darebbero loro indizi
sicuri. Bisognava informarsi di lui immediatamente
presso le banche, gli uomini di affari, i pochi
amici intimi capaci di aiutarlo.
Lady Eleanor aveva possessi nella regione dei Laghi,
in Irlanda, nel Sud, un poco dappertutto. Era
necessario telegrafare in tutti i luoghi in cui poteva
rifugiarsi.
Il signor d'Avron era incapace di cavarsi d'impaccio.
Tommaso dovette cercare gli indirizzi, compilare
i telegrammi, dare ordini, prendere la direzione
di tutto; e lo fece con molto tatto, trovando
sempre buone parole per rassicurare gli altri, nonostante
la propria inquietudine. Due o tre volte
soltanto sbagli, e parlando di Riccardo, invece di
dire a Simona: Vostro marito, disse: Vostro
cugino.
- Se domattina non abbiamo altre notizie, -
disse Tommaso - bisogner far pubblicare un avviso
sui giornali, ricorrere forse alla polizia, e occuparci
anche del funerale.
- Non mi lascerete solo in mezzo a tante penose
faccende! - protest il signor d'Avron, vedendo
che Tommaso faceva atto di andarsene.
Il giovane dorm dunque a Erlington.
La mattina dopo giunsero tutte le risposte, erano
negative.
Furono costretti a occuparsi dei funerali, in assenza
di Riccardo. Lady Eleanor fu chiusa nella
bara senza che il figlio la rivedesse, e trasportata
nella tomba di famiglia senza che egli l'accompagnasse.
Bench suo padre volesse distoglierla da quel
proposito, Simona segu il funerale. In chiesa prese
posto davanti a tutti, sola, vicino al feretro, al
posto che sarebbe stato di Riccardo.
C'era molta gente, sebbene lady Eleanor non frequentasse
nessuno; erano venuti pi per la viva
che per la morta. Anche i tre gentiluomini che avevano
fatto da testimoni al matrimonio, erano presenti,
ma Simona non si preoccupava pi n della
loro curiosit n dei loro commenti.
Bench lady Eleanor l'avesse fatta soffrire, bisognava
pure che qualcuno piangesse la morta; e
chi poteva farlo se non lei?
Tornata al castello, sent un profondo dolore nel
rivedere vuoti tutti i posti gi occupati dalla zia.
Prov quel senso di rimpianto irragionevole, umano,
quasi fisico, che lascia una persona che non abbiamo
amata e la cui scomparsa provoca tuttavia
un doloroso stupore.
Poi, a ogni istante, c'erano dei casi che sembravano
lugubri ironie.
Sulla scrivania di lady Eleanor, vicino a buste
listate a gran lutto, che Tommaso e il signor
d'Avron avevano adoperate per partecipare la morte,
Simona vide gli annunzi del suo matrimonio,
bianchi, di cartoncino lucido, stemmati.
Un'altra volta, sotto un drappo nero che aveva
ornato la camera mortuaria, trov un mazzetto di
fiori d'arancio; sempre quelle immagini di morte e
di nozze unite, confuse, inseparabili.
Ricordava le parole di angoscia di lady Eleanor
e, qualunque cosa le dicessero per incoraggiarla e
rassicurarla, non poteva liberarsi dalla certezza
torturante che di giorno in giorno si imponeva alla
sua mente.
Se gli avvisi concisi e riguardosi inseriti nei giornali,
se le innumerevoli ricerche fatte in Inghilterra
e all'estero rimanevanp senza frutto, se Riccardo
non era venuto a compiere l'ultimo dovere
presso la madre adorata, voleva dire che era morto
anche lui. Un giorno, in qualche luogo sperduto,
troverebbero un cadavere e, riconoscendolo dal viso
sfigurato, direbbero:
 lui!
Questa macabra visione era sempre davanti agli
occhi della giovane donna, non lasciando posto a
nessun'altra idea, a nessun altro timore. Simona
era troppo sicura che Riccardo non tornerebbe mai
pi, per domandarsi se desiderasse il suo ritorno.
Quando suo padre e Tommaso discutevano a lungo
sulle disposizioni da prendere per affrettare quel
ritorno, li ascoltava sorpresa, sdegnosa, senza contraddirli,
come si ascoltano le persone che sragionano.
Dopo una settimana il signor d'Avron, la cui
pazienza si esauriva, e che giudicava pi comodo
indignarsi che impensierirsi, dichiar:
- Questa pazzia di Riccardo passa i limiti! Non
possiamo restare qui a lungo, in simili condizioni.
Ti riporter da tua madre. -
Il pensiero della madre era l'unico che avesse
qualche dolcezza per Simona.
Non aveva ancora avuto la forza di scriverle, incapace
di spiegare, di narrare la sua disgrazia, ripugnandole
di esprimere lo spaventoso rimorso che
l'assillava. Ma forse si sentirebbe consolata e sollevata
nel rivedere la madre, nel rifugiarsi tra le
sue braccia; era tanto esaurita, tanto sfinita!
Anche Tommaso Erlington si impensier del suo
deperimento e consigli la partenza, promettendo
al signor d'Avron, del quale era divenuto il confidente,
di vigilare su tutto e di tenerlo informato.
Nulla quindi tratteneva pi il signor d'Avron
in quella casa funesta, la cui malinconia cominciava
a penetrare anche in lui.
Quanto a Simona, aveva sempre desiderato di ripartire,
fin dal giorno del suo arrivo a Erlington;
e le ultime vicende avevano reso ancor pi ardente
questo desiderio. Per, quando discese per l'ultima
volta il grande scalone, si sent stringere il cuore
pensando senza dubbio a tutto il dolore che lasciava
dietro di s. Ebbe una specie di vertigine mentre
portavano via i bagagli, e dovette sedersi nel vestibolo.
Era proprio nello stesso posto dove, respinta dai
servitori della zia, era venuta a supplicare la dura
volont di lady Eleanor, mentre in alto, una voce
allora sconosciuta, la voce di Riccardo, aveva risuonato
al suo orecchio, dandole un incoraggiamento,
una speranza.
Bisogna riceverla, povera piccina! aveva detto.
L'aveva ricevuta, la povera supplice, priva di
tutto, l'aveva fatta sovrana, idolo di quella casa.
Ed era stata proprio lei che lo aveva cacciato di
l, che aveva portato la sventura e la morte. Senza
quel fatale slancio di piet, Riccardo vivrebbe ancora,
ignorerebbe le peggiori amarezze del suo destino,
avrebbe ancora la consolazione dell'amore
materno, perch anche lady Eleanor vivrebbe ancora
e Simona... oh, per Simona tutto sarebbe pi
tollerabile di quel cumulo di ricordi che d'ora innanzi
porterebbe sempre con s!
- Hai solo questo baule?... - le domand il
signor d'Avron, preoccupato di perdere il treno.
La giovane annu. Il corredo, i doni del fidanzato,
i gioielli, i regali, tutto era rimasto nei grandi
armadi della signora Griffith.
Salirono in automobile.
Mentre Tommaso Erlington, che li accompagnava
alla stazione, si sedeva davanti a loro, si udirono
guaiti lamentosi: era il vecchio cane di lady
Eleanor. Simona si sporse.
- Datemelo, per favore, - disse a Tommaso.
Il signor d'Avron, vedendola prendere il cane
e metterselo sulle ginocchia, protestava:
- Spero non vorrai portare con te quella orribile
bestia?
- S, - disse. - Non voglio che resti qui; morirebbe
anche lui. -
Il signor d'Avron strepit contro quel capriccio,
contro le noie che il cane darebbe loro, e si
burl della sua bruttezza, del suo aspetto sgradevole;
poi, siccome Simona non volle abbandonare
in stazione n gettare in mare quell'incomodo compagno,
si calm. Il mal di mare, che ebbero entrambi,
fin col legarli l'uno all'altro, e quando
arrivarono a Parigi, il cane riposava fiducioso tra
le braccia del signor d'Avron, mezzo assopito.
Simona, invece, aveva gli occhi anche troppo
aperti, i lineamenti tesi; era insensibile alla fatica,
alle distrazioni di quel lungo viaggio, alla
dolcezza del ritorno. Il rumore, il movimento, l'irresistibile
spirito di Parigi, giungevano appena al
suo orecchio, al suo pensiero sempre fisso nelle
medesime idee.
Nel momento in cui entravano nella corte del
palazzo, il signor d'Avron, che durante il percorso
aveva sempre sonnecchiato, si curv verso la
figlia, e le disse un po' imbarazzato:
- Dimenticavo di dirti... Per non far troppo
soffrire tua madre, le ho parlato solo della morte
della zia. Ci vorranno molti riguardi nel dirle il
resto. -
La carrozza si ferm. Prima che Simona fosse
discesa, la mamma e i fratellini erano gi accorsi,
parlando, gridando, pazzi dalla gioia, stringendola,
abbracciandola, soffocandola tanto, che
fu conquistata dalla loro gioia e si sent quasi contenta,
senza volerlo.
Poi, a un tratto, la signora d'Avron esclam:
- Ma Riccardo? Dove  Riccardo? -
Erano entrati nel salotto, nel piccolo salotto
cos allegro e intimo. I visi apparivano delusi, addolorati.
Giorgio taceva, Maddalena, vedendo sua
sorella cos cambiata dagli abiti a lutto, la riconosceva
appena, era intimidita, mentre la signora
d'Avron, irritata per la prima volta in vita sua,
domandava al marito:
- Che ha? Che le hanno fatto? Perch me la
riconduci in questo stato? -
Il signor d'Avron giudic opportuno dare subito,
davanti a tutti, la spiegazione inevitabile e
necessaria.
- La morte improvvisa della povera Eleanor
ha molto colpito Simona... e il clima... il clima
dell'Inghilterra  pessimo. Riccardo non ha potuto
accompagnarci. Capisci bene... gli affari...
ma ci raggiunger presto. -
Il discorsetto ottenne un debole effetto.
I bambini si erano fatti una festa al pensiero di
conoscere quel fratello maggiore, e la signora
d'Avron sentiva battere contro il suo il cuore di
Simona, come se stesse per spezzarsi.
- Dio mio, sono proprio stata sciocca a lasciarla
partire, a credere ci che mi veniva detto,
a non andare laggi io stessa! - esclamava.
Il signor d'Avron, che aveva la comoda abitudine,
da lui considerata sacro dovere, di mentire
alla moglie, non pot nasconderle che una parte
della verit, quella volta.
- Piccina mia adorata! - disse la mamma a
bassa voce, dopo aver messo a letto Simona e
averle baciato gli occhi per farla dormire. - Sei
molto infelice, ma non devi disperarti. Spesso,
tra i giovani sposi, nascono seri malintesi che non
sono irreparabili, grazie a Dio! Quando sapremo
dove si  rifugiato Riccardo, se vuoi, andr io a
prenderlo. -
E siccome Simona non trovava il coraggio di
rispondere a quella speranza fallace e a quell'offerta,
la madre continu:
- Pu aver avuto dei torti, ma il suo contegno
ha provato che  buono e che ti vuol bene. Figlia
mia, si deve perdonare tutto al marito, si deve
sempre volergli bene. -
Affermando questo dovere, che aveva sempre religiosamente
adempiuto, la signora d'Avron si rianimava,
si rinfrancava, non provava pi n turbamento
n esitazione; Simona, umiliata e afflitta
nel profondo dell'anima, sentiva che sua madre,
se avesse dovuto giudicarla, l'avrebbe condannata.
Non osava pi confessare il suo doloroso segreto,
comprendendo che da nessuno al mondo poteva
sperare un consiglio utile, un vero sollievo; anzi
rimpiangeva quasi di essere tornata.
Il proprio mutamento le appariva pi palese ritrovando
le stesse cose, le stesse persone amate e
familiari; non erano ancora passati due mesi, e
un abisso la separava dalla sua vita passata. Quella
vita si era spezzata, ormai; quale altra vita inizierebbe?
Una circostanza fortuita la sottrasse, per i primi
tempi, all'incubo di quella situazione.
Aveva preso freddo durante le ricerche di Riccardo
nel giardino di Erlington, e da allora tossiva
parecchio. Sia che una nuova infreddatura,
presa durante il viaggio avesse aggravato il suo
stato, sia che l'energia fittizia che la sosteneva
avesse ceduto appena raggiunta la casa, la notte
stessa del suo ritorno ebbe un violento attacco di
febbre.
Dopo ventiquattro ore, il medico parlava di polmonite
e temeva complicazioni al cuore.
La malattia giungeva quasi opportuna e fu accolta
con rassegnazione insolita. Che avrebbe detto
o fatto Simona in quelle lunghe giornate, in
quelle pi lunghe nottate, se il tormento delle cure
mediche, il dolore fisico, poi il benessere materiale
del miglioramento non le avessero offerto una occupazione,
un riposo forzato?
I suoi pensieri erano ora mutati, e in casa facevano
a gara per aiutarla a dimenticare. Non la
stancavano pi con domande, con obiezioni, con argomenti
consolanti; la trattavano come una bambina
alla quale non si chiede di essere giudiziosa
o buona, e nemmeno felice, ma soltanto di vivere.
Di fronte alla vita della figliuola, la ricerca di
Riccardo aveva cessato di preoccupare il signor
d'Avron, e perfino la signora d'Avron; se parlavano
di lui, tra loro, era per lamentarsene e accusarlo.
- Non perdoner mai a quel birbante di avermela
uccisa! - esclam il signor d'Avron una sera,
in cui quasi si disperava della vita di Simona.
Poi, quando il male ced e vide la figliuola rinascere,
rivivere, parlargli, sorridergli, fu ripreso
dall'ammirazione paterna, come un tempo davanti
alla culla di Simona piccina.
- Guardala, - sussurrava alla moglie - e dimmi
se l'uomo che per un malinteso o una sciocchezza
qualunque abbandona una simile donna, pu
aver cuore! -
Lo spunto era dato, e lo sfogo di quella nobile
indignazione andava aumentando e dilagando sempre
pi. Ben presto il signor d'Avron riusc a sostenere,
con estrema buona fede, questo argomento:
- Pi che altro sono esasperato all'idea di avere
accettato Riccardo a occhi chiusi, possono proprio
dirlo, passando sopra alla sua orribile bruttezza,
a causa delle sue pretese qualit, del suo sedicente
amore; invece ingannava la nostra fiducia su tutti
i punti. -
La perfidia di Riccardo gli si rivelava sempre
pi chiara, mentre la propria condotta gli appariva
sempre meno censurabile, anche perch i suoi
affari si sistemavano in modo insperato, per una
di quelle fortunate combinazioni che avvengono di
solito quando non occorrono pi.
Nuovi capitalisti, forse desiderosi di rovinarsi,
rimettevano in piedi la Societ dei fosfati e rimborsavano
parzialmente gli antichi azionisti. Osmin
aveva profittato del dissesto per riscattare a buon
prezzo, da usurai spaventati, alcune cambiali in
protesto. Infine, aveva vinto, uno dopo l'altro, due
importanti processi, e il signor d'Avron, pi prospero
che mai, dimenticava insieme alle disgrazie
anche il soccorso provvidenziale che lo aveva salvato.
- Sono fortunato, insomma!... - diceva a
Osmin.
- S, pi di tua figlia, - ribatt questi, con
una allusione che l'amico non volle rilevare.
Osmin era stato a far visita a Simona.
Stava un poco meglio e si era alzata per la prima
volta; per, mentre tutti si rallegravano per
la sua convalescenza, lui, che non l'aveva veduta
da quando era tornata, fu colpito dal cambiamento
che notava in lei.
Non era pi la stessa; aveva perduto la freschezza
della prima giovent, lo splendore della
salute; le si sarebbero dati venticinque anni. Ma
la sua bellezza non era sparita: era solamente diversa,
pi fine, pi immateriale, pi fuori del comune.
Nei suoi occhi, molto ingranditi dalla magrezza
del viso, passavano ombre e luci nuove, e se sul suo
viso mobile spuntava una espressione di altri tempi,
spariva subito, lasciando Simona assorta in una
idea fissa, strana, misteriosa. Si sarebbe detto che
avesse visto qualcosa di terribile, il cui ricordo la
perseguitasse continuamente; e la ciocca bianca
che spiccava tra i capelli scuri, sembrava esserne
il richiamo visibile, la testimonianza sensibile.
- Non vi aspettavate di vedermi tornare con i
capelli bianchi? - aveva detto a Osmin.
- Mi rimproverer sempre di avervi spinta a
partire, - rispose questi, bruscamente.
Una brutta smorfia gli socchiudeva gli occhi e
gli increspava le tempie. Rimase con il naso in su,
goffo, dondolando il piede, e tacque, temendo forse
di insistere su un argomento doloroso.
Tranne qualche accenno con i suoi familiari, Simona
non parlava mai a nessuno dei recenti avvenimenti.
Tuttavia, un giorno che Osmin accennava
a un viaggio fatto poco prima in Brettagna, gli
disse:
- Sarete stato ben contento di riposarvi, di non
ocuparvi n di affari n di denaro. Che cosa odiosa
 il denaro! Anch'io sento il bisogno di andarmene
ad Avron, di non veder pi nulla, di non sentir
pi nulla, di vivere in pace. -
Esprimeva questo desiderio sospirando; da qualche
giorno era la sua idea fissa.
- S, tra poco, quando sarai guarita, quando la
stagione sar buona, - le prometteva il padre.
Era ancora molto debole, e il mese di marzo
continuava umido e freddo, con frequenti scrosci
di pioggia.
Finalmente tornarono le belle giornate, e con
queste venne la guarigione completa; ma la prospettiva
della partenza, cos seducente per Simona,
sorrideva sempre meno al signor d'Avron. Era
tutto ringalluzzito dalla primavera e dal sentirsi
di nuovo il beniamino della sorte. Non aveva mai
amato tanto gli amici, i cavalli, il club, tutto quello
che aveva rischiato di perdere e che ritrovava; ed
era in buona fede quando nascondeva, sotto i pi
austeri pretesti, l'amore per la vita mondana.
- Devo rifare il mio credito scosso, e il solo
mezzo per imporre silenzio alle dicerie che non
mancano,  farmi vedere e... per il tuo bene, figliuola
mia, non dobbiamo aver l'aria di nasconderci. -
Simona era dello stesso parere. Essere interrogata,
farsi vedere, era un supplizio per la sua fierezza,
una specie di profanazione, e mentre la signora
d'Avron si lasciava a poco a poco riprendere
dall'occupazione, per lei importante, di ricevere e
fare le visite, e mentre la casa riacquistava adagio
adagio l'aspetto consueto, la giovane signora rimaneva
in disparte, allegando il lutto, lutto per la
suocera o per il marito, non lo sapeva ancora.
Tolto Osmin, che non contava, nessuno era ammesso
in sua presenza, e temeva ogni incontro,
osava appena arrischiarsi per la strada.
- Alla tua et non ci si pu segregare in questo
modo, - obiettava il padre.
- Ti ammalerai di nuovo! - ripeteva la madre,
sgomenta.
- C' sole dappertutto, tutto  bello e tutti sono
fuori! - esclamavano i bambini, cercando di trascinarla,
sorpresi di non poterla pi associare alle
loro gioie innocenti.
Maddalena osservava di malocchio quella metamorfosi
e, con quell'ingenuit dell'infanzia in cui
si trovano, scusabili e graziose, tutte le debolezze
umane, voleva meno bene alla sorella maggiore cos
seria, silenziosa, vestita di nero.
Giorgio invece, pi delicato, raddoppiava le tenerezze.
Quando vedeva la sorella uscire, le proponeva
sempre:
- Vai in chiesa? Conducimi con te! -
Lo accontentava e, accanto a lei, in un angolo
oscuro di San Francesco Saverio o di San Sulpicio,
il bimbo pregava fervidamente e anche lui si asciugava
ogni tanto gli occhi, senza sapere perch pregava
e piangeva. Non le rivolgeva mai domande, e
quell'affetto di bimbo era tanto pi caro a Simona,
in quanto era meno perspicace.
Una mattina, frugando in camera della sorella
l, Giorgio scopr in fondo a un armadio un oggetto
mai visto, e portandolo alla luce, esclam:
- Il ritratto di Maddalena! -
Simona era diventata pallida.
Lasciando Erlington, aveva portato via, per distrazione
quasi incosciente, quella miniatura, nascosta
tra due mucchi di biancheria nel baule.
Durante la sua malattia avevano disfatto il baule
e messo le cose a posto, senza troppo esaminarle.
Prese il ritrattino dalle mani di Giorgio e gli disse:
- Non  Maddalena,  Riccardo. -
Nel sentire quel nome che la sorella pronunziava
per la prima volta, Giorgio, sia che si facesse coraggio,
sia che si distraesse, esclam sbadatamente:
- Ma non  punto brutto! Perch hanno detto... -
Tacque subito, vedendo che il viso della sorella
si alterava.
Sicch, quando non era presente, si parlava di
Riccardo anche davanti ai ragazzi, si raccontava
la sua storia, si faceva di lui un soggetto e un oggetto
di riso e di scherno, una specie di spauracchio?
Perch stupirsi delle indiscrezioni malvage
della gente, quando in casa sua gli stessi genitori
non rispettavano il suo dolore? E chi, all'infuori
di lei, aveva il diritto di biasimare o di rimproverare
Riccardo? Se per lei era stato un carnefice,
per gli altri era stato un benefattore. Non potevano
almeno lasciare in pace i morti?
La sua fierezza di donna era dolorosamente colpita.
Nascose con cura il ritratto, e nessuno seppe
che lo possedesse, all'infuori di Giorgio che non
os pi parlarne. Ma da quel giorno si rallegr
meno della compagnia del fratellino e una cupa
diffidenza la inaspr contro i genitori. Non avevano
mani abbastanza delicate per toccare le piaghe del
suo cuore, e si sforzava di nasconderle, di farsi
forza, di tornare serena, tranquilla, simile a tutti.
Non osavano interrogarla, e si dicevano:
- Dio volesse che dimentichi! -
Non dimenticava, ma i ricordi si coprivano di
ombra, di nebbia, come se fossero lontani di anni
e non di settimane. Si domandava a volte se fosse
veramente sposata e, per accertarsene, guardava la
fede che portava al dito.
Lo sposo che non rivedrebbe pi, aveva attraversato
rapidamente la sua vita! Per qualche giorno
le era apparso lontano, misterioso, sotto una maschera,
parlando per mezzo di enigmi insolubili;
per un attimo solo si erano visti in viso, le loro
anime si erano ricercate, urtate, e Simona non conservava
che un fremito di spavento di quell'urto,
di quella breve e incompleta rivelazione.
Per quanto fosse orribile quel passato non poteva
staccarsene. Nei suoi diciannove anni di vita
solo quella fase contava; il suo pensiero vi tornava
senza posa, poich null'altro poteva interessarla,
commuoverla, turbarla, farla soffrire, vivere un
momento. Per tutto il resto aveva una gelida indifferenza,
una cupa indolenza.
Un giorno, verso la met di aprile, avevano appena
finito di far colazione e la famiglia era ancora
riunita, quando un cameriere porse un biglietto
da visita al signor d'Avron, che lo prese
con impazienza.
- Non  l'ora delle visite! -
Ma appena ebbe letto il nome, cambi idea.
- Fate entrare il signore nel mio studio. -
Lasci il caff e il sigaro, non piccolo sacrificio
per lui, e usc, senza che Simona vi facesse la minima
attenzione.
Era molto abbattuta. Quella mattina aveva trovato
morto nella sua cuccia il vecchio cane di lady
Eleanor, e ne aveva provato dolore, un dolore forse
ridicolo, ma sincero.
Il signor d'Avron torn dopo qualche minuto.
Aveva un'aria troppo disinvolta, che nelle persone
sicure di s  indizio di malcontento e di disagio
dissimulati.
- Cara, - disse alla moglie, - devo presentarti
una persona. -
Simona si alzava per andarsene.
- Non te ne andare. La persona viene pi che
altro per te e non puoi rifiutarti di vederla. -
Chi poteva venire per lei, imporsi a lei? Non
cercava neppure d'indovinarlo.
- Simona,  Tommaso Erlington! - soggiunse
il padre.
Tommaso! Non aveva pensato a lui da molto
tempo. Era stato molto buono, aveva scritto parecchie
volte a suo padre, a lei, sempre le stesse
cose: non sapeva ancora nulla, ma continuava a
fare ricerche, a sperare...
Forse ora sapeva qualche cosa? Forse stava per
comunicarle ci che aveva tanto temuto di sentir
dire?
No. Egli ebbe cura di dissipare quel sospetto
fino dalle prime parole. Solamente ragioni di affari
o di svago lo attiravano a Parigi, sua seconda
patria, diceva, e naturalmente era venuto a far visita
ai d'Avron.
Era l, sorridente, familiare, conservando anche
in quell'ambiente la distinzione, la superiorit innata
propria delle classi aristocratiche di ogni paese,
e che un briciolo di esotismo metteva in rilievo.
Con tutto ci era semplice, naturale, giovane, pieno
ancora di quella ingenuit che non si trova pi
nella nostra giovent disgustata di tutto.
Piacque subito alla signora d'Avron, come in
Inghilterra era piaciuto al signor d'Avron. Quanto
a Simona, non era mai stata in condizione di
giudicarlo; quando l'aveva conosciuto a Erlington
era come pazza, e vedeva solo attraverso il suo
delirio. Anche ora riusciva a osservare una sola
cosa: come somigliava all'altro!
I gesti, il portamento di lui, facevano risorgere
una figura scomparsa; una voce spenta risuonava
nuovamente attraverso la sua voce. Simona riconosceva
lo stesso accento lievemente forestiero, quasi
inafferrabile, la stessa correttezza di lingua con
qualche locuzione inattesa, la traduzione espressiva
di una parola o di una idea tolte al genio di
un'altra lingua.
Provava un invincibile desiderio e nel tempo stesso
una terribile fatica, nel ricostituire cos ci che
il solo ricordo non avrebbe potuto rappresentarle,
di rivedere insieme con Tommaso anche Erlington,
i giorni terribili, la notte tragica, e rivivere ancora,
in fondo al cuore, le lotte che aveva creduto finite.
Quando, dopo un quarto d'ora di chiacchiere egli
si alz per andarsene, Simona prov sollievo e dolore,
il desiderio e il timore di non vederlo pi.
- Ci lasciate gi! - esclam il signor d'Avron
che, rivedendo Tommaso, si ricordava della loro
viva amicizia a poco a poco dimenticata.
- Torner, se permettete, presto. -
Tommaso si era voltato dalla parte di Simona.
Ella intu che se ne andava impazientito, deluso,
senza avere raggiunto il suo scopo, rimettendo a
un altro giorno qualche cosa che non aveva potuto
fare, e gli domand con ansia:
- Quando tornerete?
- Venite stasera a pranzo da noi, - disse cordialmente
il signor d'Avron. - Senza complimenti,
in famiglia... -
Tommaso esit quel tanto che le convenienze esigono,
poi, uscendo da quella casa ospitale, rispose:
- Verr, forse verr anche prima di pranzo. -
Simona cap che si rivolgeva ancora a lei, che
le fissava una specie di appuntamento. Non potevano
avere che un solo interesse in comune. Egli
sapeva? Per, se fosse avvenuta una disgrazia, lui,
che amava Riccardo come un fratello, non avrebbe
avuto quell'aria indifferente.
Ognuno se ne era andato per le mille cose di una
giornata a Parigi. Simona era sola in casa quando
Tommaso venne, circa mezz'ora prima del pranzo.
Avevano avuto in comune troppe emozioni, perch
non esistesse tra di loro una certa cordialit,
appena Tommaso si fu seduto di fronte a lei, nella
grande poltrona all'angolo del camino, la giovane
donna cominci:
- Signor Erlington, sapete qualche cosa che non
mi avete detto... che ora mi direte?... -
Tommaso esit, poi, mentre lei lo pregava, rispose:
- Non so mentire, signora, - confess. - S,
ho avuto notizie di Riccardo.
- Vive? - chiese Simona, impallidendo a tal
punto che Tommaso credette di vederla svenire.
- Certamente. Era dunque questo che vi agitava
e vi faceva soffrire tanto? -
Sotto la dolcezza delle parole pietose spuntava
appena una leggera ironia.
- Vedendovi stamattina cos agitata, cos infelice,
- riprese - non ho avuto il coraggio di
conservare pi a lungo il silenzio che mi  stato
imposto. Ci significa venir meno alla mia decisione,
forse al mio dovere, ma chiunque agirebbe cos,
al mio posto. -
La giovane pens che era buono. Nessuno le aveva
fatto tanto bene e, nell'ardore della riconoscenza,
gli tese la mano che egli strinse affettuosamente.
Poi, ripresa nonostante tutto dalla sua idea fissa,
domand ancora:
- Ne siete proprio sicuro? L'avete visto? -
Egli sorrise.
- Non l'ho visto, ma ho ricevuto una sua lettera. -
Ella ebbe un sospiro profondo; la sua tortura
si calmava, le sembrava che le togliessero un gran
peso dal cuore. Ma gi una inquietudine di altro
genere succedeva ai timori di morte; non osava
esprimerla.
Tommaso Erlington indovin.
- Per dirvi tutto, - aggiunse, - lo stato di
mente di Riccardo non  soddisfacente quanto la
sua salute... e non pare che pensi a tornare, purtroppo! -
Il tono compassionevole di quel purtroppo era
del tutto formale, e Tommaso, per finir di rassicurare
la giovane donna, prosegu:
- Che volete, signora? Quello che sarebbe incomprensibile
in un altro, non pu stupire in Riccardo. Nonostante le sue grandissime qualit, la
madre che lo idolatrava, e la gente che adora i
potenti e i ricchi, hanno fatto di lui un uomo autoritario,
incapace di sopportare ostacoli,. di rassegnarsi
a una prova. Avete gi visto come si era
ritirato dal mondo piuttosto che apparirvi umiliato,
diminuito. Oggi sacrifica la sua felicit al maledetto
orgoglio.  una grande pazzia, la sua, ma
spero proprio che il tempo e la riflessione la vinceranno. -
Enunci questa speranza senza molta convinzione.
Simona domand ancora:
- Dove ?
- Questo, signora, non lo dice neppure a me.
Teme senza dubbio che si cerchi in qualche modo
di raggiungerlo, e mi d solo le indicazioni necessarie
per fargli pervenire una lettera per via indiretta. -
Tommaso si interruppe vedendo entrare la signora
d'Avron, seguita quasi subito dal marito; Simona
apprezz i motivi per cui il cugino aveva
taciuto prima. Aveva ben compreso: era stata abbandonata
per sempre. Tommaso, senza il suo permesso o con la
delicatezza del gentiluomo, temeva
di fare una confessione cos penosa, sia pure davanti
ai genitori.
Penosa unicamente alla sua fierezza. Se aveva
fino a quel giorno perdonato a Riccardo, lo aveva
fatto nella maniera in cui si perdona a un morto.
Ora egli viveva e lei non poteva amarlo. Che cosa
desiderare di meglio, per calmare a un tempo i timori
e gli scrupoli, se non saperlo felice, malvagio
e molto lontano? Il programma si svolgeva secondo
i suoi desidri. Poteva essere soddisfatta.
Venne Maddalena, poi Giorgio, e infine Osmin
che, per caso, era stato invitato quella sera. La
sua presenza non fu importuna; anzi, Tommaso
Erlington, che aveva, secondo, lui, affari assai imbrogliati,
fu lieto di quelFutilissimo incontro, e
parl con l'avvocato, come con tutti gli altri. Raccont
inoltre a Giorgio una fantastica avventura
di viaggio, e insegn un giuoco inglese a Maddalena,
divertendola tanto che non voleva pi andare
a letto.
- Simpatico giovane quel Tommaso Erlington, -
disse il signor d'Avron, dopo aver riaccompagnato
l'ospite.
- Davvero! - conferm Osmin, levando il cappotto
dall'attaccapanni del vestibolo. - E quel
simpatico giovane ha portato a tua figlia notizie
che le hanno reso un po' di appetito, e che ora sta
raccontando a sua madre. -
Il signor d'Avron rientr in salotto a precipizio
e trov Simona molto calma, mentre la madre,
con gli occhi bagnati di lacrime, ripeteva:
- Non vuole pi tornare... Ma  terribile tutto
questo!
- Veramente! - esclam il signor d'Avron, la
cui anima di suocero si era adagio adagio indurita.
- Sappiamo, dopo tutto, se per la felicit di
questa povera piccina, sia tanto da augurarsi che
Riccardo torni? -
 
Capitolo 10.

Meno che mai, adesso, Simona parlava di Riccardo.
Prima che Tommaso partisse, aveva avuto con
lui un altro colloquio, che era valso a chiarirle
molte cose. Capiva la trama dell'intrigo nel quale
era stata coinvolta e, attraverso le allusioni fraterne
di Tommaso, il carattere di Riccardo le appariva
singolare, ma logico, con tutti gli impeti e le
debolezze di una creatura orgogliosa.
Il suo amore era stato un violento capriccio, eccitato
e provocato forse dalla compiacenza materna,
che alla prima delusione si era trasformato in
odio implacabile. La coscienza dei suoi torti, risorta
in lui appena sfumato il primo furore, lo
irritava maggiormente, e la morte della madre,
morte della quale non voleva essere responsabile,
aggiungeva un motivo, quasi una scusa, al mutamento
completo e forse irrevocabile di tutti i suoi
sentimenti. ,
Che cosa ho da rimproverarmi? Che cosa devo
fare visto che non mi ha mai veramente amata e
che non mi ama pi? pensava Simona, la cui coscienza
era di nuovo serena.
Riccardo non mostr di ricordarsi di lei che in
un modo: il pi offensivo. Il giorno dopo la partenza
di Tommaso, il signor d'Avron consegn a
Simona un foglio coperto di segni e di scarabocchi
sconosciuti.
- Che cosa mi porti? - chiese lei.
- Un assegno bancario per riscuotere la tua rendita
nel prossimo trimestre.
- La mia rendita?
- S... la rendita della tua dote!
- Ma non mi hai dato dote!
- Riccardo te ne ha costituita una, il che fa lo
stesso, e ha incaricato il cugino... -
Il signor d'Avron non pot finire, perch Simona
aveva gi preso l'assegno e lo strappava in
mille pezzi.
Sicch, dopo quello che si era svolto tra loro,
Riccardo la credeva o fingeva di crederla capace di
accettare un suo regalo, una sua elemosina, ripetendole
in modo indiretto ci che le aveva gridato
in viso: Hai agito solo per interesse, ho il diritto
di disprezzarti. Guardando suo padre con occhi
che lampeggiavano, dichiar:
- Sono molto grata al signor Erlington di non
aver voluto fare la commissione di persona. Abbi
la bont di dirglielo, te ne prego, e rimandagli
questo.
- Hai ragione, - approv il signor d'Avron
con energia, deciso a mostrarsi anche lui adirato.
- Non puoi ricevere nulla da un uomo che ti ha
trattata in modo cos indegno! Quanto a me, preferirei
morire di fame piuttosto che... -
Si interruppe. I trenta milioni non ancora restituiti
impacciavano la sua eloquenza.
La ferita fatta all'orgoglio complet in Simona
la lenta opera della giovinezza, l'inevitabile oblio,
l'irresistibile forza delle cose. Perch non orientare
diversamente la propria vita, perch ostentare
rimpianti non giustificati e non confessabili?
Quel periodo di calma, dopo tante sofferenze, era
quasi una parvenza di felicit, e la sua giovane
vita aveva improvvisi bagliori, luminosi come una
giornata di burrasca in primavera.
Seguendo a poco a poco le esortazioni paterne,
acconsent a rivedere gli antichi amici e ne prov
anche piacere. Avevano tutti per lei molta benevolenza
e una delicata e corretta simpatia; la compiangevano
e le davano ragione. Cos giovane, cos
infelice e cos carina! Quella strana ciocca di capelli
bianchi, posta come un ornamento sulla sua
fronte giovanile, interessava in particolar modo.
Era un accenno piccante della sua avventura romanzesca,
offerto alla curiosit del pubblico.
- Ha proprio ragione a non tingersi, - dicevano
le pi esperte.
Due o tre cuori oziosi pensavano gi di lasciarsi
legare da quei fili d'argento.
Il lutto di lady Eleanor, che risaliva gi a parecchi
mesi, le imponeva ora minori restrizioni, e
la stagione mondana parigina, che volgeva verso la
fine, raddoppiava di brio, come tutte le stagioni
sul finire.
Tommaso Erlington, che torn a Parigi ai primi
di giugno, trov la casa d'Avron molto pi gaia.
Egli era ormai di famiglia, ospite quasi giornaliero.
La signora d'Avron fondava sempre su di lui
segrete speranze di riconciliazione; a Simona non
spiaceva forse di mostrargli, perch potesse riferirlo,
che anche lei aveva la sua parte di orgoglio.
Non era mai tanto gaia come quando egli era presente,
e invece di evitare davanti a lui, come davanti
agli altri, di pronunziare il nome di Riccardo,
quando erano soli lo aveva sempre sulle labbra,
quasi una sfida.
Tommaso che si ocupava delle faccende di Riccardo
pi di Riccardo stesso, sognava sempre un
riavvicinamento impossibile, ed era facile capire che
aveva fatto a tale scopo numerosi e vani tentativi.
Perch quei tentativi? Nulla c'era stato di comune
tra lei e colui che chiamavano suo marito.
Non si amavano, non si rimpiangevano; si erano
liberati l'uno dell'altra; tutto si era svolto nel
migliore dei modi, ed era grata a Tommaso solo
per la buona intenzione.
- Come si  rimessa bene Simona, dopo un simile
colpo! Non avrei mai sperato che una donna
cos giovane fosse tanto ragionevole. - diceva il
signor d'Avron a Osmin, uscendo con lui, dopo
pranzo, a fumare un sigaro in giardino.
L'avvocato, invecchiando, si faceva senza dubbio
pi socievole. Accettava ora dai d'Avron tutti
gli inviti, che aveva rifiutati cos spesso in passato,
ma il suo viso severo e il suo spirito di contraddizione
rendevano la sua compagnia pi fida
che divertente.
- Sei sicuro che si sia rimessa? - replic al
signor d'Avron, in tono incredulo.
- Non vedi il suo bell'aspetto, il suo brio?
- S, una freschezza incantevole, una piacevole
allegria, oppure la febbre...
- Hai un certo modo di vedere le cose! - brontol
il signor d'Avron, impazientito, allontanandosi
per raggiungere gli altri invitati, meno pessimisti.
Osmin rimase solo.
Era l'ora in cui la luce misteriosa delle stelle
si spande sull'oscurit che avvolge di mistero la
terra. Nel giardino del palazzo alcuni alberi proiettavano
delle masse oscure, e sull'erba i fiori delle
aiuole formavano chiose chiare, stranamente soffuse.
I colori sparivano, i profumi si dissolvevano,
i rumori esterni arrivavano soffocati, e le persone
che andavano e venivano avevano forme incerte,
passi pi leggeri, mormorii attenuati.
Anche l'anima di un avvocato poteva essere presa
da quella calma di sogno. Osmin aspirava adagio
adagio il fumo del sigaro, camminando in lungo
e in largo, come se montasse la guardia.
Tutti quelli che erano rimasti in casa si affacciavano,
gli uni dopo gli altri, alle grandi porte
a vetri spalancate, respiravano l'aria mite, poi si
sperdevano a piccoli gruppi per il giardino. Osmin
vide passare il signor d'Avron, tra un signore che
si dava molte arie e una signora che faceva la
graziosa; la signora d'Avron veniva dopo, in compagnia
di Tommaso Erlington; poi apparve Simona,
che dava il braccio a una giovinetta e teneva
Giorgio per mano.
Svoltarono in un viale oscuro, poi riapparvero,
disparvero nuovamente in un altro viale, tornarono
e ricominciarono un nuovo giro.
Le coppie si erano riunite. La signora d'Avron,
forse un po' gelosa, aveva raggiunto il marito, e
Giorgio, fierissimo, seguiva Tommaso.
Osmin osserv tutto questo distrattamente; era
atratto da una cosa sola: seguiva con lo sguardo
il vestito bianco di Simona, finch non si perse
nell'oscurit profonda.
Simona, cedendo alle pressioni paterne, e forse
anche a un piccolo desiderio di civetteria, aveva
smesso i pesanti vestiti neri e indossato un abito
bianco dell'anno precedente. Vestita in quel modo
sembrava ringiovanita all'improvviso, riportata,
attraverso una breve illusione, verso quel tempo
tanto vicino ancora, in cui era una fanciulla
ignara delle tristezze della vita. Questo ritorno al
passato, rallegrando suo padre, aveva suscitato in
lei stessa una ondata di allegria nuova.
Quando pass per la seconda volta davanti a
Osmin, questi la sent ridere.
La luna, nascosta da una nube, riappariva, illuminando
il giardino di una luce azzurrina, limpida
e viva, mentre il venticello della sera diveniva
pi fresco.
- Torna in casa, cara, - disse il signor
d'Avron, un po' inquieto, alla moglie.
Le due signore rientrarono, poi chiamarono la
giovinetta per farla suonare. Quella musica, le cui
note affluivano in giardino attraverso le finestre
aperte, era deliziosa. Il signor d'Avron e il suo compagno,
sazi delle bellezze della natura o del loro
dialogo, andarono a complimentare l'artista.
- Si sta tanto bene! - aveva detto Giorgio in
tono di preghiera. - Restiamo ancora qui! -
Giorgio, Simona e Tommaso, continuarono a passeggiare;
poi, stanchi, andarono a sedersi in fondo
al giardino, su una panchina riparata da una piccola
volta di caprifoglio.
- Come si sta bene, che profumo! - diceva
Giorgio, in estasi.
Ma non lo lasciarono godere a lungo della sua
felicit.
- Giorgio, prenderai freddo, torna in casa! -
gridava la signora d'Avron.
Il bambino obbed con la consueta docilit, e
Simona si alz per seguirlo.
- Aspettate un momento, - preg Tommaso.
- Riccardo mi ha scritto stamani. -
Si era fermata e sedeva di nuovo, senza parlare,
a capo chino.
Da quello che riferiva Tommaso, si poteva concludere
che Riccardo si ostinava sempre pi nella
sua decisione. Aveva dato ordine di licenziare tutta
la servit di Erlington, di chiudere il castello, imballare
pochi oggetti ai quali teneva in modo speciale
e spedirli a un agente, in un porto qualunque,
perch glieli mandasse.
- Le sue lettere mi giungono per il tramite di
terze persone. Mi  stato impossibile sapere dove
si trova. - osserv Tommaso, desolato.
Poi, con gesto d'impazienza:
- Queste precauzioni sono incredibili. Se si trattasse
di un altro e non di Riccardo, si potrebbe
supporre...
- Che cosa? - domand Simona.
E siccome Tommaso taceva:
- Non abbiate timore! - riprese con le labbra
serrate. - Ho gi dei sospetti...
- Che cosa volete dire? - esclam lui, cercando
di nascondere un improvviso timore.
- Anch'io ricevo lettere, lettere anonime.
- Spero che non presterete fede a queste perfidie,
- disse Tommaso con indignazione.
- No. Credo solo a voi. Volete negarmi che prima
del suo matrimonio, prima che venissi a Erlington, Riccardo
non abbia cercato e trovato qualche
volta delle consolazioni?
- Giuro sul mio onore, signora, che non ho mai
saputo nulla di tutto ci, - interruppe Tommaso.
- E giurereste pure sul vostro onore che con
Riccardo non sia sparita anche una ragazza di
Erlington, bella figliuola di contadini, impiegata
prima al castello? -
Si era alzata e strappava con mano nervosa le
foglie di un arbusto, gettandole a terra con rabbia.
Tommaso esit un istante, poi confess:
- La ragazza se ne  andata, ma non vedo in
questo che una semplice coincidenza. -
Simona alz le spalle.
- Vi compiango, - soggiunse lui con dolcezza
- poich bisogna davvero che soffriate e amiate
ancora molto Riccardo, per concepire simili sospetti. -
Ella si volt di scatto verso di lui, potendo appena
parlare tanto la collera la soffocava.
- Io, amarlo? Io averlo amato? -
E sfogandosi, dimentica dell'ora, del luogo, e
forse del testimone delle sue confidenze:
- Ha preso, ha rubato la mia vita, spezzandola
come un giocattolo che si butta via quando ne siamo
stufi. Ha agito con me nel modo pi vile, mi
ha tradita in tutti i modi. Non ho dunque il diritto
di odiarlo?
- Calmatevi, - disse Tommaso, agitato a sua
volta.
Ella rise nervosamente, poi continu con violenza:
- Anche voi prendete le sue parti contro di
me, lo approvate, mi accusate...
- Accusarvi?... Mai! Soltanto, non posso ancora
ammettere che ci sia stato un uomo capace
di dimenticarvi e di tradirvi. -
Simona lo guard, meravigliata del calore di
quella risposta.
Sul viso ingenuo di Tommaso si leggeva un turbamento
nuovo; gli occhi brillavano stranamente
nell'ombra, mentre una confessione gli sfuggiva
dalle labbra, in un impeto di passione:
- Ah, se fossi stato al posto di Riccardo! Se
mi permetteste di amarvi! -
Simona non lo ascolt pi. Era balzata indietro
come se avesse messo il piede sopra uno scorpione,
e gi fuggiva per i viali, con il viso in fiamme.
Giunse in un attimo davanti alla casa e si
ferm: non si sentiva in condizione di ricomparire
davanti agl'invitati e ai servitori. Poi, a un
tratto, si ricacci nel viale dal quale era uscita;
qualcuno veniva dal lato opposto: era Tommaso,
che rientr in casa senza esitazione.
Allora Simona torn lesta lesta in fondo al viale,
decisa a rimanere l fuori finch le luci della casa
non fossero spente e gli invitati se ne fossero andati.
La sola idea di ritrovarsi davanti a Tommaso
la esasperava. Le pareva di aver ricevuto da lui
l'insulto pi atroce che le fosse mai stato fatto:
aveva osato parlare d'amore a lei, moglie di un
altro.
Ma, come se non fosse stata gi abbastanza umiliata,
ecco una ombra sorgere vicino a lei. Qualcuno
era in giardino, e probabilmente aveva sentito.
- Chi c' - disse, sforzandosi di dare un tono
calmo alla sua voce che tremava.
- Io solo, per fortuna! -
Si calm riconoscendo Osmin, bench la sua ultima
parola la turbasse.
- Perch per fortuna? - domand, preferendo
dissipare subito i suoi sospetti.
Osmin non rispose; camminava accanto a lei,
e sent che la scrutava, nonostante l'oscurit, e
cercava di capire ci che dissimulava.
Poi, a un tratto, con brutale crudezza:
- Ebbene, - disse - siete gi a questo?... -
Simona non poteva sbagliarsi sul significato di
tali parole, ma non poteva nemmeno aspettarsi
quel sospetto ingiusto, quell'insulto gratuito; e
rispose con alterigia:
- Che cosa vi permettete di insinuare? -
Osmin, senza neppur badare alla protesta, continuava,
amaro, sarcastico, lanciando ogni parola
come una frustata:
- Non vi basta di aver cacciato via quel disgraziato
di Riccardo, di lasciarlo vivere e morire
forse solo e disperato: volete anche tradirlo?!
Tutto questo  indegno. -
Simona si rialz di scatto sotto quell'attacco
improvviso, offesa ed esasperata.
- Ma con quale diritto, - esclam - in nome
di chi parlate cos? -
Osmin non si turb.
- Con il diritto dell'amicizia e in nome della
giustizia. C' un assente i cui interessi non sono
difesi da nessuno, e che tutti vogliono sacrificare.
L'incoscienza  tale, che si arriva a sacrificare anche
voi, che in fondo siete incapace di guidarvi e
difendervi. Io vi spinsi con imprudenza a quel funesto
viaggio che  stato la causa di tutte le vostre
disgrazie. Non voglio che queste disgrazie portino
a una catastrofe. La verit  sempre l'unico mezzo
di salvezza, ma nessuno ha il coraggio di ricorrervi.
Come ho detto a vostro padre, brutalmente, crudamente:
Ti rovini, cos dico a voi, che amo come
una figlia: Correte incontro alla rovina. Ve
ne offenderete e io ne sar addolorato; ma forse
varr a farvi felice. Non chiedo altro. -
Era agitato da una sincera commozione che calm
subito l'ira di Simona; cap che sotto quell'aspetto
rude si nascondeva la prima vera piet,
il primo affetto disinteressato che avesse mai incontrato.
Era giunta con Osmin vicino alla panchina, sotto
la volta di caprifoglio, e accasciandosi al posto occupato
poco prima, con la testa tra le mani, disse
singhiozzando:
- Non  vero quello che credete. Tutti si sbagliano.
Sono molto infelice!
- Tanto meglio! - esclam Osmin. - Se soffrite,
vuol dire che avete buon cuore e potete riparare
a quello che avete fatto.
- Ma non ho fatto niente, non sono meritevole
delle offese che mi si fanno. La colpa  tutta delle
circostanze, degli altri, di Riccardo stesso, soprattutto
di Riccardo. -
Osmin non cercava di frenare il torrente delle
sue lacrime e delle sue recriminazioni.
Egli guard tranquillamente l'orologio, poi, con
tono breve, preciso, come si trattasse di un affare,
disse:
- Non abbiamo tempo di parlare. Mi avete fatto
le vostre confidenze, vi far le mie. Volete venire
domattina da me?
- Da voi? - ripet Simona stupita. - Dove?
Allo studio?
- No. Al piano di sopra, nell'appartamento che
abito. L'udienza del Tribunale  a mezzogiorno:
vi aspetto alle dieci. Siamo d'accordo? Ora asciugatevi
gli occhi e torniamo in casa insieme. State
tranquilla che quel bellimbusto di poco fa avr
avuto il buon senso di svignarsela in fretta, e quanto
alla gente, assumo io, nella mia qualit di vecchio
avvocato, la responsabilit dei due convegni
di stasera. La persona pi sospettosa non potr
trovarci nulla da ridire. -


Capitolo 11.

Simona conosceva la casa abitata da Osmin, un
grande edificio a sei piani in via Montmartre, con
cortile e retrocortile, dalle numerose finestre, strette
e accoste le une alle altre, edificio carico di avvisi
e screziato di insegne, abitato dal sottosuolo
alle soffitte, grigio, polveroso, sudicio, e quasi consumato
dall'eccesso di movimento, di lavoro, che si
addensava tra le sue pietre.
Qualche volta Simona e sua madre avevano accompagnato
l il signor d'Avron, e avevano arrischiato,
dal marciapiede, uno sguardo incuriosito.
Avevano visto nel cortile i facchini dell'imballatore
che inchiodavano casse a gran colpi di martello,
il commesso del negozio di novit che trasportava
balle, mentre dei bambini in grembiule turchino
giocavano in un angolo, e dei clienti affacendati
cercavano il negoziante di piume del secondo
piano o quello di guarnizioni del quarto.
Ma nessuna delle due aveva messo piede in quel
formicaio, e Simona vi si inoltr con una certa
titubanza.
Nel taxi che la trasportava con un tintinnio di
vetri e sbalzi continui, serpeggiando in mezzo agli
altri veicoli, aveva creduto di essere rovesciata e
investita almeno dieci volte. Questi contrattempi
le facevano apparire la sua gita ancor pi ridicola.
Si era pentita, fino dalla sera prima, della promessa
fatta a Osmin, giudicando assurda la scelta
di quel confidente e incerta la speranza posta in
lui. Tuttavia era venuta, senza parlare a nessuno.
L'ingresso allo studio era a destra, in un angolo;
un piccolo corridoio, quattro o cinque gradini,
e infine una porta verniciata. Tutto modesto,
senza alcuna apparenza di lusso, ma abbastanza
pulito.
Il peggio veniva pi su che si andava. La scala,
illuminata fino al primo piano, diventava sempre
pi oscura e tortuosa. La mancanza di ventilazione
faceva sentire ancor pi il cattivo odore che si sprigionava
dagli appartamenti numerosissimi, angusti,
poveri e mal curati, i cui inquilini avevano sempre
minori pretese di eleganza.
Il tappeto che copriva i gradini del terzo piano
era ridotto in uno stato pietoso, e Simona, per arrivare
al campanello della porta di Osmin, dovette
passare tra una brocca di acqua e un recipiente da
latte.
Mentre aspettava che le aprissero, guardava un
biglietto, inchiodato a lato del campanello, sul
quale si leggeva: Signore e signora Osmin.
Ci le parve strano; la signora Osmin contava
cos poco, che si sarebbe potuto crederla morta o
dimenticata.
E se mi venisse ad aprire! diceva tra s Simona,
a un tratto imbarazzata.
A dissipare i suoi dubbi, si present una grossa
e fiorente ragazza con in testa una cuffia brettone
che, senza dubbio avvertita, preg Simona di entrare
e attendere un momento il padrone.
Lo attese in un salotto da pranzo con il soffitto
basso, con una finestra che dava sul cortile; sui
vetri erano incollate delle vetrofanie che dovevano
creare l'illusione di vetrate a colori, ne risultava
una luce troppo tenue; ma era meglio cos, altrimenti
si sarebbe notato ancor pi il soffitto affumicato,
la brutta tappezzeria a quadri gialli e marroni,
i mobili vecchi e di cattivo gusto.
Quell'arredamento risaliva ai giorni della giovinezza
e della miseria di Osmin; la ricchezza era
venuta in seguito, senza modificare le sue abitudini
e, non sentendo il bisogno del lusso, non vedeva
forse quanto quella casa fosse misera e, peggio
ancora, disordinata. Le sedie erano ingombre di
carte, di giornali, di oggetti vari; sulla tela cerata
che ricopriva la tavola, tra un bicchiere e una
bottiglia, si scorgevano i resti poco appetitosi del
pasto recente.
Osmin non si fece aspettare, e non essendosi rivestito,
come faceva tutte le volte che andava in
casa d'Avron, con gli abiti abituali, la barba arruffata,
sembr a Simona pi volgare e pi irsuto
del solito.
Come aveva potuto sfogarsi un momento con lui,
la sera prima? Ne arrossiva quasi, ora; eppure le
aveva fatto bene, l per l.
La servetta brettone sparecchiava in fretta;
Osmin la scus, dicendo:
- Non siamo abituati a ricevere visite come la
vostra. -
Poi, quando la ragazza se ne fu andata, soggiunse:
- E neppure voi siete abituata a venire in simili
posti.  stata una idea molto stramba la mia,
vero? Farvi venire qui, quando perfino vostro padre
non ha mai oltrepassato lo studio! -
Simona non pot negare che l'idea le sembrava
originale, e cercava con difficolt di rispondere
gentilmente, quando Osmin la interruppe con questa
domanda inattesa:
- Signora... mia piccola Simona... volete farmi
un favore? Volete venire a vedere mia moglie? -
Le parlava come nei giorni lontani dell'infanzia.
La giovane rimase attonita, poi, con la stessa curiosit
mista a timore che avrebbe provato in altri
tempi, accett l'invito che era difficile rifiutare,
dicendo:
- Certamente... se lo desiderate... se credete di
non disturbare la signora Osmin. -
Egli scosse tristemente il capo.
- Povera donna, temeva una volta i visi nuovi,
ma ora non ci bada pi... anzi, sar piuttosto contenta.
Venite,  di qua. -
Simona lo seguiva. Egli attravers l'anticamera,
in punta di piedi, e spinse con precauzione una
porta a doppio battente, che indicava l'ingresso al
salotto.
- L'ho messa qui, - disse. - Vede passare le
carrozze, la sua sola distrazione, e poi  la stanza
pi allegra! -
Avevano infatti cercato di rallegrare quella stanza,
la pi bella dell'appartamento, con ogni mezzo
possibile; le pareti erano tappezzate di carta bianca
con disegni rosa; anche le tende erano rosa;
c'era perfino un tappeto chiaro a fiorami. Una gran
poltrona era posta vicino alla finestra, con lo schienale
voltato verso la porta; non si vedeva la persona
che vi giaceva.
- Avviciniamoci con precauzione per non spaventarla,
- disse Osmin.
Quando furono pi vicini, fece un poco di rumore
per annunziare la sua presenza, e chiam:
- Giulietta! Giulietta! -
La poltrona fu scossa da un pesante movimento,
un cuscino cadde, e una strana voce rispose:
- Ah, s... s... tu... tu... -
Il resto della frase si perse in un pietoso balbettio,
e Simona, che si era fatta avanti, si trov
senza alcuna presentazione davanti alla moglie di
Osmin.
La voce pubblica non aveva mai lusingato troppo
la povera donna sulla sua bellezza e sulla sua
intelligenza, tuttavia Simona non si aspettava di
vedere ci che vide.
Una infelice creatura riposava nella poltrona.
Il suo corpo gonfio, enorme, non era pi che una
massa flaccida e inerte; il collo mal sosteneva la
grossa testa che si piegava su una spalla, e sul viso
largo, gonfio, di un grasso giallastro, un sorriso
ebete teneva dischiuse le labbra scolorite, con le
gengive bianche, mentre gli occhi si volgevano, privi
di espressione, senza nulla distinguere. La moglie
di Osmin non era solamente una ammalata o
una sempliciotta: era una povera idiota.
Osmin si era curvato su di lei, e con la mimica,
il sorriso, e il modo speciale di parlare che si usa
per farsi capire dai bambini piccoli, le disse:
- Guarda questa signora, questa bella signora
che  venuta a farti visita. -
Ma lei non voleva guardare dalla parte di Simona;
continuava a biascicare parole incomprensibili,
facendo con le mani vaghi gesti di impazienza.
-  cos da stamani, - disse una buona vecchietta
dall'aspetto tranquillo, donna di fiducia o
infermiera, che appariva nel vano della finestra.
- Non c' modo di contentarla.
- Qualcosa la disturba, senza dubbio, - disse
Osmin, pensieroso. - Ma che cosa? -
Sollev lo scialle che copriva i piedi della malata,
mosse il Ranchettino, si accert che la veste
da camera, pulitissima e quasi elegante, fosse bene
allacciata e che il colletto non la stringesse; le accomod
qualche ciocca di capelli radi e grigiastri
che le cadeva sulla fronte, poi disse:
-  la cuffia! Le avete messo la cuffia invernale,
e i nastri di velluto le fanno troppo caldo. -
And a cercare in un cassettone la cuffia da estate,
con i nastri di seta, e la cambi egli stesso.
Aveva proprio indovinato, perch una debole luce
illumin il viso della poveretta e le sue dita, cessando
di agitarsi, si attaccarono affettuosamente
all'abito di Osmin, mentre ripeteva, con un calmo
mormorio:
- Tu... tu...
- S, io... sono qua, - disse lui. - Ma ora devo
andarmene, altrimenti far tardi all'udienza. -
Aveva sentito parlare tanto di udienze, nella sua
vita di figlia e di moglie di avvocato, che quella
parola conservava ancora un significato per lei.
Lasci il vestito di Osmin e si rimise a gemere in
sordina.
- Zitta! - le disse Osmin, battendole dolcemente
sulla mano. - Devi farti una ragione... Torner
presto... e ti porter un bel regalo. -
Quella carezza o quella promessa, valsero a consolarla;
tuttavia, mentre Osmin si allontanava, faceva
sforzi incredibili per alzarsi, e volgeva il capo,
seguendolo con gli occhi.
Osmin aveva ricondotto Simona nel salotto da
pranzo e taceva; anche la giovane donna non sapeva
che cosa dire e si sentiva imbarazzata, non
riuscendo a comprendere perch mai avesse desiderato
mostrarle le miserie della sua vita, nascoste
fino ad allora con tanta discrezione.
Lui pure aveva dovuto soffrire di quella tardiva
rivelazione, perch era rosso in viso e turbato.
- L'avete vista... - disse alla fine. - Quando
la sposai sapevo che era ammalata e debole di
mente; ma allora camminava, parlava, poteva occuparsi
un poco della casa, lavorare d'ago, fare
quasi la vita normale. Ebbe la prima crisi dopo
un anno, poi altre crisi sono sopraggiunte, fino a
ridurla al punto in cui si trova da pi di venti anni...
Potete capire se sono stato felice! -
Si alz, and a tamburellare con le dita sui vetri.
poi torn al suo posto.
- Forse non ho nemmeno sofferto quanto potevo
soffrire, - disse con impeto. - Quando mi decisi
a sposarla, a rinunziare alla gioia per tutta la
vita, mi dicevo: Che cos', dopo tutto, la vita di
un povero diavolo come me? Non ha nessuna importanza
per gli altri, e per me passer presto.
 mia, ho il diritto di farne quello che voglio, di
venderla anche; non c' nulla di vergognoso se il
contratto  onesto... e lo sar!
Pensavo a questo durante tutta la cerimonia
delle mie nozze, soltanto a questo. Ero rassegnato.
Ci non esclude che avrei preferito gettarmi nella
Senna, ma il risultato non sarebbe stato lo stesso
per i creditori di mio padre e per tanta povera gente
di campagna, caduta per colpa sua in miseria.
Il sacrificio  stato grave,  vero, ma ho avuto
consolazioni inattese. Quando ero troppo addolorato,
andavo a vedere i miei vecchi genitori e pensavo
che se potevano finire la loro vita tranquilli
e onorati, si doveva a lei, a Giulietta. Non poteva
rendermi felice, ma aveva reso felici i miei.
Il giorno in cui riabilitarono in Tribunale il
nome di mio padre, mi ricordai che lo dovevo a lei.
Per questo le ho voluto bene quanto era possibile
e l'ho resa felice quanto poteva esserlo. Sono stato
per lei migliore e pi fedele di quello che non sarei
stato per un'altra, appunto perch la poverina
era indifesa e mi sarebbe sembrato vile tradire la
sua fiducia. Poi, quando si  brettoni, si  anche
cattolici, e la religione aiuta a sopportare ci che
altrimenti sarebbe insopportabile.
Sono vecchio, ora, prossimo alla fine; alla mia
et non rimane che una soddisfazione: pensare che
si  avuto del merito in qualche cosa. Io ne ho forse
avuto, e se il buon Dio mi dar un posticino in
Paradiso, certo sar ancora merito di Giulietta,
come per tutto il resto. -
Osmin cercava di finire il suo racconto con una
barzelletta, ma le sue ciglia battevano continuamente
e aveva il viso alterato. A un tratto torn
alla finestra e ricominci a tamburellare contro i
vetri.
Aveva narrato la sua vita, una povera vita di
cui nessuno aveva mai compianto l'umiliante desolazione,
che molti anzi avevano forse derisa o
disprezzata. C'era qualcosa che commoveva Simona:
aveva cessato a un tratto di fare attenzione all'appartamento
meschino e sporco e al vecchio uomo
di affari trasandato e ridicolo. Le si rivelavano
improvvisamente, insospettati, un dolore e un coraggio
che lei non aveva. Si avvicin a Osmin.
- Avete avuto uno spirito di sacrificio e un coraggio
di cui non sarei capace, - gli disse con tristezza
amara. - Era quello che volevate farmi capire?
- No, oh, no! - replic lui. - Volevo solo farvi
vedere che non ci pu essere felicit in certe circostanze
di vita: in tutte per  possibile fare il
proprio dovere, e questo  di per se stesso una consolazione,
la migliore, l'unica, perch, all'infuori
di questo non si trova mai la calma e il rispetto
degli altri e di se stessi.
E poi, vedete, figlia mia, non c' nulla a cui
ci si attacchi pi che al dovere, e per quanto penoso
sia, si finisce sempre col ricavarne qualche
dolcezza. Ci potr parervi sciocco, ma vedere che
la mia povera vecchia ha bisogno di me, ha fiducia
in me, mi dimostra a modo suo il suo affetto, mi
commuove pi di ogni altra cosa al mondo; se morisse
prima di me, credo che stenterei a consolarmene. -
Si asciug gli occhi con la manica frusta della
vecchia giacca, e voltandosi verso Simona, brontol,
quasi irritato:
- Una donna come voi non pu capire ci che
ha capito uno zoticone come me? Avete il cuore forse
pi arido del mio? Non si possono fare confronti
tra le vostre esigenze e le mie, lo comprendo;
ma grazie a Dio, tra il mio sacrificio e il vostro
c' un abisso. Vostro marito  sfigurato, povero
giovane, bruttissimo, orribile, tutto quello che
vorrete: ma gli restano cuore, intelligenza, anima.
Ammettiamo che non possiate provare amore per
lui: potreste sempre avere dell'affetto, vedere almeno
in lui il migliore amico, il padre dei vostri
bambini. Ah, se avessi avuto dei figli, io! -
Il suo dolore si manifestava forse per la prima
volta. Simona cap allora perch il vecchio Osmin
le volesse bene, per quale sentimento, per quale
chiaroveggenza paterna, lui solo aveva intuito il
pericolo e le era venuto in aiuto. Con altrettanta,
anzi con maggiore fiducia che non avrebbe avuto
in suo padre, poich si sentiva capita e sostenuta
meglio, alz gli occhi pieni di lacrime verso Osmin,
e gli disse con dolore:
- Ma non sapete, ancora, non indovinate... Non
sono n debole n vile, ma  orribile! Essere sua
moglie e non poterlo stimare. -
Osmin si oscur in viso, poi si decise all'improvviso,
e disse:
- Vi sono nel vostro caso delle complicazioni
che non conosco, e che forse nemmeno voi conoscete.
Uniti arriveremo forse alla verit. Coraggio,
figliuola mia, parlatemi come parlereste a un confessore. -
Simona era ormai trascinata a confidarsi, e non
poteva impedire al suo cuore troppo pieno di traboccare.
- Che cosa volete vi dica? - domand.
- Tutto, assolutamente tutto quello che  accaduto
dalla vostra disgraziata partenza al vostro
disgraziato ritorno, giorno per giorno, ora per ora,
senza tralasciare nulla, dandomi anche i particolari
che vi sembrano insignificanti. -
Simona aveva sempre creduto all'intelligenza di
Osmin, fidandosi di quanto dicevano il signor
d'Avron e gli altri che si erano trovati in condizione
di giudicarlo; ma non aveva mai avuto le
prove di quell'intelligenza cos speciale, che si esercitava
in una sfera di azione a lei ignota.
Conobbe per la prima volta il vero Osmin.
Al posto dell'amico goffo, del convitato sgraziato,
sorgeva un altro uomo, un uomo di affari, pieno
di esperienza, che aveva esaminato tutte le stranezze,
era penetrato in tutti gli inganni umani, che
guardava quasi attraverso a una lente, frugava
l'anima, quasi con uno scalpello. La sua prodigiosa
memoria notava i minimi indizi e riusciva a ricostruire
tutto con perspicacia.
Si era seduto davanti alla tavola e, senza guardare
Simona per non metterla in imbarazzo, aveva
ascoltato in silenzio, finch non giunse al momento
dell'arrivo a Erlington.
A quel punto l'aveva interrotta e, mettendole
davanti un foglio di carta, le disse:
- Fatemi un disegno dell'entrata, con il cancello
e la porticina da cui usciva Tommaso. -
Quando lo ebbe disegnato, abbastanza male, egli
riprese la carta che continu a osservare, mentre
Simona proseguiva il racconto, narrando coscienziosamente
i minimi incidenti delle tre mortali giornate
di attesa imposte da lady Eleanor.
- Va bene, - disse allora. - Era una gran
donna, che aveva un suo piano di azione e cominciava
con il logorare le forze dell'avversario. Ci
coincide con l'opinione che mi ero fatta della vostra
zia. -
Simona continuava, raccontando l'apparizione
notturna che l'aveva tanto preoccupata.
- Tutto questo  sentimentalismo, - dichiar
lui. - L'innamorato capace di passare una notte
sotto una finestra che non si aprir mai, deve essere
ancora molto giovane e ingenuo di cuore. 
proprio cos che immaginavo Riccardo. -
Le sue stesse osservazioni, per, non lo avevano
soddisfatto, perch appariva sempre pi pensieroso
via via che il racconto proseguiva. A un tratto,
mentre Simona parlava dell'episodio della cappella,
la sua fisonomia divenne cos espressiva, che
la giovane si ferm per chiedergli:
- Che cosa c'?
- Niente. Vi prego, disegnatemi anche la pianta
della cappella. -
Simona obbed, e Osmin mise il disegno accanto
all'altro, esaminandoli entrambi con visibile soddisfazione.
Il racconto della scena tra lady Eleanor e Tommaso
parve divertirlo. Aveva il viso increspato da
un sorriso, e i suoi occhietti socchiusi mandavano
lampi sotto le folte sopracciglia.
Da quel momento il racconto diveniva pi complicato.
Simona durava fatica a ricordare tutto, a
dire tutto; quel laborioso esame l'affaticava e la
rattristava inutilmente. Pi volte volle tacere, ma
Osmin la perseguitava con domande precise, correggendola
quando sbagliava, ricordandole talvolta
cose alle quali non aveva ripensato pi.
Era tardi; l'udienza era certamente incominciata
e i signori d'Avron dovevano essere a colazione.
Ma Simona e Osmin non se ne preoccupavano per
niente.
- Continuate, continuate, - diceva sempre
Osmin, quando la giovane si fermava.
Stava raccontando, ora, di quando padre Arnaud
aveva detto ai fidanzati le parole irrevocabili.
Simona si interruppe.
- Continuate, continuate sino alla fine, - ripet
Osmin. - Bisogna dire tutto. -
E le strappava, nonostante la sua riluttanza,
quello che non aveva confidato a nessuno, nemmeno
alla madre. Le faceva perfino ripetere le parole
d'amore di Riccardo e, ripetendole, le pareva di
riudirlo, sentiva attorno a s quel rapido abbraccio
e sulla guancia quel primo, quell'unico bacio,
cos tenero e cos appassionato! Il suo viso ardeva
al pari del suo cuore.
Per quanto Riccardo fosse stato colpevole prima,
e per quanto lo fosse stato dopo, non poteva
negare che almeno in quel momento l'aveva amata
profondamente.
Si fermava, incapace di continuare, ma Osmin
fin:
- E dopo questo l'avete cacciato... e vi meravigliate
che non sia pi tornato? -
La giovane non aveva nulla da rispondere; ci fu
una pausa. Pareva che Osmin preparasse conclusioni
difficili e, per una vecchia abitudine professionale,
sfogliava uno scartafaccio qualunque, che
teneva davanti a s.
A un tratto egli prese il disegno della cappella
e, mostrando un punto a Simona, le chiese:
- Eravate l?
- S.
- E Riccardo era qui?
- Riccardo? -
Aveva afferrato la carta, la guardava avidamente,
come se una rivelazione stesse per sorgere da
quelle linee malamente tracciate, e ripeteva:
- Riccardo! Credete che fosse lui? -
Osmin ebbe un sorriso di compassione.
- Non bisognava, prima di tutto, che si mostrasse
una volta a viso scoperto, per fargli poi
credere che lo avevate visto, che lo accettavate
come era, e che, per un eccesso di delicatezza, non
volevate nemmeno pi riparlare della cosa? Si crede
tanto facilmente quello che si desidera, soprattutto
quando si soffre e si ama! La madre aveva
combinato bene le cose, scelto bene il momento
quando voi, ignara dei suoi progetti e perfino della
loro esistenza, avreste prestato ben poca attenzione
all'incontro. Ma il diavolo  venuto alla riscossa
mandando in quel momento Tommaso. -
Simona si turbava. Osmin, senza darle tempo
di fare osservazioni, pos il suo grosso dito sull'altro
disegno, proseguendo:
- E non soltanto quella volta capit a tempo
per fare un brutto tiro, costui! Fu pure lui che da
quella porticina della quale aveva la chiave fece
uscire vostro marito, lo port via con s, lo istig,
lo aiut, gli fu prodigo di consigli, di denaro, di
tutto quello, insomma, che occorreva per affrettare
e favorire la sua fuga.
- Lui! Ma a quale scopo? Per quale ragione?
- Aspettate! Bisogna risalire fino alle origini. -
Osmin si era messo comodo nella sua poltrona
e, spianando le rughe della fronte, come se il lavorio
della riflessione fosse finito, parlava a sua
volta, sicuro, e conoscendo a fondo l'argomento.
Era lui che esponeva ora le peripezie di Simona,
minuziosamente, seguendo l'azione con incredibile
precisione; e il racconto appariva del tutto nuovo,
anche per la giovane, pieno di sorprese e di scoperte.
Gli avvenimenti rimanevano gli stessi, ma la loro
interpretazione li capovolgeva; le medesime parole
avevano un senso e una portata differenti, e sul
medesimo palcoscenico gli attori recitavano parti
diverse.
Il dramma era modificato.
L'interesse non si concentrava pi su una fanciulla
sottoposta a mille prove, indegnamente costretta
al sacrificio. Si trattava di un dolore pi
profondo, pi commovente, del dolore di un giovane
che aveva sopportato molti altri dolori, sofferto
molte altre ingiustizie; di un uomo che aveva
amato con tutta l'anima, che si era fidato, si
era dato con tutta la generosit, e che era stato
misconosciuto, offeso, tradito da tutti coloro che
amava.
Non soltanto gli avevano strappato la libert, la
calma, il focolare, ma gli avevano anche spezzato
il cuore, gli avevano rubato il suo amore, si era perfino
tentato di rubargli l'onore. Osmin si costituiva
difensore di quell'uomo, e sotto la sua parola
semplice, precisa, convinta come quella di un testimonio
oculare, una nube si dissolveva lentamente
davanti agli occhi di Simona.
- Ma se dovessi credervi, - esclam attonita
- che cosa avremmo fatto? Che sarebbero gli altri,
che sarei io stessa?
- Ve lo dir: una bimba... e, scusate, una egoista.
Vostra zia, Dio l'abbia in gloria,  stata una
esaltata o una pazza, il che  lo stesso. Il vostro
povero padre... lo sappiamo tutti, Dio mio! uno
stordito.
- E Riccardo?
- Un martire, - disse gravemente Osmin.
Simona chin la testa, poi gli rivolse una ultima
domanda:
- E Tommaso?
- Costui, - afferm Osmin con la stessa sicurezza
che avrebbe dimostrato la defunta lady Eleanor
- costui  un furbone... a meno che non sia
un miserabile. Il peggio  che egli sta tra Riccardo
e voi, che vi ha in pugno, che vi dirige, che non
potete fare a meno di lui e che da lui solo dipende
il destino di entrambi. -
 
Capitolo 12.

Tommaso Erlington era stato due giorni senza
farsi vedere in casa d'Avron. Quando vi ritorn,
aveva una espressione triste di bambino pentito e
infelice, molto adatta per intenerire coloro che
non gli riconoscevano alcun torto, e anche colei
che avrebbe avuto qualche ragione di serbargli rancore.
Simona si lasci commuovere; soltanto una certa
freddezza nel suo contegno fece capire a Tommaso
che non aveva dimenticato l'offesa fattale,
offesa perdonabile, dopo tutto, perch poche donne
si adirano con uomo che le ama e soffre senza
speranza.
Ma si arrischi a chiederle perdono, quando fu
certo di essere stato perdonato.
- Sono costretta a perdonarvi, - rispose lei con
tristezza. - Non debbo rassegnarmi a tutte le conseguenze
della mia condizione? -
Le cadde quasi ai piedi per dirle il suo rispetto,
e le sue proteste erano cos ardenti che sembravano
piuttosto proteste d'amore.
Poi tacque di nuovo e si sforz di far tacere i
suoi sentimenti.
Evitava lui stesso i colloqui a solo e tornava amichevole,
fraterno, ma con una deferenza, con un
riserbo maggiori, che tradivano lo sforzo; ben presto
si accrse che in Simona si produceva adagio
adagio la metamorfosi da lui forse sperata.
Adesso Simona stessa lo ricercava, con una specie
di imprudente piacere nello sfidare un pericolo
che non le faceva pi paura; in certi momenti si
sarebbe potuta giudicare provocante, tanto che un
giorno sua madre l'ammon dolcemente.
- Stai attenta, figliuola mia a quello che la gente
potrebbe dire, a quello che potrebbe credere quel
giovane. -
Quell'avvertimento fece sorridere Simona, e i
suoi grandi occhi scuri raddoppiarono di splendore,
tanto che alla signora d'Avron parve, per la prima
volta, che la figlia fosse divenuta anche troppo graziosa,
e pens con un certo piacere che si avvicinava
il giorno della partenza di Tommaso, richiamato
a Erlington per gli affari di Riccardo, affidati
a lui.
Si era alla vigilia della partenza. Secondo l'uso,
gli venne offerto un pranzo di addio, al quale intervennero,
come sempre, alcuni amici.
Simona era pi bella e pi vivace del solito, e
Tommaso, che le era accanto, non seppe nascondere
il turbamento che gli cagionava la sua vicinanza.
Il temporale che minacciava rendeva l'aria soffocante.
Si parlava molto, discutendo di argomenti
interessanti: politica, religione e morale. Le discussioni
si intensificarono dopo pranzo, alla luce
abbagliante dei lampi che si scorgevano dalle finestre
socchiuse del salotto. Tommaso si era rifugiato
in un angolo, vicino al pianoforte, dietro a
un gran quadro posto su un cavalletto, e Simona,
dopo avergli portata una tazza di caff, era rimasta
a fargli compagnia, prolungando una conversazione
apparentemente futile, ma che sembrava
avere un altro scopo.
Poi, siccome Tommaso manteneva un contegno
riserbato, ella si mise a parlare di Riccardo, cosa
che non aveva fatto da molto tempo, e finalmente
domand:
- Ditemi la verit, prima di partire: credete
che non torner pi? -
Tommaso non osava dargliene la certezza, ma
Simona poteva indovinarla, tanto egli negava debolmente.
- Allora, - disse lei, appoggiandosi al pianoforte
e fingendo di osservare le figure cinesi del
suo ventaglio - allora tutto  finito per me? N
fanciulla n donna, e neppure vedova, senza posto
definito, fuori di tutte le categorie, una misera
naufraga della societ, insomma! Ecco che cosa
sono diventata, e per tutta la vita... e non ho
che diciannove anni! -
Tommaso faceva assegnamento su questa crisi,
ma non si aspettava che venisse cos presto, ed
esitava, non essendovi ben preparato.
Lei gli gett uno sguardo strano, poi, con un
impeto che non poteva pi trattenere:
- Devo ancora aver riguardo per chi mi ha ridotta
cos? Devo subire questo destino inaccettabile?
Ditemelo, signor Erlington. -
Appariva agitata, eccitata, fuori di s.
Era proprio il momento favorevole per Tommaso,
ed egli si fece avanti, risoluto.
- Se non volete subire questo destino, chi pu
impedirvi di cambiarlo?
- In che modo? -
Il ventaglio si agitava in fretta, i grandi occhi
scuri scintillavano. C'era in quella fronte una risoluzione
gi presa, che il minimo incoraggiamento
poteva maturare; dietro a quelle labbra c'erano
parole, che il minimo incitamento farebbero pronunziare.
Tommaso riprese con voce appena intelligibile:
- Potete, anzi dovete tornare libera, libera di
essere felice, libera di essere amata. -
Ella obiett debolmente, senza indignarsi:
- Ma ho marito!
- Oh, tanto poco! -
Lo aveva reso cos ardito, da permettergli l'ironia;
e siccome Simona non protestava, egli continu,
sempre pi rassicurato:
- Riccardo  vostro marito solo di nome, e voi
avete tutto il diritto di cancellare anche tal nome. -
Un lampo di trionfo le illumin il viso.
- S, l'annullamento, - disse con una calma
che attestava quanto quel pensiero le fosse gi familiare.
- Ma per poter fare questo, per, bisognerebbe...
- Che cosa? -
L'alito ardente di Tommaso l'aveva sfiorata senza
che lei indietreggiasse. Solo, per caso, il ventaglio
le si era rotto tra le dita, mentre diceva con
simulato timore:
- Per la mia reputazione, per la mia coscienza,
sarebbe necessario che l'iniziativa partisse da
un altro, che fossi costretta a riprendere la mia
libert. -
Si allontan in fretta: aveva detto abbastanza
perch Tommaso capisse che cosa gli domandava
di fare, e capisse pure che, servendola, servirebbe
se stesso.
Il giorno dopo egli part; passati appena quindici
giorni, il signor d'Avron faceva alla moglie
questo commosso sfogo di morale:
- Come si corre il rischio di essere ingiusti vedendo
il male in tutto! Quel povero Tommaso, del
quale tu cominciavi a sospettare, si affanna senza
posa per venire a una riconciliazione, e c' forse
riuscito, perch mi manda oggi una lettera di Riccardo
per Simona. -
La signora d'Avron volle consegnare lei stessa
la lettera, e rimase un po' delusa del vedere che
sua figlia non mostrava nessuna meraviglia e non
si affrettava neppure ad aprirla davanti a lei.
Quando la madre se ne fu andata, Simona attese
ancora un istante. Teneva tra le mani la piccola
busta bianca e sottile, che conteneva soltanto
un breve biglietto sul quale Riccardo non aveva
scritto nemmeno il suo indirizzo, non osando darle
n il nome che le spettava per il suo matrimonio,
n quello di battesimo, il vero nome di una
donna, nome che egli non aveva mai avuto la gioia
di pronunziare.
Quando Simona si decise ad aprire la lettera,
gli occhi le si velarono di lacrime leggendo queste
prime parole:
Cara cugina,
Sicch, non era per lui che una persona indifferente,
neanche una nemica. Quella parentela sulla
quale egli insisteva, attestava la soppressione di
ogni altro sentimento.
Egli diceva, senza neppure una parola di rimprovero:
ho molto riflettuto. Avevo creduto dapprima
che la mia assenza ti avrebbe restituita la libert,
ma questo non basta. L'apparente legame che esiste
tra noi deve sparire, per la mia tranquillit e
per la tua felicit; n la Chiesa, n qualunque Tribunale
rifiuteranno la rottura di una unione soltanto
apparente, che non  mai stata consumata.
Sei giovane e potrai rifarti una vita, spero, e dimenticare
i dolori passati.
 l'augurio pi sincero e pi vivo del tuo affezionato
Riccardo
Aggiungeva in un proscritto che, per evitare a
entrambi le noie derivanti dall'intervento della
Giustizia nei loro affari privati, incaricava Tommaso
Erlington di mettersi d'accordo con la persona
di fiducia che gli avrebbe indicata.
Simona aveva letto, riletto, e rileggeva ancora
quelle poche parole, fermandosi a ogni lettera, a
ogni tratto di quella bella calligrafia chiara e precisa.
Teneva tra le mani quel foglio che egli aveva
toccato. Era la prima manifestazione diretta, il
primo segno tangibile che riceveva da lui dopo cinque
mesi; sembrava non sentisse ci che avrebbe
dovuto trovarvi di doloroso, non dubitasse che un
rimpianto, una sofferenza, un sacrificio eroico, si
nascondevano sotto la freddezza di quell'addio, poich
non provava n esitazione n rimorso.
Pose la lettera nello stesso nascondiglio in cui
era gi il ritratto di Riccardo, perch voleva mostrarla
solo a Osmin. Quando i genitori, stupiti
dal silenzio, non resisterono pi alla tentazione di
domandare che notizie avesse ricevuto, rispose, con
una insensibilit che li stup:
- Non sapete? Riccardo domanda di annullare
il matrimonio. -
Si guardarono tra loro, costernati. Avevano gi
il presentimento che la cosa finirebbe cos. Il signor
d'Avron, per scrupolo di coscienza, disse solamente:
- Non aver fretta; aspetta ancora il pi possibile.
La riflessione non  mai troppa, quando
si tratta di fare uno scandalo.
- Lo scandalo non sar grande.
- Relativamente... ma deploro...
- Non c' nulla da deplorare; questo insieme
di cose non poteva durare.
-  anche vero che non si pu passare tutta la
vita ad attendere un marito che non vuole tornare,
- sospir il signor d'Avron, volgendosi alla moglie.
Questa prendeva la cosa sul tragico.
- Fai male, Simona, malissimo, - diceva, addolorata.
- Ma non  Simona! - esclamava il signor
d'Avron, conciliando le cose. -  lo sciagurato
Riccardo che provoca anche questo scandalo,  lui
che parla di annullamento, che ci trascina davanti
ai Tribunali. Non ci mancava che questo! Chiamer
Osmin. -
L'idea di scaricare su Osmin tutte le noie che
verrebbero, lo consol un poco; ma la signora
d'Avron si rassegnava meno facilmente.
- Non avrei mai creduto che tu arrivassi a questo! -
diceva a Simona, con amarezza.
E non si calmava, mentre la figlia le ripeteva,
baciandole le mani:
- Mamma, sono obbligata ad agire cos, ma non
mi mostrer indegna di te. -
La povera donna era troppo debole per combattere
tante volont riunite. Lo stesso Osmin, contento
forse di avere una cliente di pi, spingeva
avanti le pratiche procedurali con attivit incredibile.
Diceva:
- Occorre che tutto venga deciso prima dell'inizio
delle ferie. -
Il signor d'Avron, che ora avrebbe desiderato
andare in campagna, era costretto a rimanere a
Parigi con la famiglia, nonostante il caldo di luglio;
Tommaso Erlington, munito della procura di
Riccardo, era stato costretto a tornare, per tutelare
gli interessi del cugino. Quel mandato rendeva
abbastanza delicate le sue relazioni con casa
d'Avron, dove appariva soltanto a rari intervalli,
e spinto solo da necessit di affari. Una mattina arriv
inquieto.
- Ebbene? Che novit ci sono? - disse il signor
d'Avron, presentendo un contrattempo. .
- Una grave difficolt, una cosa penosa per
tutti. L'avvocato di Riccardo mi fa sapere che,
prima che la causa venga discussa, i due sposi devono
presentarsi davanti al Presidente del Tribunale.
- Questi magistrati non sanno pi che cosa inventare
per tormentare il prossimo! - brontol il
signor d'Avron. - A che cosa pu servire? -
Non basta che una imposizione sia assurda per
potervisi sottrarre; consultato il Codice, dovettero
riconoscere che la formalit era indispensabile.
-  inutile preoccuparcene, - disse Simona
trovando una scappatoia - Riccardo rifiuter certamente
di venire.
- Allora, - disse Tommaso scoraggiato, - la
procedura subir un arresto e tutto rimarr sospeso.
- Bisogna venire a una conclusione, - imprecava
il signor d'Avron.
Tutti erano addolorati, eccetto la buona signora
d'Avron, che benediceva la Provvidenza e si
accorgeva, per la prima volta, che la procedura
francese riserba dolci sorprese.
Aveva avuto troppa fretta di rallegrarsi; qualche
giorno dopo Tommaso torn, portando notizie
inattese.
- Riccardo  ancor pi fermo nei suoi propositi
di quanto lo credessi, - disse a Simona.
Spiava il viso della giovane, che lasci trapelare
soltanto una viva apprensione mentre, con tono
incerto, domandava:
- Credete che verr?
- Potrebbe darsi. Ma perch vi agitate cos?
- Non pensate a ci che rappresenter per me
quell'incontro?
- S, temete l'emozione, i ricordi; e chi sa?
Forse rivedendo Riccardo potreste cambiare parere.
Siete ancora in tempo.
- Nulla pu farmi mutare, ve lo giuro; ho molto
pi carattere di quello che non crediate. -
La piega energica delle labbra di Simona appariva
pi accentuata che mai, e tutto il suo viso
esprimeva una decisione irrevocabile. Non era pi
la fanciulla ignara, inesperta che lady Eleanor
aveva potuto ingannare, spaventare, forzare: era
una donna intelligente, risoluta, appassionata, decisa
a far tacere scrupoli inutili e vani intenerimenti,
pur di difendere la sua libert e conquistare
la felicit.
- Riccardo verr sicuramente, - mormor Tommaso.
- Ebbene, - rispose Simona con un sospiro,
- che venga! Ancora questa ultima prova, e dopo
tutto sar finito. -
La giovane piegava il capo. Il suo viso si addolciva;
pareva che intravedesse la fine dei suoi dolori,
un avvenire tutto promesse. Lo stesso miraggio
brill negli occhi di Tommaso. Egli aveva troppo
tatto per osare una parola, una allusione prematura;
ma salutandola nell'anticamera buia, os
baciarle la mano, che ella non ritrasse.
L'oscurit era per fortuna profonda, abbastanza
profonda da non permettergli di vedere che quella
stessa mano si rialzava con gesto violento, quasi
all'altezza del suo viso, poi ricadeva come fermata
da un pensiero, da una riflessione.
- Che hai? - chiese Giorgio alla sorella che
rientrava in salotto. - Sembri in collera.
- S, sono in collera, ma sono anche contenta.
Non sai ancora che si pu essere contenti e addolorati
per la stessa cosa.
- No, - disse il bambino, spalancando gli
occhi.
Egli si abituava a non capire pi ci che accadeva
intorno a lui, e mentre i grandi tenevano
conferenze interminabili, rimaneva nel suo cantuccio,
in preda a vaghe inquietudini.
Anche Maddalena diventava triste, e i servitori
pensavano che le cose andavano male, osservando
le visite sempre pi frequenti di Osmin, i nervi
del padrone e le forti emicranie della padrona.
Simona sola restava calma in mezzo a quella agitazione
della quale era la causa, e la fermezza incrollabile
delle sue decisioni non venne meno neppure
quando Osmin, una sera, annunzi:
- Riccardo  arrivato, e domani vi incontrerete
in Tribunale. -
Lo stesso signor d'Avron non chiuse occhio in
tutta la notte; sua moglie era sfinita e desolata,
come se assistesse al crollo della propria felicit.
Era andata di nascosto dall'avvocato di Tommaso
per vedere Riccardo; ma il marito di Simona, per
dimostrare che si atteneva alle esigenze inevitabili
della legge e allontanava ogni possibile idea di riconciliazione,
aveva celato con cura dove abitava
a Parigi. Vedrebbe la moglie in Tribunale.
L'appuntamento era per le tre.
La signora d'Avron voleva a ogni costo accompagnare
la figlia, ma questa si oppose risolutamente.
- Ha ragione, - disse il signor d'Avron, impressionato
anche lui. - Non sei in condizione di
assistere a un simile incontro; accompagner io
Simona. -
Ma con pari decisione, la giovane rifiut l'aiuto
paterno, e soggiunse:
- Nessuno pu entrare con me nell'ufficio del
Presidente, e per recarmi fin l mi basta la compagnia
di Osmin. -
Poi, siccome insistevano:
- Preferisco sia cos. Vi prego, lasciatemi agire
a modo mio. -
Si era emancipata in modo strano, in quegli
ultimi tempi. Dirigeva i propri affari sola, con
l'aiuto di Osmin, e c'era qualche cosa, nelle sue
maniere, che imponeva anche ai genitori il rispetto
della sua volont. Non osarono dunque insistere
ulteriormente.
Simona era in pieno possesso di tutte le sue facolt,
in quel momento critico. La madre attese
invano, per tutta la mattinata, un piccolo svenimento,
o almeno una crisi di lacrime.
Quando fu l'ora e Simona scese dalla sua camera,
aveva soltanto le guance un po' pi accese e gli occhi
pi lucenti del solito.
- Come sei bella! - esclam Giorgio, lasciandosi
scivolare lungo la ringhiera della scala, per
venire ad ammirare da vicino l'eleganza della sorella.
Indossava un semplice vestito nero, di seta leggera
e aveva un cappello di paglia: ma erano il
vestito e il cappello che le stavano meglio.
Simona, in piedi sull'ultimo gradino, si volt
con grazia, e domand:
- Sto bene?
- E come! - asser Giorgio, con aria di conoscitore.
Ella sorrise e lo baci, come se il complimento
le avesse fatto un gran piacere.
- Dove vai? - domand il piccino, incuriosito.
Si accert che nessuno potesse udirla, e rispose
a bassa voce:
- Vado a vedere mio marito. -
Giorgio rimase talmente sbalordito, che per poco
non perse l'equilibrio; quando si fu rimesso, Simona
era gi in automobile e andava con Osmin
verso il Tribunale.
Alle esortazioni materne, aveva risposto:
- Prega per me, mamma. -
E forse lei stessa pregava, perch in carrozza rimase
silenziosa, assorta in un raccoglimento che
Osmin si guard bene dal turbare.
Erano giunti a destinazione, e il vecchio avvocato
guidava Simona attraverso l'immensa Sala
dei Passi Perduti.
Era ora di udienza. Gruppi di uomini circolavano,
taluni con aria d'importanza e con modi disinvolti,
coloro che, per professione, si occupano
degli interessi altrui; altri sgomenti, inquieti, le
persone che erano venute in quell'antro per la cura
dei propri affari.
Talvolta un avvocato o un procuratore in toga,
maestoso e grottesco, fendeva la folla. Tutti urlavano,
si agitavano, altercavano; la feccia delle passioni
umane era l, fermentava, rumoreggiava, spumeggiava,
mentre il grande Berryer e i suoi colleghi
di marmo bianco emergevano da quella turba,
ergendosi sui loro piedistalli, tranquilli, imponenti,
liberi dall'universale sozzura.
Avevano attraversato la sala e Osmin conduceva
ora Simona per passaggi meno noti. Il rumore delle
conversazioni diveniva in lontananza un vago e possente
mormorio. Tornava il silenzio, tornava la solitudine,
turbata appena dalla rapida apparizione
di qualche usciere, di qualche scrivano, con la borsa
di cuoio sotto il braccio, o di qualche cliente
smarrito.
Dopo il bazar della procedura, aperto a tutti, vi
erano gli uffici di giustizia, gli stanzini segreti, gli
angoletti intimi dove, lungi dal mondo, si elaborano
le grandi decisioni, si nascondono i grandi
delitti, si preparano le grandi torture. Quel silenzio
che ammutoliva tanti lamenti e velava tanti
dolori, pesava molto a Simona, pur senza far vacillare
il suo coraggio.
- Ci siamo, e credo che arriviamo per primi, -
disse Osmin, indicandole una porta in fondo a un
corridoio. -  giunto il momento di provare che
siete sempre la piccola brettone! -
La giovane sorrise, poi segu coraggiosamente
l'usciere che doveva scortarla.


Capitolo 13.

L'ufficio del Presidente, come tutti gli uffici dei
magistrati, era composto di una stanza dall'aspetto
austero, con una libreria, simbolo di sapere,
una scrivania, simbolo di importanza, e alcune poltrone
per i visitatori, simbolo di cortesia e di educazione.
Siccome le tre non erano suonate, il Presidente
non era ancora arrivato; ma giunse dopo pochi
minuti.
Era un buon uomo, grosso e rubicondo, di temperamento
sanguigno, perci gaio e bonaccione.
Essendo celibe, nutriva una profonda stima per il
matrimonio, ed essendo magistrato, una assoluta
fiducia nella propria eloquenza. Cos il compito di
conciliatore matrimoniale non gli sembrava tanto
ingrato quanto ad altri, e nei giorni di effusione
si vantava di avere ripescato, durante la sua carriera,
ben diciassette coppie che andavano alla deriva.
Ma i trentaquattro sposi che si erano lasciati
commuovere e se n'erano andati via a braccetto,
appartenevano a quegli ambienti modesti e semplici,
in cui le parole, le botte, e le pi gravi offese,
si scambiano e si dimenticano con eguale facilit.
Il Presidente sapeva che tra persone di grado
pi elevato le discordie sono meno violente, ma
pi profonde, le decisioni seguono pi mature riflessioni,
e sono pi tenaci. Quando aveva da fare
con tali coppie, lasciava da parte discorsi superflui,
limitandosi a mostrarsi cortese e abbreviando
il pi possibile un compito inutile e doloroso.
- La signora viscontessa d'Avron? - chiese,
salutando rispettosamente Simona.
Giudicava la signora molto giovane, e quando gli
ebbe risposto con un cenno affermativo, la osserv
di sfuggita, pensando che una creatura cos carina
doveva essere molto infelice o molto perfida, per ridursi
gi a simili estremi.
Simona non si preoccupava n del Presidente n
di altro. Aveva gli occhi annebbiati e le arterie le
battevano con tale forza, da non lasciarle percepire
i rumori esterni, che venivano soffocati dalla
rivestitura di cuoio della porta. A un tratto il cuore
le balz con violenza, come le uscisse dal petto;
si alz a met, e il Presidente, che le stava rivolgendo
parole gentili, rimase stupito vedendosi imporre
silenzio con un cenno.
Simona udiva Tommaso che diceva con malumore,
nel vano di due porte socchiuse:
- Ti aspetter qui con Osmin, visto che non
posso accompagnarti dentro. -
La seconda porta si apr, lasciando entrare Riccardo.
Sarebbe bastato a Simona, per riconoscerlo,
l'agitazione convulsa che la scosse tutta. Era lui,
proprio lui, il suo sposo, colui che l'aveva amata
maggiormente, che per un istante l'aveva stretta
tra le braccia, l'aveva creduta sua, l'aveva chiamata
con i nomi pi dolci. Era tornato, dopo tanto
tempo, era l, e sembrava non vederla, non conoscerla
pi. Aveva distolto lo sguardo passando davanti
a lei, per andare a sedersi il pi lontano possibile,
dall'altra parte, proprio di fronte al Presidente.
Lei lo guardava, ora.
Sembrava pi alto di prima, perch era molto dimagrito.
La benda nera gli copriva sempre met
viso, ma quella parte che si vedeva era divenuta
pallida, emaciata, e le povere labbra, che ricordava
di aver viste sorridenti, ricadevano ora in due
pieghe amare e profonde. Come aveva dovuto soffrire,
lui cos fiero e suscettibile, a venire l, sotto
sguardi curiosi, tra una folla di estranei; come doveva
soffrire ancora davanti a quell'uomo, a quello
sconosciuto, che stava per interrogarlo, esortarlo,
arrogandosi il diritto di indagare le sue colpe e mettere
a nudo i suoi dolori! E per che cosa, per chi
si era esposto a questo ultimo insulto, a questo
ultimo supplizio?
Il Presidente aveva osservato, con leggero stupore
la benda di Riccardo, poi aveva scosso lievemente
il capo, come se trovasse in quella benda
la spiegazione di molte cose. Si rivolse subito con
energia a quello degli sposi che giudic pi incline
a convincersi, e cominci:
- Vorrete perdonarmi, visconte, una indiscrezione
che fa parte dei miei doveri e che  forse nel
vostro interesse. So, per vecchia esperienza, che il
segreto di molte scissioni intime sta in un mancato
intervento di persona sicura e del tutto disinteressata.
Il mio intervento ha questo duplice carattere.
Qualunque siano i motivi che vi hanno spinti a
questo passo, siete ancora molto giovani e sposati
da troppo poco tempo, per prendere alla leggera
decisioni irrevocabili. -
Riccardo si era alzato; un tremito nervoso gli
agitava la persona. Quella tortura superava le sue
forze.
- Signor Presidente, - disse - vi ringrazio,
ma ci che potreste fare con vantaggio per altri,
 inutile nel nostro caso. Il nostro non  un matrimonio
comune: siamo stati entrambi vittime di
un errore, di una illusione, abbastanza breve, per
fortuna, e perci ancora riparabile. Nulla ci impedir
di ottenere tale riparazione. .-
Non pot proseguire. Simona si era alzata, aveva
lasciato il suo posto, gli si era messa accanto
e lo interrompeva risolutamente.
- Signor Presidente, - disse - mio marito si
sbaglia. Solamente da parte sua c' stato errore
e pu sussistere motivo di lagnanza. Io non ho
nulla da rimproverargli, nulla da deplorare. Sono
felice, sono fiera di essere sua moglie, e non acconsentir
mai a separarmi da lui, assolutamente
mai! -
Il Presidente, a quella improvvisa dichiarazione,
si trov lui stesso preso alla sprovvista, e balbett:
- Allora, signora... dato che... considerando
che... -
Nessuno osserv quel leggero imbarazzo.
Simona riprendeva a parlare a voce alta, vibrante,
e come se avesse esaltato la propria gloria, annunziato
il proprio trionfo, proclamava:
-  buono,  leale, ha sempre agito onestamente;
 lui che ha ragione e io ho tutti i torti. Sono
io che gli domando perdono... Riccardo!
E si volgeva verso di lui, umile, tenera, supplichevole.
Egli indietreggiava, spaventato.
- Riccardo, - ripet - amor mio! -
A quella parola, all'accento con cui l'aveva pronunziata,
egli aveva trasalito, ma indietreggiava
ancora, implorando:
- No, ti prego, non dire questo! Tutto quello
che vuoi, ma non questo! -
Simona lo toccava ora, ed egli fremeva, sentendola
cos vicina, scosso dalla grande passione che
provava per lei, e che si riaffacciava nel fondo del
suo essere, domata, incatenata, spezzata, e pur sempre
viva.
Si rivolgeva verso la poltrona del Presidente come
per invocare aiuto, ma la poltrona era vuota.
Il magistrato si era eclissato, non trovando mezzo
migliore per riappacificare la sua diciottesima
coppia.
Simona era l, stretta a lui, sguardo contro
sguardo, respiro contro respiro; ma Riccardo la
respingeva, tentava di non vederla, di non sentirla.
Temeva di cedere al fascino nuovo di quello sguardo
commosso, di quel viso addolorato, di quelle dolci
manine, si dibatteva contro quella debolezza suprema
e ripeteva, come in agonia:
- Lasciami, lasciami! Che cosa vuoi da me? Mi
hai gi fatto troppo male! -
Lei singhiozzava sulla sua spalla.
- Mi pento! Se tu sapessi come mi pento e come
sono straziata dal tuo dolore, mi perdoneresti!
- Ti ho gi perdonata. S, da molto tempo. Non
aver rimorsi. Sii felice! Puoi essere ancora felice
con un altro. Lasciami andare a morire lontano! -
Un altro!
La stessa visione del giorno delle sue nozze si
ripresentava a Simona, si imponeva ai suoi occhi,
le tornavano alla mente gli stessi confronti.
Ma l'effetto, l'impressione, erano mutati.
Il nemico, il tiranno, il mostro, non era pi Riccardo.
Questi si era liberato con un movimento violento,
e faceva atto di andarsene. Allora Simona
gli si gett davanti, sbarrandogli il passo.
- No, non te ne andrai! Sei mio! Ti voglio e ti
tengo! Non posso pi vivere senza di te! -
E mentre egli tentava di passare oltre, gli si attacc
al collo con un ultimo sforzo.
- Ascoltami almeno, Riccardo! Mi ascolterai,
in nome di tua madre! -
Egli si era fermato ed era ricaduto nella poltrona,
sfinito, vinto da tante emozioni. Simona gli
si era stretta addosso, e circondandogli il collo con
le braccia, appoggiandogli il capo sul petto, cercava
di intenerirlo a forza di lacrime e di carezze.
- Venero tua madre e la benedico per avermi
data a te. Mi ha chiamata sua figlia, e tu non puoi
rifiutarti di chiamarmi tua sposa. Quando mor,
mentre l'abbracciavo per l'ultima volta, le giurai
di prendere il suo posto, di vivere solo per te. Non
mi impedirai di mantenere il giuramento fatto alla
morta e la parola data a te davanti all'altare. C'
tra noi un legame cos forte che nulla potr spezzare.
Perdendoti, avevo perso pi della met di me
stessa; ti cercavo, ti chiamavo e ti vedevo ovunque.
Non sapevo ancora chi eri, non sapevo di amarti,
e tuttavia ti amavo gi, e ti ho sempre amato,
credo, fin dal giorno in cui sei diventato mio marito.
Ora ti conosco, ti ho compreso, non sono pi
cieca n pazza. So che hai fatto tutto per me, s,
tutto, fino all'ultimo sacrificio, e ti venero, ti adoro
e ho una sola speranza al mondo: ottenere il tuo
perdono.
Mi perdonerai, caro? Mi hai gi abbastanza punita.
Se tu sapessi quello che ho sofferto! Non poterti
raggiungere, non poterti scrivere, crederti perduto
per sempre, essere ridotta a infliggerti anche
questo ultimo dolore, a servirmi di questo mezzo
atroce per rivederti, aver dovuto immaginare, fare,
sopportare tutto quello che mi  stato imposto. -
Taceva, soffocata dall'orrore di quei ricordi; poi,
con nuovo impeto:
- Ma che importa? Che devo rimpiangere? Che
cosa posso ricordare, dal momento che tu sei qui?
Riccardo, tu sei il mio orgoglio, la mia felicit!
Non abbandonarmi... -
Egli non si lasciava convincere. Lottava con
l'immenso desiderio di stringere a s quel corpicino
fragile che si abbandonava; restava immobile,
irrigidito, senza una parola n una carezza, e
lei, disperata, gridava:
- Che cosa vuoi che ti dica? Che prove devo
darti? Infliggimi qualunque pena, comandami quello
che vuoi, nulla mi sar duro. Disponi di me,
sono tua. Ti amo come volevi essere amato, Riccardo
mio! -
C'era tanto dolore e tanta verit in quel grido,
che Riccardo ne fu commosso. Le sue dita sfiorarono
quasi involontariamente il collo bianco di Simona,
le ciocche morbide dei suoi capelli; poi, con
tristezza, senza collera, ma con amarezza profonda,
mormor:
-  tutto inutile! Non posso lusingarmi.  impossibile
che tu mi ami davvero. Anche se tu lo
volessi, anche se tu lo credessi, non sarebbe che un
giuoco della tua fantasia e del tuo cuore, che non
reggerebbe nemmeno per un istante di fronte alla
realt. -
Le indicava con il dito il suo povero viso.
- E che cosa pu importarmi il tuo viso? Ho
visto la tua anima, - grid lei, con impeto.
Egli scosse il capo, incredulo, e disse solamente:
- Hai dimenticato? -
Ma non pot finire. Senza che se ne accorgesse,
le dita di Simona avevano staccato la benda e l'avevano
gettata via.
Ora lo guardava.
Lo guardava con occhi affettuosi, dolci, fedeli,
come se fosse stato suo padre, suo fratello o suo
figlio; con tenerezza, con rispetto, con piet, come
se la disgrazia glielo avesse reso ancora pi
caro e pi degno di venerazione.
All'improvviso, vincendo una ultima debolezza,
con slancio d'amore e di carit, prem le labbra
sulla guancia ferita di Riccardo, rendendogli, con
altrettanta tenerezza, il bacio avuto e non ancora
reso.
Allora egli non resist pi. Era preparato solo a
soffrire, e si trovava disarmato di fronte alla felicit.
- Oh, - mormor - ti ho tanto adorata! E
nonostante tutto, ti adoro sempre! -
E la stringeva al petto. Era sua, tutta sua, spontaneamente,
liberamente, con gioia, ed egli ne aveva
la certezza, senza sapere ancora come si fosse
compiuto quel miracolo; si sentiva amato, e una
immensa felicit lo inebriava.
Simona riposava dolcemente tra le sue braccia.
Aveva trovato la pace, la sicurezza; aveva anzi
trovato una gioia inattesa, una gioia tanto pura
e delicata, da soddisfare tutti i desidri del suo
cuore.
Poich Riccardo aveva tanto bisogno del suo
amore, glielo dava pieno e completo; poich egli
era infelice, esultava doppiamente nel farlo felice.
Nel suo povero viso di martire, vedeva solo il segno
benedetto della sofferenza, il riflesso divino
dell'amore. Quegli occhi splendenti la commovevano,
quel viso le diveniva familiare, quasi sacro, e
Riccardo l'attirava ormai, come se fosse diventato
carne della sua carne, sangue del suo sangue.
Egli sentiva tutto ci. Ne era sconvolto, e senza
vergogna o inutile ritegno si lasciava trasportare
dalla tenerezza contenuta cos a lungo, e le
ripeteva:
- Ti credo; non spiegare nulla; resta soltanto
qui, in modo che ti veda; se non ti vedessi pi credo
che impazzirei! -
Non avevano bisogno di capirsi; si amavano, e
dei dolori passati non restava che il vago timore
di perdersi nuovamente.
Quando si alzarono erano sempre abbracciati, e
si domandarono insieme:
- Dove vuoi andare? -
Reciprocamente risposero:
- Dove andrai tu.
- No, portami via, - disse Simona.
Aveva passato il braccio sotto quello di Riccardo,
e quella porta per cui la conduceva via, quella porta
per cui erano passate tante miserie, tanti odii
e tanti dolori irreparabili, le appariva come un arco
di trionfo, il portico magico di un nuovo paradiso.
Nessuno dei due si accrse che egli non aveva
pensato a ricoprirsi il viso. Simona si sentiva orgogliosa
di apparire al suo fianco davanti al mondo
intero, ed egli ricordava appena che quel mondo
esisteva, dimentico della sua infermit, della sua
miseria, della malignit umana, nel glorioso possesso
del suo amore.
Non videro neppure altre due persone che si trovarono
quasi sul loro passaggio e che lasciarono
indietro, tanto grande era la precipitazione della
loro fuga.
- No, no!  indiscreto seguire i giovani! sposi,
- aveva detto smin, trattenendo Tommaso Erlington,
che aveva fatto un balzo in avanti. - Poveri
figliuoli! Oggi finalmente  il loro giorno di
nozze! L'hanno atteso abbastanza. Vedete, caro signore,
non bisogna mai disperare di nulla, in questo
mondo. Vi sono incidenti che potrebbero distruggere
la felicit di un uomo, e che invece la
pospongono soltanto, come ci sono colpi che potrebbero
ucciderlo, e lo lasciano invece in vita.
Mi pare che quanto vi dico vi piaccia poco. Veramente
mi impiccio di cose che non mi riguardano.
Torniamo piuttosto ad argomenti di mia competenza.
Di che cosa potremmo discutere insieme?
Ecco: della legislazione inglese. Siete molto agguerrito
in materia.  insuperabile, a mio giudizio,
nel conservare i patrimoni. Merc sua, si pu
morire tranquilli.
Per esempio, la famosa eredit di Erlington,
non sarebbe uscita dalla famiglia, quand'anche vostro
cugino fosse morto in qualche incidente di caccia,
o non si fosse ammogliato o, in ultima analisi,
non avesse lasciato figli. Dio ci protegga da tale
ipotesi! Ma ho buona speranza che ci protegger, -
concluse il vecchio avvocato, lasciando il braccio
di Tommaso Erlington e voltandogli le spalle,
dopo aver guardato ancora una volta dalla parte
dove erano spariti Riccardo e la sua sposa.
...
.
...
FINE.